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Ernani premier (viva la libertà)

Ne avevo solo accennato, qui, ma il libro mi aveva molto colpito. Come mi ha colpito il film di Roberto Andò, Viva la libertà, con il solito, mitico Toni Servillo.

Il film è attuale fino all’inquietudine e sembra fatto apposta per accompagnare questo periodo post-elettorale e per farci vedere la crisi della politica da (almeno) due punti di vista.

Ci vorrebbe un Giovanni Ernani presidente del Consiglio per davvero, in questo momento, carico di emotività (e di follia, anche). Ci vorrebbe qualcuno che dicesse che è ora di piantarla con i politicismi (anzi, avremmo dovuto smetterla vent’anni fa).

Ci vorrebbe che Andrea Bottini, il tipico segretario-del-segretario, si scompigliasse i capelli e provasse ad appassionarsi, perché esser giovani, nella sinistra italiana, significa spesso essere vecchi, vecchissimi.

Ci vorrebbe un governo del «trono vuoto», capace di dare potere ai cittadini e di restituire loro una politica perduta.

Ci vorrebbe qualcuno che cercasse dentro di sé, alla ricerca del proprio rovescio, per rovesciare le cose.

Chissà che non accada davvero. E che razionalità e passione o, se preferite, governo e cambiamento non possano trovare un fragile, ma salutare equilibrio.

Un giorno, sì

Aggiungo ai preferiti «Un giorno questo dolore ti sarà utile». Prima del film, però leggete il libro-capolavoro di Cameron (Peter). Ne ho scritto qui, tanto tempo fa. E mi preme ricordare che la citazione di Ovidio del titolo è preceduta da «perfer et obdura». Così, per dire.

A volte le brutte esperienze aiutano, servono a chiarire che cosa dobbiamo fare davvero. Forse ti sembro troppo ottimista, ma io penso che le persone che fanno solo belle esperienze non sono molto interessanti. Possono essere appagate, e magari a modo loro anche felici, ma non sono molto profonde. Ora la tua ti può sembrare una sciagura che ti complica la vita, ma sai… godersi i momenti felici è facile. Non che la felicità sia necessariamente semplice. Io non credo, però, che la tua vita sarà così, e sono convinta che proprio per questo tu sarai una persona migliore. Il difficile è non lasciarsi abbattere dai momenti brutti. Devi considerarli un dono – un dono crudele, ma pur sempre un dono. So che sto sragionando, adesso la smetto.

Senza redenzione

Sei giovane, hai uno stile impeccabile, capisci le cose che altri non vedono, ma soprattutto lo fai perché ci credi, perché pensi che certe cose non si facciano, del resto hai un candidato che ti sembra l’unico in grado di cambiare le cose e lo dici pure in giro perché ci giureresti, su questa cosa, sfiori il manicheismo perché i metodi e anche i modi degli avversari non ti piacciono, sei convinto che si vinca con il merito, e che la virtù sia premio a se stessa, tipo, ti fai sfiorare dall’ambizione ma cerchi di rifiutare le lusinghe, fai bene il tuo lavoro perché tutti ti riconoscono un talento (anzi, quello che gli spagnoli chiamerebbero il talante), e poi però il sistema ti costringe, se vuoi stare al gioco, a diventare in tutto simile ai tuoi capi cinici e da anni in esaurimento ideale (in una storia in cui la donna è solo corpo e giovinezza), ad allearti con il diavolo e, soprattutto, ad affidarti a qualcuno che vince, ma ormai non se lo merita più. Anzi. E vedi le cose andare in malora, che nella vittoria fa ancora più male. E guardi dentro una telecamera che ti rimanda il vuoto, quello che senti dentro.

Idi di marzo, di George Clooney. Il più formidabile attacco alla politica degli ultimi anni.

Il villaggio di cartone

E le contraddizioni del nostro tempo. Olmi fa un film che sembra un presepe, per la rappresentazione teatrale, di una chiesa in cui crolla il sipario della simbologia, in cui si cerca il bene, oltre che la fede. Un presepe, per le figure che la chiesa, ormai vuota, tornano a popolarla, come luogo di emergenza. Un presepe, ancora, per le ronde e i militari che incombono, e che sono proprio come vogliono essere rappresentati. Un presepe, che non lo è, perché gli immigrati portano nel grembo la paura e la voglia, ma anche il risentimento e la violenza.

Perché "le pance vuote si possono riempire di esplosivo", perché il cambiamento che si pretende non riguarda solo l'episodio del film, ma un piano più complesso, quello delle relazioni tra i mondi diversi che, in questo mondo, coabitano. Perché l'incertezza dell'integrazione è sempre di cartone, appunto, e va rafforzata, e ripensata, ogni giorno. Perché la cristianità stessa è stata divisa, lacerata e svuotata da queste trasformazioni.

L'anziano parroco di una pieve di calcestruzzo assiste a questo passaggio, accompagnato dagli occhi dei più piccoli, che osservano. E chi organizza questa fuga verso la speranza, alla fine, alla ricerca della parola e della mediazione, il contraltare laico (e politico) di questa storia, è l'unico che viene catturato, quando il portone della chiesa è finalmente forzato dalle forze dell'ordine.

Un film potente, per la forza delle immagini e dei ritratti, per i simboli che ci propone e anche per quello che ci lascia solo immaginare, di come potrebbe essere e non è.

Terraferma

Secondo me, lo dovete vedere.

Dovete immergervi nel mare di Linosa, al suono di Maracaibo o tra le sirene della Guardia di Finanza, tra un tuffo da villaggio turistico e la sopravvivenza da villaggio africano.

Dovete immaginare di trovarvi a metà strada tra l'Africa e l'Europa, in una piccola isola, lontana da tutto e chiusa in se stessa, che sta sulla linea del mondo che si sposta.

Dovete guardare negli occhi il vecchio saggio e la piccola bambina e il suo fratellino, soprattutto. I loro sono asciutti.

Dovete seguire il dibattito tra i pescatori, quando la legge del mare è interrotta dalla pubblicità.

Dovete ammirare le immagini da cartolina, e osservare i corpi senza vita, sulla stessa spiaggia.

Dovete uscire dal cinema senza retorica. Né pregiudizi, però.

Dovete sedervi sulla spiaggia, sotto al vulcano e guardare il mare. E il vecchio legno che lo attraversa. E il progetto di vita che porta con sé. Che è l'unica cosa che conta. Da sempre. Da quando, per la prima volta, qualcuno scelse il mare. E la vita.

Occupiamocene

Intorno a un tavolo dell'Aldina, una di quelle trattorie che meno male che ci sono ancora, ho incontrato Stefano Aurighi e Davide Lombardi, due giornalisti appassionati che, con Paolo Tomassone, hanno curato il documentario Occupiamo l’Emilia. Consiglio vivamente ai politici del Nord (e non solo) di incontrarli e di prendere visione del loro lavoro, che mi ha accompagnato mentre risalivo la pianura dove il Po discende, dall’ermo colle a Torino (e che mi accompagnerà ancora, attraverso il loro bel blog). «Lungo la linea rossa, che tiene ancorato il Nord al resto del Paese», mi dice Davide, una linea ideale che è il prossimo Rubicone da attraversare per avanzare verso Roma con l’obiettivo di allontanarsene definitivamente.
Modena, Emilia-Romagna. Una città tra le più belle e le meglio amministrate del mondo. Eppure, anche qui, immigrazione e sicurezza, prima di tutto e soprattutto. E poi la delusione di alcuni verso un modello politico e sociale e verso una sinistra incerta e a tratti un po' confusa. Non tanto a livello amministrativo, che qui la qualità è sempre altissima: no, a livello politico. E, poi, molto poco dulcis e nemmeno tanto in fundo, il rifiuto della politica che non funziona o che fa fatica a 'rappresentare' come faceva una volta: ecco a voi l'avanzata della Lega nelle regioni rosse, già indagata dal bel libro di Paolo Stefanini, Avanti Po, pubblicato qualche mese fa dal Saggiatore).
E, allora, i flussi elettorali che hanno portato all'affermazione della Lega in tutto il territorio regionale e le analisi del voto, più o meno serie e accurate. Le testimonianze dei militanti e la corriera in viaggio verso Pontida, nella speranza che le terre irredente si uniscano alla Lombardia liberata. Gli ex-comunisti (qui lo sono tutti, potremmo dire) che si sono convertiti al voto di 'territorio' e i consensi di destra che la Lega ha saputo attrarre e, in qualche caso, anche organizzare. In più, in Occupiamo l'Emilia, troverete il dato culturale e antropologico, quello che interessa di più i nostri autori. Quell’esigenza identitaria che si manifesta soprattutto nei piccoli centri, dove la strada sale e la Lega aumenta i consensi (così come accade da anni nel resto del Nord). E tra i giovani, che dichiarano di votare la Lega e lo fanno, sempre di più, nella regione dove dietro al bancone del bar Don Camillo, nella piazza di Brescello, trovi un ragazzo cinese. «Nel bel mezzo di un cambiamento epocale», mi dice Davide, si trova anche la rossa e consapevole Emilia. Un voto a volte tutt’altro che radicato, anzi, spesso superficiale, nelle testimonianze raccolte dai tre autori. Ma un voto che è un riflesso di questo paesaggio economico e sociale che cambia. E che può spaventare, soprattutto in un Paese fragile sotto il profilo culturale come il nostro.
Lungo la via Emilia, Davide, Paolo e Stefano hanno attraversato localismi di ogni sorta («Bologna ladrona» e i leghisti che si chiedono perché il documentario faccia riferimento all’Emilia e non alla Romagna), confini che si spostano, 'padanizzando' anche i territori al di là degli Appennini, verso le Marche e la Toscana, globalizzazioni che rimbalzano, dal mondo grande e terribile alle scale dei condomini di Sassuolo. «Prepolitica», dice Stefano, «che si afferma là dove la politica si ritrae» o dove si è chiusa in un sistema che qualche crepa inizia a mostrarla, come dimostra, per altro, anche il grande risultato ottenuto dalle liste Cinque stelle alle ultime Regionali. Iperpolitica e antipolitica che si confrontano, come dice qualcuno. E un lavoro da fare, prima di tutto a livello culturale. Perché le cose cambiano. E se loro occupano, noi, quantomeno, dovremmo occuparcene.

Up in the train

Spazio ombelicale. Aut. Min. rich. Mattia l’ha visto un secolo fa e aveva ragione. Up in the air è un film formidabile. Non fermarsi mai, accumulare miglia (le miglia come premio a se stesse!), ridurre i tempi di trasferimento, moltiplicare gli sforzi, inseguire non si sa bene cosa, lasciarsi alle spalle tutto quello che si può, a volte con l’impressione che il famoso «senso a questa storia» sia difficile da dare. Tessera del Pd e Cartaviaggio, in tasca. Noi non giriamo il Paese per licenziare decine di persone, come fa ‘magistralmente’ Clooney: tutt’al più rischiamo di essere noi, quelli licenziati, da un elettorato che non ci capisce più. Santa Maria Novella, Termini, Porta Nuova, Centrale, Santa Lucia, Porta Susa, Garibaldi, Tiburtina, Piazza Principe, in un perenne ritardo e in un crescendo di iniziative, documenti, volantini, comunicati, interviste, tv, radio, giornali, web. Sempre collegati, solo collegati. Gallerie di immagini, di parole, di dichiarazioni, di battute. Gallerie e basta. Come questa, il tunnel più lungo, da cui è il caso di uscire, al più presto. A meno che qualcuno non ritenga di mettersi ad arredarlo, già che ci siamo. Il tunnel.

Fino all’ultima goccia

Un film di grande interesse culturale, disponibile in dvd (e rintracciabile anche su YouTube). Locale e globale insieme, come scrive Cohn-Bendit, nel suo ultimo libro (Trattatello di fantasia politica ad uso degli europei, Nutrimenti): «Il mio congenito transnazionalismo, rafforzato dalle vicissitudini migratorie della mia vita, mi ha sempre spinto, come diceva nel 1972 il grande biologo Remé Dubos, a “pensare globale e agire locale”. Solo che io non ho mai saputo né voluto limitare il senso dell’azione politica al locale. Ancora prima del 1968 mi ero già convinto della necessità di agire anche ‘globale’, se si voleva sperare di incidere politicamente sul corso degli eventi». Questo documentario ce lo ricorda, e ci ricorda che la politica, ai tempi della globalizzazione, si deve fare così.

Parcheggi e capre tra le nuvole

A me l’ultimo dei Coen non è piaciuto, mentre vi consiglio vivamente di fissare le capre, se non l’avete ancora fatto (e, intanto, tutti aspettiamo questo).

C’est la vie

Il vostro affezionatissimo, questo mese, su BestMovie, parla di Ken Loach e, soprattutto, di Éric Cantona. Qui di seguito, le ultime righe della recensione del film Il mio amico Eric. Il resto in edicola:
La frase del film è: «Non fu un goal, fu un passaggio», e si tratta del momento più bello della carriera di Eric Cantona. Un passaggio, come quelli esistenziali che ora Eric sforna, indirizzandoli al suo fan che si chiama come lui con la premura del lifecoach. Di più, dell’amico: immaginario quanto si vuole ma influente come nessun altro. ll finale è letteralmente geniale e chiude nel migliore dei modi un film in cui Loach conserva la propria forza drammatica – quella dei primi anni Novanta, che l’ha fatto così amare – liberando al contempo le energie di una vera commedia. E muovendo alla riflessione e al riso, come solo le grandi commedie sanno fare. Con un tono internazional-popolare, perché così è il calcio. I suoi miti. Il senso che ha per molti di noi, tifosi e, soprattutto, incerti, senza sapere mai bene come la partita, la nostra, andrà a finire. «C’est la vie», già: lo dice Cantona.