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I Cinquecento

Mi hanno chiesto chi sono i nuovi Mille. E ho risposto che i nuovi Mille dovrebbero essere i nuovi parlamentari.

E se fossero Cinquecento, poi, non sarebbe male, perché anche Cinquecento sono sufficienti.

E se fossero giovani, questi Cinquecento, almeno un po', assomiglierebbero di più al modello originario. Perché i Mille erano soprattutto ragazzi, come ho ricordato qui, durante il viaggio dell'Unità e nel mio piccolo Manifesto.

E se davvero il prossimo Parlamento fosse, come sostiene qualcuno, un'assemblea costituente, dovrebbero esserci le energie migliori del Paese. E una rappresentanza sociale e culturale capace di dare voce a tutto il Paese: perché tra i Mille c'erano commercianti, capi stazione, medici, scrittori, possidenti (sic), avvocati non ad personam, macchinisti, falegnami, fornai, pescatori, ebanisti. Anche un fotografo, per documentare tutto quanto.

Ci sarebbero i Cacciatori delle Alpi, in rappresentanza di un Nord che si fa carico dell'intero Paese, un Nord capace di addentrarsi nel Mediterraneo rimanendo strettamente collegato all'Europa.

Ci sarebbe la politica, non solo quella dei partiti, perché la politica non è solo quella dei partiti. Ci sarebbero le professioni e le professionalità. Ci sarebbero i conflitti, ma non quelli che riguardano gli interessi, no, quelli attraverso i quali cercare la soluzione nell'interesse generale. Ci sarebbe il merito, ovvero le persone capaci di entrarci, nel merito.

Ci sarebbero i ragazzi del Sud, che ancora oggi sono Mille all'incontrario, alla ricerca di fortuna in altre regioni, perché quello da cui provengono sono in una situazione spesso straziante.

Poco più di Cinquecento furono anche i deputati dell'Assemblea Costituente, guarda caso.

C'erano, per la prima volta, le donne, tra i Costituenti (tra i Mille, com'è noto, non andò così). Questo a ricordarci che non è tanto questione di quote rosa, ma di una politica che cambia, in profondità. E che sia delle donne tanto quanto è stata finora degli uomini. In esclusiva.

Ecco, come mi immagino i Mille di oggi. Volevo dire i Cinquecento.

Quando cambia il tempo

On the road. Again. Come l'anno scorso, come sempre. In occasione del centocinquantesimo, alla ricerca dell'Unità, nel nome di Ippolito.

In attesa del Manifesto del partito dei giovani, ormai in stampa, che raccoglie il lavoro di Andiamo Oltre, da Milano a Firenze, passando per Albinea, Prossima Italia ripubblica il viaggio risorgimentale che ci ha portati da Torino a Marsala.

Un piccolo vagone (in questo caso automobilistico), a tiratura limitata, che raccoglie gli articoli di quest'estate e qualche breve nota conclusiva, per condividere un percorso attraverso l'Italia, come se si trattasse di un piccolo programma politico, tascabile, con una road map che in questo caso coincide con quella dei Mille di allora.

Un modo per commemorare l'Unità, anzi, per ricordarla, che è cosa diversa. E far rivivere, se si riesce, un po' di passione politica e un po' di amore per le cose che facciamo, per il nostro Paese e per la sua politica. Nella speranza che cambi il tempo e che, finalmente, si alzi il vento, come diceva quella bella canzone.

Le (Mille) foto di Ippolito

Un servizio fotografico dedicato ai Mille.

Qualcosa da dire, da far vedere, c'è ancora. Qualcosa da credere.S

tavo leggendo il reportage di Francesco Merlo sulla scuola con il 97% di bambini stranieri a Roma, che si chiama Pisacane, per dire, e stavo pensando che tutto si tiene (e ci terrebbe, se soltanto lo volessimo riconoscere). Poi mi sono imbattuto nello straordinario articolo di Adriano Sofri, oggi, su Repubblica che aggiungo (si parva licet) alle mie piccole (appunto) note del viaggio dell'Unità. Mentre siamo alle prese con la «vita adra» (Luca Telese), vale la pena di leggere e rileggere, con particolare riguardo alla riflessione sull'ingorgo e sulla distinzione, tutt'altro che sottile, tra «terra» e «territorio».
Tutto alla rovescia. L'Italia è sfatta, basta finir di disfare gli italiani. Si intitolarono piazze, anche la più bella, a Trieste, all'Unità d'Italia. Sembrerà almeno un po' buffo correggere in "Piazza Divisione d'Italia". Ma qualcosa bisognerà inventare, perché nel riavvolgere il Risorgimento all'indietro siamo andati lontano. E la celebrazione del prossimo anno sarà una commemorazione. Dice Bossi che il federalismo è cosa fatta. Il federalismo no, e Cattaneo è solo usurpato: ma uno sgretolamento avaro e rancoroso sì, e abbastanza irreversibile. In certe reazioni il sindaco Vassallo ammazzato ad Acciaroli è sembrato affare riservato al già Principato inferiore del Cilento. Perfino l'antica guerra fra cultori del Risorgimento e suoi detrattori in nome delle insorgenze e della conquista coloniale del Sud, benché riesacerbata, va ormai fuori bersaglio. Quella era una storia fratricida dunque anche fraterna. Fratelli d'Italia, anche l'un contro l'altro armati. Carlo Pisacane, biondo e socialista e martire (a Sanza, il lato del Cilento dirimpetto a Pollica) aveva un fratello, Filippo, rimasto, lui, ufficiale borbonico, e fra i due non venne mai meno mai l'affetto reciproco. Si disse che il fratello legittimista fosse designato al comando contro la spedizione di Sapri, e sostituito all'ultimo momento dal re Ferdinando.
Noi facciamo finta di niente. Davanti al paesaggio politico, viene in mente il favoloso ingorgo stradale dei giorni scorsi tra Pechino e la Mongolia, 120 km e 10 mila camion e giorni e notti di coda – chissà, un banale incidente. L'incidente è avvenuto da tanto tempo, tutto è fermo, il carro attrezzi non riesce a passare, Berlusconi è lì, e fino alla sua rimozione politica (quanto al fisico, centoventi di questi anni) niente succede, salvo un triviale baccano di clacson. La politica tutta non può fare a meno di misurarsi con questo affare primario: sgomberare la strada. Ma il traffico riprenderà lungo percorsi già largamente segnati. Nell'attuale non-governo sono due i ministri alla ribalta: Maroni e Tremonti. Uno è della Lega, l'altro pure. All'indomani delle elezioni, sgomberato Berlusconi (o per sgomberarlo), Tremonti sarebbe il candidato più plausibile al governo: uomo forte, ma privo di un partito e un elettorato suo, dunque servo-padrone fino a quando la Lega – la cui voracità vien divorando – non vedesse l'occasione di intestarsi direttamente il governo nazionale.
Arriveremo ai 150 anni dell'Unità così o no? Se è così, diamo una mano a far muovere l'ingorgo – senza bussare al clacson, come si dice a Napoli e si fa dappertutto – ma guardiamo anche un po' più in là. Dal sud al nord d'Italia, ne mandiamo Mille al giorno di ragazzi che "giù" hanno studiato per niente. Per intravvedere una tendenza contraria alla frantumazione egoistica dell'Italia e del sentimento che se ne fanno i suoi cittadini non si può che guardare ai giovani, e all'eventualità che una solidarietà e una confidenza fra loro promuova un giorno in Erasmus, una spedizione comune, diventi più forte del vincolo al proprio territorio e ai propri vecchi capitribù. Il trapasso invalso da parole come terra a una come territorio è del resto illuminante: si può voler bene a una terra, per un territorio si fa la guerra di confine, o una causa di sfratto. 
Noi credevamo, ha intitolato Martone. "Noi": Bellini e Verdi e Rossini, Mazzini che muore sotto falso nome nell'Italia che l'ha chiuso in fortezza, Francesco Hayez e la nazione dipinta, il western italiano dei valloni del Cilento e i suoi briganti ribelli e il sindaco Vassallo ammazzato vilmente ad Acciaroli. Qualcosa da dire, da far vedere, c'è ancora. Qualcosa da credere.

E senza ali, e senza rete (ci vediamo a Torino)

La C3 Marsala è tornata a casa. Risalendo il Paese, verso Nord, dopo seimila chilometri appassionati e appassionanti. Nei titoli di coda scorrono le persone e i luoghi: si sovrappongono e si scambiano, nel ricordo, insieme ai colori di un Paese che è meraviglioso. Non è retorica: l’Italia è bellissima, dappertutto, e nonostante tutto.
Si passa per Piombino e per il Lingotto, i due ‘luoghi’ del 2009, e si arriva alla Festa nazionale del Pd. La sera suonano Dalla e De Gregori, all'insegna del ricambio generazionale. Sulle pagine dei giornali un'altra coppia inossidabile continua a polemizzare. Sono i giovani Massimo e Walter, che ancora dividono la politica e le piazze democratiche. Il primo, oggi, accusa il secondo di aver rinsaldato la maggioranza con la sua lettera (a proposito, ne ha scritta una anche un altro giovane, Francesco, quello dell'Api: non ci facciamo mancare nulla). E pensare che ieri Bersani aveva detto che il contributo di Veltroni è prezioso, dopo un'intervista al limite dell'indecenza di Rosy Bindi. Ci pensa D'Alema a tirare le conclusioni.
Mi viene voglia di rispolverare la mozione Hegel, e di spiegare che, ancora più di Francesco e Lucio, i due momenti della dialettica democratica si tengono insieme, e uno non esisterebbe senza l'altro. D'Alema e Veltroni. Un po' come accade con B. Dire che si fa un'alleanza contro di lui significa «tener fermo» o, come direbbe Cacciari quando fa il filosofo, «conservare con diligente cura» anche il momento del negativo. E la sua «immane potenza». Cioè B stesso. Senza via di scampo.
Matteo Renzi, nel frattempo, va giù durissimo, dicendo, con un'efficacia spaventosa, le cose che pensano in tanti e che fanno saltare la dialettica di cui ho detto. Quello che ancora manca è capire che cosa fare, ma liberarsi dei cascami e delle etichette del passato (proprio quelle, dalla Gad all'Ulivo, che Bersani ha inteso recuperare, con operazione dal forte sapore archeologico) è comunque salvifico. Necessario, forse, per tornare a vincere.
Corsi e ricorsi, insomma: nelle ultime ore è tornato anche Ferrero. Ha spiegato che lui la fa l'alleanza con Bersani, ma non intende partecipare al governo, nel caso. Mi chiedo se non possiamo evitare di fare l'alleanza con uno così. Per favore. A questo punto non ci rimane che attendere con ansia la lettera del giovane Fausto e del dibattito sulle 35 ore, con l'immancabile citazione di Engels per fare atmosfera.
Bocchino, che è diventato leader suo (e nostro) malgrado, è arrivato alla millesima intervista e non sa più cosa dire: Fini, d'altra parte, non sa più cosa fare, per il semplice fatto che non lo ha mai saputo. Sono ancora al governo e condividono al 95% quello che B fa. E tutti a parlare del 5%, come se la politica potesse limitarsi a questo.
Sulle prime pagine dei giornali, mentre il Pd si ritirava per deliberare se era meglio un governo Tremonti o il voto inevitabile da subire come una condanna, Bossi è stato protagonista assoluto, come ogni anno, senza che nessuno avesse nulla da dire. Il federalismo non si può fare? Via con la secessione. Come sempre, in questo paese che non cambia mai. Banana Republic. Già.
Si è approfondito – a proposito di cose da unire – il curioso dibattito tra chi è a favore del politichese (che a qualcuno, addirittura, piace e lo rivendica con orgoglio) e chi ama la narrazione. In realtà, politica e racconto devono andare insieme. E questo dibattito – turbogiornalistico – dovrebbe essere composto e, forse, sanato, una volta per tutte. Chi l'ha detto che non si possano tenere insieme le due cose? Dire cose belle e concrete insieme? Volare alto e sapere dove atterrare?
Ci sono anche le buone notizie, fortunatamente: Concita De Gregorio ha lanciato una grande campagna, bella e intelligente. Vuole le primarie per scegliere i parlamentari, perché il Porcellum ha devastato la politica italiana rendendola irriconoscibile. E non possiamo subirlo ancora (lo si diceva anche nel 2008, infatti). Scetticismo in alcuni settori della mozione Bersani, forse perché la proposta, oltre a rispondere a indicazioni politiche contenute nel nostro Statuto, era già contenuta nella mozione Bersani. Così, per non dimenticare.
Da ultimo (in senso stretto), il Pd dice che bisogna portare in Parlamento la nostra proposta di legge elettorale. D'Alema è d'accordo: il dibattito si può ritenere concluso. Fa piacere. Anche perché lo si era detto, venti giorni fa, mentre spopolavano le "larghe intese". La legge elettorale si può fare prima del governo tecnico (anche per verificare l'esistenza in Parlamento di un'altra maggioranza). Semplice, no?
Anche quando non sono d'accordo (e lo dico e lo scrivo, perché il Pd non è l'Unione Sovietica, forse), cerco di non perdere mai di vista il senso della nostra sfida. E allora, anche per dare un po' di contenuto e di strumenti alla proposta del porta-a-porta lanciata dal segretario, ci vediamo il 5 settembre, a partire dalle ore 10, a Torino, con gli americani, che il porta-a-porta lo sanno fare, per parlare di argomenti, parole e strumenti. Come si faceva – ancora prima dell'Ulivo – nell'antichità classica. L'iniziativa è promossa dal Forum immaginario che mi è stato assegnato. E siccome il Forum è immaginario, ci occuperemo proprio di immaginario, con Massimiliano Panarari e altri, perché ne abbiamo bisogno. Cultura e politica, argomenti e parole, tutto insieme. «L'Italia si riunisce a Torino»: facciamolo anche noi.

Ulisse in Turné

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Che poi capisci perché Ulisse non voleva più tornare a casa. Cioè, dieci anni per conquistare Troia, e lui aveva anche giocato parecchio bene e segnato il gol della vittoria. Però, poi si ritrova nel Mediterraneo, e ogni angolo gli appare meraviglioso. Financo Circe con il porcellum, per dire.
La verità è che è ancora più difficile passare da Cariddi a Scilla che passarci in mezzo. E il Ponte non risolverebbe nemmeno questo tipo di problemi. E che Palermo uno non la lascerebbe mai. E che il mare a Tropea, poi come fai? E gli echi risorgimentali, perché quelli non finiscono mai. Con Garibaldi che si riposa a Mozia e in un milione di altri posti. Quasi mai da solo, tra l'altro. O il castello di Murat – risorgimentale ante litteram, anzi, avant la lettre – a Pizzo Calabro. La C3 che ora è stata ribattezzata Marsala, come il cavallo bianco che portò Giuseppe fino a Salemi (a proposito, anche Salemi, con quella chiesa-piazza), resiste al rientro.
Quindici giorni per andare: peccato non averne altrettanti per tornare a casa. E perdersi sul lungomare. Tra una granita e il cielo: nostalgia delle coste (costalgia?). E ti rendi conto che tutto questo è anche un po' Turné, anche se i giovanissimi quel film non lo hanno visto. Passano gli anni. Passano.

Grazie MilleV

orrei ringraziare: Marta e Valeria che mi hanno accompagnato da Talamone a Marsala. Fausto, che ha fatto il primo pezzo. E tante altre cose. Ilda, Diego, Francesco e Samuele a Torino. Giorgio e Mauro a Alessandria. Dario e Mario a Bergamo. Elisabetta e Antonio a Mantova. Poi Nico e Stefano a Reggio Emilia. Marco e Samuele e tutti gli altri pisani. E Donatella. Patrizia che mi ha ospitato a Ferragosto, con Anna Paola e Giulia. E Sandro, che ci ha raggiunto a Fondi, dove abbiamo trovato Rita, Bruno e Marco. E Giuseppe e la sua ‘compagnia’. E Forlenzo con la chitarra. I due amici di Gaeta, tra loro e con noi, Eliano e Paolo. Sergio, l’infermiere che ci ha dato soccorso a Teano. Gabriele a Eboli. Giuseppe di Roma-Bari (come la Laterza) e Giuseppe di Bari e basta. Floriana. Raffaella, che è una donna straordinaria. E Miriam, perché esiste, e Alessandro da Limbiate e Giuseppe da Triuggio perché ci sono. Angela da Matera e la sua ospitalità, Gian Claudio e un altro Giuseppe da Putignano. Cosimo. E, ancora, Rosa da Potenza e Teresa che viene da Crotone, ma vive a Vercelli. E Marco e Claudia, sullo Stretto e a Gerenzano, Varese. E, da Varese, Andrea, arrivato per le tappe siciliane. E Giovanna, Leonardo, Paolo e i democratici di Gioiosa. Pietro e, infine, Peppe, che è arrivato per le ‘conclusioni’, e ci ha regalato Mozia (in senso figurato, perché qui le isole qualcuno se le compra per davvero). Senza di loro, Ippolito si sarebbe perso. E non avrebbe capito. E non sarebbe tornato.

Titoli di coda

L'ultima tappa del viaggio di Ippolito, da Marsala, verso casa. Qui tutte le tappe, pubblicate dal sito de l'Unità.

Sulla via del ritorno, per tornare a vincere

È appena iniziato, il viaggio alla ricerca dell’unità perduta. Ci tocca proseguire, nella speranza che sia la democrazia a porre una lapide e a deporre, contestualmente, chi sapete voi.

Dobbiamo fare in fretta e, per cambiare le cose, dobbiamo cambiare noi stessi.

Perché più le cose sono semplici, più sembriamo inadeguati. E, dopo Mi fido di te, sembra che la colonna sonora del Pd sia diventata L’ombelico del mondo. Tutti a parlare di sé, a distinguere come entomologi tra mozioni, espressioni tecniche, modi di dire del burocratese. Con un vero trionfo della retorica politicista quando si è trattato di discettare di governi tecnici. Rispetto alle cose da fare, questi sono “puri nomi”. Anzi, “puri cognomi”. E non va bene. Per niente.

Attraversando il Paese, parlando con le persone che ci vivono (e lo vivono), la politica sembra assente. Anzi, di più, sembra inutile. Non dimentichiamolo: si riparte dalla ‘A’ di astensione, la lettera scarlatta della politica italiana, che deciderà anche le prossime elezioni.

Non lasciamo nulla di intentato. Anche Grillo, per dire: prendiamolo sul serio, anche se la cosa non è reciproca. Cerchiamo di capire, al di là dei toni sbagliati e di polemiche spesso pretestuose, quali sono gli argomenti che frequenta. La finanza, la democrazia, l’ambiente. Estendiamo il messaggio, però. Perché cinque stelle non bastano: qui ci vuole tutto il firmamento.

E allora attraversiamo l’Italia, a ritroso, e la metafora del ritorno ci accompagna. Perché tutto si tiene, lo abbiamo visto, e tutto ritorna. Lo sapevano quelli del Rinascimento, lo sapevano anche i teorici dell’Italia da unire. Perché loro avevano studiato, e forse dovremmo farlo anche noi. Proprio perché ora non studia più nessuno e la scuola è un problema secondario, fin dalla primaria. Appunto.

Sulla strada del ritorno, lo sanno tutti, bisogna fare il pieno. E cercare tutti i consensi possibili, soprattutto se la destra si dividerà e se Fini (finalmente) vorrà costituirsi “parte civile” e fondare, con Casini, il terzo polo, noi dobbiamo portare tutti i nostri elettori al voto. Con la stessa passione del 2008, per vincere, questa volta, perché il declino riguarda l’avversario e non i nostri Prodi. Con l’attenzione a non ricomporre l’Unione, ma a ricomporre il Paese. Alleandoci con le forze vive della società, come si diceva una volta, prima ancora che con le etichette di partito. A cui siamo ancora troppo affezionati.

Siccome siamo alla ricerca di slogan, facciamoci ispirare dai Giuseppe di questa storia. I Mille parlamentari? Cinquecento possono bastare. E vogliamo conoscerne i nomi, a uno a uno, e poter scegliere con le primarie i nostri candidati (se ci sarà ancora il porcellum) e essere noi i primi a presentare una proposta di legge elettorale, in Parlamento, chiedendo di votarla a chi vuole chiudere questa stagione politica. Ve lo vedete un Berlusconi che cade sul porcellum (absit iniuria verbis)? Sarebbe epico.

Porta Pia? Aprite quella porta, certamente. Perché ho cercato l’Ottocento, ma a volte, nell’Italia del 2010, sembra di stare nel Medioevo. E facciamolo, il porta-a-porta. Senza sbatterla, non c'è bisogno di fare baccano. E già che ci siamo andiamo anche a Ballarò, che prima di essere una trasmissione, è un mercato di Palermo, a qualche metro dall’Antica Focacceria da cui sto scrivendo. I mercati. E i luoghi di lavoro, che sono all’Anno zero: frequentiamo le fabbriche. Non solo quelle di Nichi. Le fabbriche fabbriche. E le aree industriali. E le botteghe artigiane.

E affidiamoci a un disegno ambizioso: perché contro il piccolo cabotaggio, ci vuole l'alto mare aperto. E ci vuole la ricerca. E l’azione temeraria.

È questo il compito della nostra generazione: non tanto sostituire i vecchi, come vuole una facile contrapposizione giornalistica, ma fare quello che ci tocca e ci compete: lanciare una sfida contemporanea, parlando ai giovani, certamente, anche perché ora non parla loro proprio nessuno, ma rivolgendoci alla società tutta.

E poi ci vuole speranza e un po’ di ottimismo, perché la “mestizia democratica” non ci fa bene. Un satiro danzante, ci vuole, come quello di Mazara. Scoperto in profondità, come una sorpresa, in quel canale di Sicilia pieno di fantasmi. E non intendo certo una politica che giri su se stessa, ma che abbia l’orecchio a punta del satiro e l’animo ispirato. Dalla passione.

E poi, certo, saper fare le cose. E farle, una buona volta. E indicare quelli che le fanno come modelli. Come esempi. Come una volta.

I templi non sono cambiati, ma i tempi possono farlo. E ci sono mondi infiniti, diceva il mio filosofo preferito. A noi basterebbe riscoprirne uno, il nostro, che sembra scomparso dalla politica italiana. A cominciare dall’Europa, per proseguire con il Mediterraneo. E guardare al di là del mare, per capire cosa sta succedendo anche a noi, dalla grande città al piccolo paese della provincia italiana.

Rimettiamoci in viaggio. Con l’utilitaria. Con una politica semplice e comprensibile. A contatto con la realtà. Partendo da casa, anzi, dalla casa, il tema dei temi. E usciamo per andare a lavorare, per unire i diritti dei lavoratori, per dare dignità a quelli che ora non ce l’hanno e qualche prospettiva a quelli che si trovano in gravi difficoltà. Investendo nelle cose buone, sapendo scegliere, perché la politica non è un terno al lotto. Andiamo per le strade, tra cittadini che sono italiani perché lavorano in Italia, accendono un mutuo, costruiscono una famiglia. E pagano le tasse. E attraversiamo le piazze della concorrenza, libera, sulla qualità e sul merito, non grazie alle amicizie o le entrature, anche in ragione di una politica che non è dei politici e del loro piccolo potere, ma dei cittadini e della loro vita. Perché appartiene ai loro bisogni. E anche ai loro sogni.

Berlusconi un giorno o l’altro politicamente non ci sarà più. Non torniamo indietro, però. E facciamo che la Terza Repubblica, da inaugurare con una festa d’altri tempi, non sia troppo uguale alla prima. Ci meritiamo qualcosa di nuovo, dopo tanti anni di sofferenza, con un ricco spregiudicato (e, non fosse per i ‘lodi’, anche senza ‘s’ iniziale) che ci ha reso più poveri. Sotto ogni punto di vista.

Possiamo farlo. E ci saranno donne e uomini. E piroscafi. E bandiere. E ci saremo anche noi.

Sulla via del ritorno, per tornare a vincere

Il pezzo conclusivo del viaggio, domani, su l’Unità. Qui di seguito, quello di oggi, in diretta da Marsala.

In attesa di più degno monumento

Centocinquanta anni e non ce l’hanno ancora fatta. Una lapide l’aveva promesso, più di cent’anni fa, l’11 maggio del 1893. Rileggerlo oggi fa un po’ ridere, un po’ no, quel messaggio, che immaginiamo pronunciato con voce stentorea e ispirata: «Marsala, memore e fiera, a perenne ricordo del luogo in cui sbarcarono i Mille, duce Garibaldi, in attesa di più degno monumento».

Il monumento, però, ancora non c’è. A un secolo e mezzo di distanza dall’impresa. Marsala, memore e fiera, è in perenne ritardo. Sopra al basamento, c’era una colonna, dominata, a sua volta, da una vittoria alata. Nel corso degli anni caddero sia la vittoria, sia la colonna. Pare sia stato il vento. Del Sud.

L’ultima volta che qualcuno ci ha provato, è stato tra migliaia di persone. La folle plaudente. E una cittadinanza desiderosa di «porre», come si suol dire in questi casi. Il nuovo Garibaldi allora si chiamava Bettino Craxi. Era il 1986. La camicia rossa Craxi era premier e collocò la prima pietra sul lungomare, nel punto esatto dello sbarco. Due anni dopo, proprio l’11 maggio, nel giorno in assoluto più indicato, la Capitaneria di Porto – che pure era stata presente alla ‘monumentale’ inaugurazione – scrisse al Comune, chiedendo di levare anche quella. E quel poco che fino ad allora era stato costruito. «Il monumento è abusivo». Cose che capitano. Come aveva detto Craxi: «Speriamo che l’opera non rimanga un’eterna incompiuta». Testuale.

Giacomo Di Girolamo e Francesco Timo sono giornalisti. Lavorano per il sito d’informazione Marsala.it e per una radio, RCM101. Insieme a Antonella Genna, hanno curato un libro (imperdibile) che si chiama Non più Mille.

Li incontriamo al caffè Grand’Italia in piazza della Repubblica. Raccontano di come i monumenti al Piemonte e al Lombardo si siano «arenati», scherza Francesco, sul lungomare di Marsala. Al Lombardo, tra l’altro, capitò davvero, quel giorno del 1860.

Tra Garibaldi e Marsala le cose andarono in modo curioso. L’Eroe e i suoi Mille arrivarono nel primo pomeriggio quando a Marsala, per le strade, non c’era nessuno. Pausa pranzo. Garibaldi chiese del sindaco. Assente. E in municipio non trovò nemmeno la carta della Sicilia. Non avevano ancora aperto l’Urp.

Il suo arrivo non fu avversato dai cannoni borbonici, perché due navi commerciali inglesi si trovavano nel porto di Marsala. E del marsala. E così la storia di Garibaldi incrocia quella del vino, che proprio gli inglesi avevano reso liquoroso, aggiungendo dell’alcol per conservarlo nel trasporto. E pare che quella notte i Mille, con il vino, esagerarono. Meno male che nessuno pensò di attaccarli. Altrimenti, niente Calatafimi e niente unità. L’enoteca Garibaldi, che si trova in via Garibaldi, a due passi da porta Garibaldi e dal mare colore del vino, è insomma filologicamente corretta.

A Mussolini nel 1924 e a Napolitano quest’anno, la visita alla bruttura fu risparmiata. Le autorità fecero un giro largo, in entrambe le occasioni.

Ogni volta che si celebra un cinquantenario, del resto, succede qualcosa. In vista del 1910, l’architetto Ximenes fu incaricato di erigere il monumento. 50.000 lire: se le prese il Comune, e Ximenes si dovette fermare quasi subito. Nel 1960, si arrivò addirittura all’approvazione di una legge in Parlamento. 90 milioni: non se ne fece nulla. Troppo pochi. In compenso, una bella regata rievocò il viaggio dei Mille Prodi (così si legge): partenza da Quarto, destinazione Trapani. Per il sommo disappunto dei marsalesi. Una scelta talmente incredibile che è stata replicata qualche mese fa, nel 2010. Perché la storia e le lapidi e le regate si ripetono.

Ora si parla del progetto delle «Mille luci» di Marsala. Garibaldi sbarca nella New York di McInerney? No. L’attuale catafalco, ora ricoperto di scritte (dalla classica «Giusy buttana» al lapidario «Premere il tasto per annullare il sistema») sarà ‘compiuto’ ospitando un museo e la fondamentale «terrazza cocktail», che si chiamerà «lo Sbarco». E come, se no? Una «Repubblica fondata sull’aperitivo». Giacomo pose.

Milioni di euro previsti per la realizzazione del progetto rinnovato. Il sindaco, in occasione dei centocinquanta anni, nel maggio del 2010, aveva promesso: i lavori riprenderanno immediatamente. Siamo ad agosto, e del cantiere nemmeno l’ombra. Con il sole che c’è, tra l’altro.

C’è un finale, non dico buono, ma almeno aperto, rappresentato dai giovani artisti e architetti che si preoccupano di valorizzare l’«incompiuto siciliano». A Giarre, in provincia di Catania, la città delle incompiute, tengono anche un festival (www.incompiutosiciliano.org).

Quella che propongono è un’iniziativa di denuncia associata a una riflessione sul paesaggio, certamente, ma sono proprio convinti che l’incompiuto sia uno stile, anzi, lo stile italiano. Vogliono dare dignità a queste opere interrotte. Senza completarle, ovviamente. Passandole in rassegna, come hanno fatto, in processione, fino alla Biennale di Architettura di Venezia. Un altro viaggio dell’unità.

A Marsala, dal 9 al 20 settembre, si terrà un workshop internazionale. Sul senso dell’effimero. E dell’incompiuto: così un’installazione effimera per definizione sorgerà sull’incompiuto per eccellenza, il monumento mancato ai Mille.

Tutto si tiene, ancora una volta, perché me ne parlò a Verona, ancor prima di partire, un ragazzo che si chiama Enrico. Sgarbi, di cognome. Cosa non ti fanno le omonimie.

Denuncia, innovazione, creatività. Se in Sicilia ci credi, «ti prendono per comunista o per stronzo», dice Giacomo. «Al massimo, per “uno strano”». Ai ragazzi dell’incompiuto è già capitato. E tutti li prendono per pazzi. Del resto, in Sicilia, «o pazzo lo sei da prima, o lo diventi. Ma è anche da queste cose che passano l’innovazione e il cambiamento».

Siamo arrivati, così, a Marsala. Obiettivo raggiunto? Nemmeno per idea. E domani spiegheremo il perché. Sulla via del ritorno, nei titoli di coda. Sperando di non trovarne, però, di coda, perché non sarebbe carino. Risalire la penisola. E metterci centocinquanta anni.

Il monumento di Marsala e il suo lungomare da rifare sono la metafora e, forse, il riassunto preciso dell’Italia in cui viviamo. Tutto si tiene e si spiega, a proposito della nostra famosa identità nazionale.
Il monumento la rappresenta fedelmente, anche per la sua incompiutezza. Che non è necessariamente una cattiva notizia. Anzi, i margini di miglioramento sono tanti, come dicono gli allenatori delle squadre di calcio. O i segretari del Pd.

Le linee di frattura sono riconoscibili. Le incomprensioni fin troppo comprensibili. I ritardi documentati, per filo e per segno. C’è solo (!) bisogno di volontà. E di misura. E di una consapevolezza, sempre attuale. Che l’unità – e la Costituzione – non riguardano il passato. No, riguardano il futuro. Sono davanti a noi, proprio come in quel giorno di maggio del 1860. Chissà se le raggiungeremo.

In attesa di più degno monumento

Il titolo del pezzo di oggi per l’Unità, nell’ultima tappa del viaggio di Ippolito e dell’unità. Qui di seguito il primo contributo siciliano, in attesa del gran finale.
«Qui non si va né avanti, né indietro»: l’unità, la scuola e le camicie rosa
Un Paese che ospita Cefalù non può essere triste. Rileggo i miei appunti ai piedi della cattedrale, tra turisti francesi e spagnoli. C’è un sole giaguaro e un caldo torrenziale. Per il poncho garibaldino, le temperature sono troppo elevate. Va bene una t-shirt.

È un’insegnante precaria, Caterina Altamore. Mi parla dello sciopero della fame iniziato una settimana fa a Palermo da parte di tre colleghi. Uno è stato ricoverato la scorsa notte. Caterina è la dimostrazione vivente che gli statali e gli insegnanti non sono tutti fannulloni, come piace a qualcuno. Ha insegnato per un anno a Palazzolo sull’Oglio, Brescia. Molto lontano da casa sua e dai suoi affetti. Mi parla della difficile interlocuzione con il mondo della politica, «con chi di dovere»: Lombardo aveva promesso un anno fa un tavolo di confronto, che però non è mai stato aperto. E i partiti spesso sembrano distanti.

Mila Spicola è stata un mese a Roma a preparare il Forum della Scuola del Pd, che si terrà a fine agosto. Dice che finalmente il partito è tornato a occuparsi di scuola, dopo una lunga assenza. Del resto, il nostro problema, in generale, è che ci preoccupiamo troppo di noi stessi: «se sprechi le energie al tuo interno, poi ne hai poche da dedicare ai cittadini».

«La scuola s’è persa», dice Mila. E c’è bisogno di una presenza della politica, ancor più importante delle «azioni eclatanti». C’è bisogno di un’attenzione speciale. Ci sono dieci milioni di cittadini che vivono di scuola. Un milione di insegnanti e nove milioni di studenti, dice Mila. «Li possiamo abbandonare?».

Lei si occupa soprattutto dei «nativi digitali», perché i ragazzi di oggi vivono in un “mondo nuovo”, da cui non possiamo prescindere. Ma poi mi dice che la sua preoccupazione maggiore, per l’anno scolastico che inizia, è avere in classe un bambino che soffre di autismo che non può avere il sostegno. Si chiede come farà. Ce lo chiediamo anche noi.

Mila mi parla della necessità di «una politica del sottovoce», attenta agli argomenti e non alle chiacchiere da talk show. Ne sente un gran bisogno, come tutti. Parla di «valore sociale del silenzio» e dell’urgenza di una riflessione più seria. Eppure quel silenzio dovrà farsi sentire, nei prossimi mesi, se, come pare, le cose dovessero precipitare verso nuove elezioni. Dovremo trovare il modo di argomentare, di non farci “avvelenare i pozzi” dalla solita canea e dalla confusione di cui la politica italiana sembra non riuscire a liberarsi. Un dibattito pubblico urlato, superficiale e, spesso, volgare. Da superare di slancio.

La scuola è mobilità sociale e cultura. È libertà e cittadinanza. È un tema che riguarda certo gli insegnanti e gli studenti, ma allo stesso modo la società nel suo complesso. Averlo dimenticato, da parte nostra, è stato un grande errore, averlo negato uno dei grandi ‘crimini’ del berlusconismo. E l’Italia è l’unico Paese del mondo occidentale che in tempi di crisi abbia tagliato sulla formazione e sulla ricerca. E la cosa però sembra non sorprendere nessuno. Forse questa battaglia di civiltà l’abbiamo già persa.

C’è un sacco di cielo a Pollina. Dal castello e dal teatro all’aperto si domina la Sicilia. Il mare, le Madonie. Quando fa bello, anche l’Etna. Il sindaco è Magda Culotta. Ha venticinque anni. Ti richiama dopo aver ricaricato il cellulare. Le mancano due esami della specialistica. Studia anche di notte. Dice che vuole finire, perché altrimenti avrebbe paura di non terminare il corso di studi in economia e sviluppo locale. Quando l’hanno candidata, però, ha accettato. E sembra davvero entusiasta di averlo fatto.

Le piacciono i «giovani dentro», perché ci sono ventenni che esprimono «una politica che risale a due generazioni fa». Vuole estendere la raccolta differenziata e riportare la gestione dell’acqua in mani sicure (e pubbliche). Parla con competenza di barriere architettoniche e di efficienza energetica. Le piacerebbe avviare l’esperienza dell’“albergo diffuso” nel fantastico borgo di Pollina. E ci fa venire voglia di visitare il ‘suo’ territorio.

Dice che guarda alla politica nazionale con rispetto e quasi con soggezione, «in punta di piedi», anche se le dispiace che il Pd a volte appaia così «sgretolato». Si prepara alla «festa della manna», una sostanza che si ottiene da incisioni nella corteccia dei frassini. Una ‘specialità’ locale, che serve per i dolci e per i medicinali. Magda intende valorizzarla, la manna. E una manna deve essere sembrata ai cittadini di Pollina, 3000 abitanti, la candidatura di una giovanissima, dopo dieci anni di governo di una lista civica vicina al centrodestra, «abitudinaria» e ferma all’«ordinaria amministrazione». Più di seicento voti andati da una parte all’altra e, finalmente, la vittoria dei ‘nostri’. Magda è modesta ma sicura di sé, determinata e seria quando parla del suo incarico. E ascoltarla fa bene. Anche alla politica.

Chissà che all’unità d’Italia non siano mancate le donne. Del resto, anche se spesso i manuali non lo ricordano, con i Mille ce n’era una soltanto. Rosaria, la moglie di Crispi. E forse una delle chiavi dei nostri ritardi, la possiamo trovare proprio qui. Camicie rosse e quote rosa, insomma. Per cambiare. E perché diventi un fatto normale, in questo Paese, che un Comune sia governato da una giovane donna.

Si parla di futuro, oggi. E ci si prepara alla campagna elettorale. Ripartendo da scuola e cultura. E allora si va a Calatafimi. Un nome che sa di sussidiario e di toponomastica. Un piccolo centro che fa Comune con Segesta. Per dire che la storia qui ha un senso. Eccome se ce l’ha. Da millenni.

A pochi metri dal tempio più bello, la battaglia del 1860. I Mille sbarcano a Marsala e si dirigono verso Palermo. La strategia degli avversari è semplice: vogliono giocare d’anticipo e sbarrare la strada verso la città. La località in cui s’incontrano si chiama Pianto Romano. Le truppe borboniche sono su in alto e i garibaldini partono svantaggiati (nei sondaggi?). Si affidano ai tiratori scelti – «i più capaci e meritevoli», quelli che sanno come centrare il bersaglio – per cercare di contrastare l’artiglieria dei nemici.

A un certo punto, il vicesegretario Nino Bixio ha un attimo di smarrimento e pensa di ritirarsi. Il segretario non è d’accordo. La famosa frase non sarebbe però: «Qui si fa l’Italia o si muore». Ma: «Qui non possiamo andare né avanti, né indietro». Che probabilmente fotografa meglio la situazione. Anche la presente, per capirci. E allora i Cacciatori delle Alpi (senza fazzoletto verde) lanciano l’assalto ai soldati avversari, che, guidati da Francesco Landi (probabilmente un finiano dell’epoca), retrocedono.

È una splendida vittoria, insperata, miracolosa. Che apre a Garibaldi e ai suoi la via di Palermo e della grande impresa. Domattina ci passiamo. E poi Mazara. E poi Marsala. Siamo a “cento passi” dalla nostra meta. Una meta strana, per la verità. Perché il nostro viaggio da lì inizierà. E faremo sul serio.