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Ah, le referenze

Mi chiedo se si renda conto di quello che dice:

Minetti: «Chiesi di lei a don Verzé, che mi diede garanzie. Adesso ne sono ancora più convinto: in politica non ci devono essere privilegiati».

Nicoli non faceva parte della mia componente.

Per il resto Daccò era mio amico da vent’anni, ma non aveva incarichi dalla Regione.

Con il San Raffaele c’erano solo rapporti nelle prestazioni sanitarie.

Nessuno strapotere di CL.

Feci tante telefonate, non solo a Martino.

E il problema vero è solo che do fastidio.

Dichiararsi estranei

Il perfido Popolino nota che qualcosa si è incrinato nella proverbiale sicumera di Formigoni.

La voce si rompe, l’agitazione si manifesta, attraverso i microfoni delle molte televisioni accorse.

Anche gli argomenti appaiono fragili più del solito: il tentativo del presidente della Lombardia è quello di spiegare che lui e la giunta regionale non c’entrano con le vicende del caso Nicoli, perché Nicoli non faceva più parte della giunta. Da un anno a questa parte, aggiungiamo noi, perché Nicoli, di quella giunta, è stato a lungo importante assessore. Anche all’Ambiente, per capirci.

E non dice, Formigoni, che un altro protagonista delle sue giunte (numerose, è al governo dal 1995, e questo è il primo problema) che si chiama Marco Pagnoncelli, già assessore all’Ambiente e ora delegato dalla presidenza della Regione ai rapporti con gli Enti locali, era stato a lungo socio d’affari e consulente dell’imprenditore Locatelli, arrestato insieme a Nicoli in questa brutta vicenda. Un aspetto non rilevante sotto il profilo penale, ma sotto il profilo politico sì. Eccome.

E non precisa, Formigoni, che la sua Arpa – la cui organizzazione ha sempre difeso dagli attacchi di quei cretini come noi che spesso hanno segnalato opacità e inefficienze – si è dimostrata al di sotto dei requisiti minimi di una Regione tanto innovativa che solo fino a qualche anno fa lanciava la sfida dell’idrogeno, delle autostrade verdi (proprio quella Brebemi al centro delle indagini) e di un nuovo modello di mobilità e di contrasto all’inquinamento. Bei tempi.

Non dice, Formigoni, che la Lombardia è aggredita dalla criminalità e dalla corruzione proprio in campo ambientale, quel campo che Formigoni stesso si è a lungo attribuito, come opzione strategica fondamentale per un uomo di Stato del futuro.

La difesa, che pur riconosce la gravità estrema dei fatti contestati all’esponente del Pdl, è molto al di sotto delle aspettative. Perché il «chiamarsi fuori» di Formigoni può valere solo sotto il profilo giudiziario, ma dal punto di vista politico perde ogni giorno che passa qualsiasi consistenza e plausibilità: perché ogni volta – dalle firme alle bonifiche, dalla sanità ai rifiuti – Formigoni c’era, ma si dichiarava puntualmente estraneo. Quasi che le vicende contestate alla Regione Lombardia o a imprenditori amici non lo riguardassero.

Tra mozzarelle in arrivo, conversazioni con indagati della P3, mogli di ex assessori che si dichiarano colpevoli, false fatturazioni di imprenditori delle bonifiche vicini a CL, citazioni di esponenti politici a lui vicini in conversazioni tra boss della ‘ndrangheta, imprenditori con la tonaca che immaginavano flotte aeree, banconote tra le pagine dei libri, il problema di Formigoni è che la sua dichiarazione di estraneità gli consiglia ormai soltanto una cosa: dichiararsi estraneo del tutto e lasciare ad altri il governo della Regione.

Dopo vent’anni, farebbe bene anche a lui.

Sostituire “Regione Lombardia” con “Infrastrutture Lombarde”

La Regione Lombardia ha deciso di chiudere. No, non è per via delle indagini. O delle firme. O della carriera del suo presidente, che ormai da anni scalpita per andare a Roma. Figuriamoci. Quelli mica sono argomenti.

La Regione ha deciso di chiudere perché ha passato tutti i suoi poteri a una sua ‘controllata’, che si chiama Infrastrutture Lombarde. Ora IL, che già si prende cura dei destini di mille cosette (ospedali, infrastrutture, ma anche della nuvola milionaria all’ultimo piano del Pirellone e della Villa Reale di Monza), si occuperà anche delle bonifiche, uno di quegli argomenti che hanno riempito le cronache locali degli ultimi anni. Ed erano nere, le cronache, per intenderci.

Anche in questo caso, come già nei precedenti, IL sarà stazione appaltante e la Regione le riconoscerà 2 milioni di euro per attivare la convenzione (bilancio 2011-2012). Per ogni intervento, poi, la Regione darà una commissione a IL e ovviamente pagherà anche (e in più) per attività progettuali, analisi, rilievi, indagini, proposte di riqualificazione, assistenza tecnica e specialistica, coordinamento della sicurezza, parcelle per collaudi, parcelle per responsabilità dei lavori, direzione lavori, spese di gara.

Tutto all’insegna del patto di riservatezza, previsto dall’articolo 14 della convenzione. Con buona pace, tra le altre cose, dell’accesso agli atti e del potere di controllo e di verifica da parte delle opposizioni e più in generale dell’aula. Outsourcing decisionale e politico totale, insomma, come è progressivamente accaduto in questi anni, all’insegna del famoso modello lombardo.

Una cosa è certa: la prossima volta non sarà più il caso di candidarsi per il Consiglio regionale, sarà necessario candidarsi per il consiglio di amministrazione di Infrastrutture Lombarde. Vuoi mettere?

Sicurezza e territorio: sì, ciao

Da anni qui si sente parlare di sicurezza e di territorio. Anzi, per la precisione, di sicurezza e di radicamento. Nel territorio.

A nessuno, però, in tanti anni di propaganda spinta fino agli eccessi è venuto in mente di associare i due termini. Anzi. La sicurezza del territorio è proprio quello che ci siamo curiosamente dimenticati, nell’azione amministrativa. Ed esplode in molti casi giudiziari, proprio nel ‘profondo’ Nord, dove molti leggevano Gomorra con distacco e fastidio, perché la politica non solo non se ne è fatta carico, ma ha addirittura aggravato la situazione.

Perché abbiamo messo videocamere, militari, ronde e pettorine catarifrangenti a ogni incrocio, ma del movimento terra e delle discariche abusive, dell’inquinamento delle falde e delle infiltrazioni (any sense) della criminalità organizzata ci siamo occupati pochissimo. Erano temi da ambientalisti. E si sa, con l’ambiente, come con la cultura, non si mangia. Adesso abbiamo scoperto, per altro, che non si può nemmeno bere, perché la questione riguarda proprio la falda. Che sorpresa.

Il cromo esavalente sversato (parola brutta come quello che descrive) nei campi non è un argomento da manifesto: un tunisino funziona meglio. Com’è del resto molto facile essere forti con i disperati e deboli con i prepotenti.

Per dirla con uno slogan che forse capiscono anche i nostri bravi amministratori, la politica della sicurezza dovrebbe radicarsi nel territorio. Proprio qui, dove una volta era tutta padania. E forse qualcuno si è accorto che la storia che ci hanno raccontato non era vera. Perché la storia si svolgeva da un’altra parte. Dove non c’erano telecamere. No. Le telecamere si spegnevano, da quelle parti.