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Diritti e dov’eri?

Maroni, dopo essersi fatto riprendere con Berlusconi e Formigoni, diserta il confronto tv con i candidati alla presidenza della Regione. E Albertini lo prende in giro.

Gente serissima

La settimana prima che Formigoni cadesse.

Nei giorni confusi in cui la giunta lombarda stava per cadere. E Formigoni pensava ad Albertini presidente.

Poi, in campagna, Formigoni per Maroni era solo uno dei tanti. Già.

Ieri a Varese hanno lanciato la sfida comune, in attesa che oggi alla Fiera (delle vanità?) arrivi Berlusconi (che mancava, in effetti). Maroni e Formigoni ancora insieme, come sempre (o quasi). E il secondo di Formigoni, Cattaneo, sarà anche il secondo di Maroni. L’unica vera novità è che saranno all’opposizione.

P.S.: a proposito di Berlusconi, indimenticabile la presa di posizione di Maroni di qualche mese fa:

Scendere in Campi

Alessandro è candidato per il consiglio regionale in Lombardia a Monza e in Brianza. Lo trovate qui, con un post dedicato alle sfide che ci hanno visto dare battaglia insieme. E non da oggi.

Care rivoluzionarie, cari rivoluzionari

Nel senso della Rivoluzione civile. Il mio è un appello, non tanto al «voto utile» (concetto insidioso e non sempre utile, come si è visto nel 2008), ma un’«umile richiesta» perché si faccia un supplemento di riflessione. Vorrei sgombrare da subito il campo da un equivoco: non credo che il voto per nessuno sia «inutile» e penso che sia naturale che qualcuno non la pensi come me, senza dover pensare che si tratti di una strategia per indebolire la forza politica di cui faccio parte, come qualcuno ha dichiarato in questi giorni di campagna elettorale.

C’è però un «ma», anzi ce ne sono tanti. In almeno tre regioni, la partita è aperta tra il centrosinistra guidato da Bersani e Vendola e la destra di Berlusconi, Maroni, i Fratelli d’Italia, quelli di Padania, la destra fascisteggiante e altre sigle minori.

Siccome per via di una legge elettorale (che il prossimo Parlamento dovrà cambiare nei primi mesi, non alla fine della legislatura, sia chiaro) al Senato bisogna raggiungere la soglia dell’8%, tutti i seggi delle liste che non dovessero arrivare a quella quota sarebbero distribuiti tra le liste che la superano, ovvero soprattutto tra il centrosinistra e (proprio) quella destra di cui sopra.

Il discorso vale per tutte le regioni, evidentemente, ma soprattutto per la Lombardia, dove c’è un motivo politico in più, che collega questioni e partite apparentemente diverse: le forze rivoluzionarie e civili sono presenti nella competizione regionale al fianco di Ambrosoli (e meno male che le primarie le abbiamo fatte, nonostante qualcuno fosse di avviso diverso).

Ora, la vittoria di Ambrosoli sarebbe rafforzata da un’affermazione del centrosinistra anche al Senato, che comporterebbe l’affermazione di una maggioranza chiara, assicurerebbe governabilità ed eviterebbe di dover ricorrere a vastissime alleanze per sostenere il futuro governo.

Come scrivevo qui, per evitare che il Pd si allei verso destra, con questo o con quello, come per altro mi auguro da sempre che non accada, è necessario votarlo.

Una maggioranza chiara garantirebbe un dibattito parlamentare più aperto e costruttivo, anche con chi non si riconosce nella proposta politica di Bersani e della sua alleanza, senza dover ricorrere a mediazioni e compromessi, con il rischio di accordicchi non proprio edificanti.

Mi rendo conto che si tratti di considerazioni banali, ma la banalità del voto è purtroppo una delle caratteristiche delle elezioni da sempre. E qui si decide per pochi voti, come già in altre occasioni. Ogni voto conta, come conterà ogni singolo seggio parlamentare, soprattutto al Senato.

Pensateci.

Al netto della propaganda sul dio Po

I fiumi lombardi non sono messi benissimo, diciamo.

La formigona

Che a me ricorda un po’ la Luisona di Stefano Benni.

Maroni conferma Formigoni

Se vince, dice, gli lascio l’Expo. E poi parlano di discontinuità.

2Maroni

Maroni ha cambiato look. Si è tagliato i capelli, ha una montatura trendy, e ha detto che nella Lega hanno fatto pulizia. Peccato che non possa cancellare con un colpo di scopa anche il passato, e con esso la serie interminabile di promesse mancate e parole rimangiate dai leghisti. Insomma, pare proprio che ci siano due Maroni: quello che dice, e quello che poi non fa. Quello che sarà (o vorrebbe essere) e quello che è stato. Quello che ha governato con Bossi e Berlusconi e Tremonti e che si candida nuovamente a farlo. Quello che voleva andare da solo e invece porta con sé lo stesso Formigoni che aveva scaricato (entrambi avevano dichiarato di non volersi più frequentare, ora parlano, come dice Formigoni, di «continuità imbattibile»). Quello che doveva fare la rivoluzione e rivendica la buona amministrazione di una giunta che, nella dichiarazione successiva, si vanta di aver fatto cadere.

Il barbaro sognante che ogni tanto dovrebbe chiedersi: «sogno o son desto?». Perché pare che si sia addormentato, in tutti questi anni, dimenticandosi di essere al governo al fianco di chi non ha portato alcun giovamento al Nord e all’Italia: non ha abbassato le tasse (anzi), non ha migliorato i servizi, non ha semplificato la vita dei cittadini, non ha reso l’Italia più forte a livello europeo, anche perché l’Europa che oggi si invoca la si è sempre contrastata.

Ma prima di dare un’occhiata alle promesse leghiste cadute nel vuoto, nonostante siano stati al governo con Berlusconi nel 1994, dal 2001 al 2006 e poi dal 2008 alla fine del 2011 (con una saldissima maggioranza), è bene esaminare le nuove folgoranti proposte di Maroni, che quando non sono vaghe sono più semplicemente assurde. Il programma della Lega punta soprattutto su due mantra che Maroni ripete allo sfinimento, «Macroregione del Nord» e «trattenere il 75% delle tasse in Regione».

Continua a leggere qui.

Buitoni dice Ambrosoli

Non è una pubblicità di prodotti alimentari, è la dichiarazione di voto di una delle esponenti più preparate della lista Monti a favore di Ambrosoli.

Ambrosoli, in Regione, non ha il ‘problema’ di avere una lista alla propria sinistra (grazie alla presenza della lista civica di Di Stefano, candidato alle primarie) ed è sicuramente in grado di recuperare voti al di là degli schieramenti, grazie a un profilo alto e riconosciuto. Chi è pessimista sull’esito del voto in Lombardia, rifletta anche su questo.

Anche se non ne parla più nessuno

Qui c’è un dato interessante sulle tasse pagate dagli stranieri regolarmente residenti in Italia (a cura di Nicola Zanardi):

Una ricerca della preziosa Fondazione Leone Moressa sui comportamenti fiscali degli stranieri smonta qualche pregiudizio alimentato negli anni. Nel 2010, gli immigrati hanno pagato tasse in Lombardia per oltre 1,6 miliardi, con la media più alta d’Italia: circa 3.766 euro a testa. Inoltre, un quinto del totale degli stranieri in Italia vive qui. Altra sorpresa per chi è abituato ad associarli solo alla cronaca nera: i romeni sono i contribuenti che complessivamente pagano di più (poco più del 10 per cento di tutto il gettito Irpef fornito dagli stranieri in Italia), seguiti da francesi, svizzeri e tedeschi, che sono meno numerosi, ma versano cifre pro capite ovviamente più alte. Nel 2011 la Fondazione Ismu, nel suo rapporto sulle migrazioni, ha censito solo 27 mila stranieri in più in tutta Italia. Solo fino a due anni prima si registravano circa 500 mila nuove presenze l’anno. Il calo, ovviamente, colpisce molto di più le due aree più attrattive: le grandi aree urbane di Milano e Roma e il Nord Est.Oltre a non attrarre cervelli e a far scappare i nostri, si fa sempre più fatica a trattenere gli stranieri che vivono qui. Qualcuno, non si sa se più per ignoranza o per ottusità, se ne mostra contento, ma questo è un pessimo segnale. La crescita economica zero (o quasi), stabile da tanti anni, alla fine ha provocato la crescita zero dell’immigrazione, dopo un decennio dove gli stranieri, nel nostro Paese, sono passati da 1,3 milioni a più di quattro volte tanto. Ma allora gli immigrati rubano davvero il lavoro? Neanche per sogno. Sempre più svolgono attività complementari a quelle degli italiani: lavori spesso insostituibili in settori cruciali come la sanità, l’assistenza domiciliare nelle sue forme più varie, nel commercio e nei servizi. Su più di 600 mila imprenditori stranieri, la gran parte opera nel Nord Italia e la Lombardia è prima per indice di attrattività occupazionale. Il che non vuol dire che, senza lavoro e con difficoltà inclusive più alte che in altri Stati, gli stranieri possano aspettare. Andranno dove pensano che si possa trovarlo, il lavoro. Gli immigrati minacciano gli equilibri della città? A Londra, il censimento del 2011 certifica che i «non inglesi» di origine (asiatici, neri, sudamericani eccetera fino agli altri europei) hanno superato gli inglesi bianchi (che sono il 45% della popolazione) eppure, nel 2012, Olimpiadi e turismo sono stati al top e la stessa City non appare affranta da questo sorpasso. Giova ricordare che la parte più giovane della popolazione lombarda è sempre più costituita da giovani immigrati di seconda generazione. Anche chi vuole trattenere il 75 per cento di tasse sul territorio sarà opportuno si ricordi di loro. Emarginarli da qualsiasi forma di rappresentanza, negargli diritti a cui una civiltà che sia tale non può sottrarsi è la vera tassa che paghiamo alle grandi città del mondo. Dove sui parametri del rispetto reciproco e di pari opportunità, persone e culture diverse hanno costruito le fondamenta della loro capacità di convivenza e attrazione. Renderli invisibili allontana questi giovani da un futuro nelle nostre città. Ma allontana anche il futuro dalle nostre città.