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Penelope all'incontrario

Mentre Penelope Gelmini di giorno 'smonta' la scuola pubblica, noi di notte la 'rimontiamo'. Tutti quelli che possono alla Notte bianca della scuola. Per un Pd di movimento (finalmente). Anche su Facebook.

Le sue ragioni sono oggi persino più forti

Stefano Rodotà sulla scuola pubblica, oggi:

La scuola pubblica è un'altra cosa. Le sue ragioni sono oggi persino più forti di quelle che indussero i costituenti ad attribuirle valore fondativo, a costruirla come una istituzione affidata alle cure e agli obblighi della Repubblica, come ben risulta dalla severa lezione di diritto costituzionale impartita da Salvatore Settis all'inconsapevole ministra (Repubblica, 1° marzo). Le nostre società sono divenute più complesse, plurali nella loro composizione, attraversate da conflitti. Hanno per ciò bisogno di spazi pubblici dove le persone diverse possano incontrarsi, dialogare. Di fronte all'altro, infatti, non è più sufficiente la tolleranza. Oggi servono soprattutto riconoscimento, accettazione, inclusione. E per questo non bastano le buone parole, peraltro rare, i propositi virtuosi. Sono indispensabili istituzioni capaci di produrre le condizioni personali e sociali del riconoscimento.

Di queste istituzioni, di questi spazi aperti, la scuola pubblica è la prima e la più importante. Il mettere sullo stesso piano scuola pubblica e scuole paritarie annuncia il passaggio ad un sistema che produce scuole di "appartenenza"  -  cattoliche o musulmane, leghiste o meridionalizzate, per élites o per diseredati  -  e avvia un tempo in cui non è la libertà di ciascuno ad essere esaltata, ma nel quale il riconoscimento reciproco è sostituito dall'esasperazione della propria identità, il confronto dalla distanza dall'altro. Chiuso ciascuno nel proprio ghetto, tutti preparati a contrapporsi ferocemente l'un l'altro. Si rischia così una società nella quale nessuno è educato alla conoscenza degli altri, ma solo dei propri simili. Dove, dunque, il dialogo tra diversi diviene impossibile o superfluo, dove non solo la soglia della tolleranza si abbassa drammaticamente, ma si perde pure la possibilità di essere educati alla ricerca di dati comuni, che sono poi quelli che consentono di superare gli egoismi e di individuare interessi generali. Solo una scuola pubblica può trasformare la molteplicità in ricchezza. 

Con espressione felice, Piero Calamandrei aveva parlato della scuola pubblica come "organo costituzionale". 

Per definizione e Costituzione

Luca dice parole chiare e comprensibili sulla scuola che, per quanto mi riguarda, chiudono un'annosa questione.

La cosa più grave di tutte

B l'ha detta oggi. E meno male che lo ha scritto il Post, perché l'opposizione ufficiale non pare aver colto la gravità delle affermazioni:

«Un primo ministro non contesta la scuola pubblica, né i suoi insegnanti. Punto. Andarsene».

Salviamo la Scuola

Ho molto apprezzato, come i 25 e-lettori già sanno, il breve saggio Salviamo l'Italia di Paul Ginsborg (Einaudi) soprattutto per il «bottom wind» ripreso da Coleridge e per quel concetto di «campagne mobili» (neanche si trattasse delle barricate delle Cinque Giornate) che a Firenze ci sarà molto d'aiuto. A proposito di 'salvataggi', però, è il caso di segnalare anche il testo di Girolamo De Michele, La scuola è di tutti. Ripensarla, costruirla, difenderla (Minimum Fax).

Un libro che compie, in trecento pagine molto intense, un'operazione culturale necessaria: spiegare che la scuola non è quella che molti (quasi tutti) raccontano. E che i luoghi comuni ormai assurti a vere e proprie proposte di governo – come già per l'immigrazione, come sappiamo – stanno creando un dibattito che sarebbe inverosimile se non fosse vero e, soprattutto, se non avesse conseguenze molto concrete sulla scuola e sull'attività di chi vi opera.

Un libro di denuncia, dal forte sapore costituzionale e limpidamente antifascista (nel senso con cui De Michele conclude le sue riflessioni), capace di raccontare una versione non rovesciata, ma proprio opposta a quella che sentiamo ripetere da ministri e da commentatori autorevoli, che di scuola sanno pochissimo (e meno ne sanno, più ne parlano), nella convinzione che il disegno del governo attualmente in carica non sia soltanto quello di ridurre le spese e la famosa inefficienza, ma di affermare una serie di principi devastanti per la società italiana, non solo dal punto di vista dell'istruzione.

De Michele va letto e a Firenze va anche invitato. Adesso lo cerco.

Se la residenza vale più della maturità

Sembra una misura ad Trotam quella che la Lega vuole sostenere nell'ambito della discussione Piano Regionale di Sviluppo: vale più la residenza del voto di maturità nei test di ammissione alle università.
Una sorta di diritto di prelazione per i lombardi nelle università a numero chiuso, a cui aggiungere una parte del programma dedicato al territorio. Immaginiamo un corso di una facoltà umanistica, ad esempio: perché studiare Croce, quando ci sono tanti filosofi lombardi? Meno male che Leonardo (da Vinci!) è passato di qui, altrimenti ce lo saremmo giocati.
La cosa grave è che, in questo Paese ormai sbandato, non ci si rende più nemmeno conto del significato delle parole. Università fa segno a uno spazio libero, dove regna il sapere, senza confini. Con la residenza, sarebbero privilegiati i lombardi e penalizzati quelli di Novara, che magari vanno a studiare a Milano perché lì c'è la qualità. O quelli di Piacenza, che per un pelo (un Po), non sono lombardi. Per non dire dei ragazzi del Sud, che cercano un'occasione di promozione culturale e sociale.
Giusto superare l'esperienza di alcune università sorte in questi anni. E dei corsi di laurea che sono nati per dare respiro a quel localismo asfittico per cui tutto va fatto e consumato sotto casa. Anche lo studio. Anche la ricerca. Ma proprio per questo bisogna rifiutare un meccanismo che discrimina proprio là dove è il caso di promuovere l'universalità.
Se ci comportiamo così verso gli italiani non lombardi, poi, mi chiedo cosa dobbiamo aspettarci delle prossime misure contro gli stranieri. Anche in questo caso, il cortocircuito sarebbe totale, perché il problema dell'Italia non è solo e non è tanto la famigerata "fuga dei cervelli", ma la totale incapacità di attrarre talenti. Impoverendosi, come mai le è accaduto prima.
Il «moglie e buoi dei Paesi tuoi» applicato all’università completa l’offerta di luoghi comuni diventati programma di governo. Ai tempi della globalizzazione è un’idea geniale. Davvero. Nella società della conoscenza, in cui viviamo, anche se facciamo finta che non sia così, lo è ancora di più.
Da ultimo, difendendo i milanesi, non ci si rende conto che Milano è una città che è cresciuta moltissimo grazie a chi veniva da fuori, da lontano. Quei fuori sede a cui la città ha negato qualche servizio (a cominciare dall'alloggio), ma ha dato grandi possibilità. Ottenendo, in cambio, di potersi dotare delle migliori intelligenze del Paese. A me certe cose fanno paura. Di più: fanno tristezza.

Si è spento il SoleD

elle Alpi. E chi l'ha spento è il ministro Gelmini che, nelle ultime ore, ha cambiato idea: prima i simboli erano espressione del folclore locale, ora vanno proprio levati dal polo scolastico. Il sindaco della Lega si dice sorpreso. Siccome sono settecento i Soli con cui la giunta comunale di Adro ha etichettato la scuola, qualcuno si chiedere quanto costerà rimuoverli. Noi, intanto, festeggiamo. Manifestare il proprio dissenso serve.

Scuole al verde (non padano)

Ne parla Stefano. Qui ci vuole una rivoluzione. Culturale.

I Mille di Adro

«Piove, governo Adro». La battuta è fin troppo facile. Ma le mille persone bagnate che hanno accompagnato, oggi, la mattinata tricolore si sono finalmente mobilitate, contro il Sole delle Alpi e anche contro le nuvole padane, e lo hanno fatto per la prima volta dopo tanti anni di silenzio di un centrosinistra troppo poco orgoglioso di sé e dei valori repubblicani che dovrebbe difendere prima di ogni altra cosa. Come se tutto quello che sta accadendo da vent'anni fosse normale. Tanti, erano, oggi in piazza. Tantissimi i ragazzi, anche per rispondere alla solita domanda: «dove sono i giovani?», perché forse oggi c'era un motivo per ritrovarsi. E ci si è ritrovati, tutti, dal Popolo Viola all'Udc, senza star lì troppo a chiedersi chi fosse il vicino di striscione. Con il tricolore e la Costituzione, per cercare di ricordare a tutti e prima di tutto a noi stessi che la sfida culturale (in questo caso, sottoculturale) va raccolta. E che la scuola di Adro deve essere un'occasione per rilanciare la scuola pubblica, a partire dal suo aggettivo. Perché la scuola è la società. E tutto ciò che le va contro, ci deve preoccupare. Parecchio.
Nel territorio di Adro, anche i posacenere hanno il Sole delle Alpi. E curiosamente compaiono un sacco di adesivi, in giro per la città, dello stemma che la Lega ha adottato, da molti anni, per rappresentare se stessa e la mitica Padania. Campeggiano sui cartelli stradali e sui pali della luce, questi adesivi elettorali (abusivi, ça va sans dire, di quell'abusivismo padano evidentemente non multabile), ma probabilmente anche quell'usanza risale all'antichità. Proprio come i Soli inscritti nelle 'o' di Adro che si trovano, in bella vista, sui cartelli dei giardini della scuola. O dobbiamo credere che anche quei simboli adesivi non si riferiscono alla Lega, ma sono stati messi da un nucleo di archeologi combattenti? Ed è solo un caso che compaiano in tutti i manifesti della Lega e nel simbolo che trovate sulla scheda elettorale?
Quando i giornalisti locali ti chiedono: «lei è contrario all'esposizione dei simboli di partiti politici nelle scuole?», ti viene da rispondere: «la risposta è già contenuta nella domanda». E, magari, anche: «saremo mica matti o fascisti?». Resta solo da chiedersi se a Brescia ci sia ancora un prefetto, perché se c'è si sta dimenticando di intervenire. E ciò costituisce un fatto di estrema gravità.
La legalità, anche a Adro, vale solo per gli altri. Uno schema che la Lega adotta dappertutto, anche quando si trova al governo del Paese. E quanto alla brillante idea di costruire un polo scolastico nuovo, per dedicarlo a Gianfranco Miglio, su un'area agricola (tra l'altro), segnalo che non è stato affatto regalato, perché il Comune ha ceduto aree e immobili delle scuole elementari e medie della città. Sopra, ci sarà spazio per un bel po' di villette. A pochi metri dal centro (con la 'o' con dentro il Sole, ovviamente).
Qualcuno sostiene, ancora e incredibilmente, che tutte queste cose distolgano lo sguardo da problemi ben più gravi. E che non vadano prese sul serio. Vero, ma solo in minima parte. Perché tra ordinanze, taglie, ronde e liste di proscrizione (quelle di prescrizione la Lega fa finta di non vederle), questo è un disegno. Che si combina benissimo con l'ottimo lavoro che qualche altro avversario della scuola sta portando avanti. Siede al ministero ed è di Brescia. Guarda caso.

Verso Adro

Mila Spicola, insegnante, mi scrive da Palermo:
«Le scuole sono recinti sacri entro cui albergano le nostre divinità. I ragazzi. Dobbiamo educarli ai suoni e alla musica dell’eterno e dell’universale non ai rumori fastidiosi, molesti, mutevoli, malsani. Noi educhiamo cittadini del mondo, non abitanti ciechi di condomini».