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Little Italy

A grande richiesta (si fa per dire) la collezione dei post per il Post dagli Stati Uniti. Un piacere e un privilegio poter fare (e raccontare) questo viaggio.
In sintesi:
L’immigrazione, da Ellis Island a Tijuana. Il Tea Party, da Arcore a San Diego. La bomba a Times Square e la macchia nera nel Golfo. Un beignet a New Orleans, Capitol Hill con qualcuno che incontra Clinton per caso (ma io non c’ero), a cena con Nina e Trevor parlando di Move On, e poi con Francesca e Giovanni, un vaticanista per amico, un brillante austriaco, un danese di cui non si può fare a meno, un geniale irlandese, una grintosa reporter di Budapest. Il Dipartimento di Stato, cavoli. Un gumbo che ti fa venire in mente l’Africa, il Lincoln Memorial che si chiama così anche perché ti ricorda un sacco di cose, la Costituzione a Philadelphia, una partita degli Yankees che mentre ero lì perdevano di brutto (poi sono andato via ed è cambiato tutto), l’Iowa di Obama e quello di Cedar Rapids, il Mississippi e il Potomac e l'Hudson, il vento e gli oceani, la spiaggia di Coronado, le foche e la natura dappertutto, i bei giorni che passano e voi lasciateli passare, i controlli sempre e comunque, la biblioteca del Congresso, Thomas Jefferson e Alexis de Tocqueville, i rivoluzionari d’altri tempi e l’Health Care e le borse da sistemare, la legge dell’Arizona e le ronde del deserto, l’orgoglio (e il pregiudizio) di essere italiani all’estero, il ponte di Selma e quella notte a Chicago, l’iPad che non ho comprato, Ground Zero, l'alligatore per cena, il jazz in Frenchmen Street, i conservatori e i riformisti dell’Illinois, Katrina, la Statua della Libertà. Già. La libertà. E Little Italy. La nostra.

Laissez les bons temps rouler

Un bel motto, direi, a cui appellarsi nell'ultima giornata a New Orleans e negli States, prima del defatigante viaggio di ritorno. Il lungo addio sarà accompagnato da un ottimo jazz e dalla compagnia dei quattordici colleghi europei (tra cui ricordo l'assessore austriaco, il direttore di dipartimento di Copenhagen, la giornalista ungherese, il 'capo' degli studenti irlandesi). Pare che a questo stesso programma abbia partecipato, un tempo, Tony Blair, ma anche parecchia gente che non ha fatto molta carriera, per cui non è il caso di tirarsela più di tanto. Anzi. Girare il mondo, per noi italiani soprattutto, è un bel bagno di umiltà. E qui di acqua ce n'è parecchia.
L'importante è esserci stati, da Washington a Nola (che non è la città di Giordano Bruno, ma uno dei tanti nickname di New Orleans), passando per Philadelphia, New York, Iowa City, San Diego. L'importante è avere imparato qualcosa, dai mille appuntamenti e (molto di più) dalle sensazioni registrate in questo breve passaggio nella vita degli Usa.
Il mondo è piccolo e l'Italia non è poi così lontana, e non solo perché una persona che ci ha ospitato per cena conosceva una fotografa brianzola che conosco anch'io (mutual friend: il concetto fondamentale della nostra epoca). Le ha fatto le foto per il matrimonio, sul lago di Como, ovviamente. Ma non solo per questo l'Italia – per certi versi (non sempre i versi giusti, purtroppo) – tende ad assomigliare agli Stati Uniti e ho cercato di raccontarlo, in questo diario un po' strano.
Mi porto a casa un po' di grassroots, un po' di politica fatta bene (anche sul web, questo sconosciuto), ma anche un bel po' di individualismo e di conservatorismo d'altri tempi. Nella valigia cercherò di farci stare qualche souvenir di Move On, mentre non è proprio il caso che porti a casa il Tea Party perché quello, in Italia, già ce l'abbiamo. Governa da vent'anni, prendendosela con il sistema perché nulla funziona, a cominciare dalle tasse e dagli stranieri. Già.
Ci sono il vento e il Mississippi, ci sono la macchia e le polemiche, c'è il ricordo di Katrina. E New Orleans è bella sul serio, non solo perché te la consigliano tutti, sempre e comunque. C'è molta provincia, anche qui, e mi sento un po' a casa. C'è anche un'aria da perenne carnevale (Mardi gras, lo chiamano questi nostalgici) e il perenne carnevale è anche la metafora migliore per descrivere l'Italia, con la casa di Scajola, la lista di Anemone, Bondi che non va a Cannes anche perché nessuno l'aveva invitato, B che tutto sommato continua a spadroneggiare. Come se niente fosse.
Molti si sono chiesti che cosa facessi qui, ma è inevitabile chiedersi cosa ci facciamo noi in Italia e perché non diamo una 'mossa' (move on, appunto) a noi stessi e al paese che abbiamo ereditato da una classe dirigente irresponsabile e un po' triste, con lo sguardo incapace di aprirsi sul mondo, desolatamente inutile. E pensare che dell'Italia tutti pensano un gran bene, nonostante tutto. Ecco, forse dobbiamo ripartire da qui.

Napoleone, l'americanoS

iamo agli sgoccioli. Per il Post, come sempre, da New Orleans.
Sono a New Orleans e nel novero delle connessioni wifi disponibili il computer mi segnala la rete Voodoo, che fa pensare a collegamenti ultramondani e a contatti spirituali. Direi che per questa volta mi esimo.
A flood of words (l'etimo di logorrea è rispettato, perché i nostri interlocutori hanno molto da raccontarci) è ciò che ci accompagna mentre discutiamo dell'uragano Katrina (siamo indietro di una catastrofe, insomma). Pare che già allora ci sia stata una marea nera di petrolio, ma con tutto quello che è successo nel 2005 è finita in secondo piano. Intanto, i tentativi di recuperare il greggio proseguono, tra mille difficoltà, a qualche chilometro da qui.
A quasi cinque anni di distanza, quella tragedia biblica ha lasciato una scia di morte e di distruzione. Visitiamo i luoghi più colpiti dall'inondazione, dove l'acqua arrivò, in quei giorni, fino al secondo piano (di case a un piano solo). C'è chi è scappato e c'è chi è rimasto, magari alzando la casa come se si trattasse di una palafitta (eventualmente adibita a garage, nella parte sottostante), qualcuno addirittura predisponendosi all'inondazione con una sorta di casa anfibia, tipo l'arca di Noè. Pronta a sollevarsi e a 'natare'.
Tutti mi avevano detto che mi sarei trovato in una città europea, ma a me New Orleans sembra l'Africa, e non solo per il ricordo della schiavitù (sono stato in Senegal, nel posto 'esatto', l'île de Gorée, da cui gli schiavi erano costretti alla deportazione), né per le suggestioni che porta con sé la lettura della bella biografia del Presidente appena pubblicata da David Remnick, che muove proprio dal ponte di Selma e dalla sfida secolare che Obama incarnerebbe (per la cronaca, il titolo è proprio The Bridge).
C'è un clima (subtropicale), un profumo (milioni di miglia lontano dalla East Coast), un sapore (il mitico Gumbo) e una luce che mi ricorda qualcosa di già visto, tra il Niger e l'Oceano Atlantico. Anche senza bisogno di dover ricorrere alla musica, che qui è un fatto collettivo, quotidiano, antropologico.
C'è poco da fare, qui ci sono i blacks, qui siamo nella più nordica delle città caraibiche (lo dicono le guide) e una cassiera, che mi chiede il passaporto (perché negli Usa, come già nel Pd, a 34 anni rischi di passare per minorenne), si ferma a pensare e mi chiede: lo sai che sei nato lo stesso giorno del presidente Obama? Non pensavo che nessuno me l'avrebbe mai chiesto. Sarà indietro nei polls, ma è ancora molto amato dalla sua gente.
Oggi, a proposito di Obama, quel giornalaccio di Usa Today spiega che a fare grandi cose si perdono i voti (mi chiedo perché li perda il Pd, allora…). Obama risponde così, modestamente immodesto, come sempre: «There are always costs in doing big things».
Infine, sempre a proposito di immodesti, a pranzo si mangia chez Napoleone, nel bel mezzo del quartiere francese (che in realtà è spagnolo, per dire), e il motivo per cui il ristorantino si chiama così è che qualcuno a un certo punto pensò di ospitare Napoleone in quella casa di New Orleans, portandolo via da Sant'Elena e da quella noia che alla fine si rivelò mortale (ben prima che i pirati guidati da Jean Lafitte potessero farlo scappare, restituendolo alle sue grandi imprese). Ve lo immaginate Napoleone negli States? In realtà, per certi versi, è come se Napoleone, negli Usa, ci fosse stato davvero. A guardare la storia al rovescio, s'intende, dalla rivoluzione alla democrazia da esportare. Take away. Proprio così.
P.S.: e pensare che i francesi avevano mollato la Louisiana (che allora si estendeva per mezzo continente, fino al Canada) per qualche milione di dollari. C'era la guerra, allora, e Napoleone aveva bisogno di pagare un po' di debiti. Cose che capitano, nel corso dei secoli.
P.S./2: sto cercando di spiegare agli amici americani le «primarie guidate dai dirigenti del partito» di cui si discute in Italia. Non capiscono come sia possibile trasformarle in questo modo. A dirla tutta, nemmeno io.

Ha ben piccole foglie, la pianta del tèI

l Tea Party di San Diego schiera tre signore (patriote, si presentano) a confronto con i quindici more or less giovani leader europei. Si presentano come responsabili della Tax Revolt Coalition della California del Sud (qui il sito, con la campagna pro Arizona e tutto il resto). Le tre signore – soprattutto la terza, che sembra una Sarah Palin in salsa californiana – hanno qualcosa delle «casalinghe disperate», ma sono convinte e le ascoltiamo con rispetto.
All'inizio dell'incontro ci distribuiscono la Costituzione americana, ci spiegano a loro modo il No taxation without representation e quando Pedro dal Portogallo dice che però loro la representation ce l'hanno, la terza – quella incazzosa – sbotta: no, Washington è lontana, è piena di burocrazia, non rispettano il mandato ricevuto dagli elettori. Cose così.
Shane dall'Irlanda cerca di interloquire, sostenendo con precisi riferimenti che l'organizzazione dello Stato è cosa complessa, ma la terza – che interrompe, as usual – non è d'accordo, perché qui si pagano tasse che finiscono nelle tasche dei grandi politici e, insomma, è tutto un "magna magna".
Sono tutte e tre decisamente contrarie all'intervento dello Stato – spiegano che è una questione costituzionale, negli States – e i socialdemocratici d'oltreoceano si dimostrano un po' preoccupati (e, forse, interdetti). L'unico intervento che ammettono, ovviamente, è quello sui clandestini, perché loro non ce l'hanno con gli immigrati regolari (legal), ma con quelli irregolari (illegal). Dice quella moderata delle tre che non c'è ragione etnica (facendo il segno delle virgolette con le dita, quando dice etnica), ma solo una questione di opportunità per l'economia americana. Subito dopo attaccano con l'agricoltura, senza rendersi conto che è l'agricoltura uno dei massimi 'aggregatori' di clandestini, ma tant'è.
Vanno un po' in confusione sulle spese militari e sulla sicurezza e non paiono molto pronte sulla misure da prendere in campo finanziario, ma non c'è problema: a loro interessa rappresentare i ceti medi e i piccoli imprenditori, travolti dalle scelte sbagliate del governo e da un sistema fiscale che a sentir loro è prossimo al cannibalismo (oggi, per altro, sui giornali abbiamo letto che mai la pressione fiscale è stata così bassa come ora).
Parlano di libero mercato, di responsabilità fiscale e di libertà, perché questi sono i tre capisaldi del movimento.
A un certo punto quella delle tre patriote che pare essere la leader del gruppo spiega che «loro sono cittadini, non politici» e allora ho capito dove avevo già sentito tutte queste cose. Ovviamente le avevo sentite – e viste -nell'Italia del 1994 che è quella in cui ancora viviamo (a parte la Costituzione, ovviamente, che non mi è mai stata consegnata da un esponente del partito del tè locale…).
Basta tasse, basta Washington, basta con il teatrino della politica, chi fa da sé, fa per tre (le tre del Tea Party).
Jacob da Copenhagen (che è uno serio) suggerisce però di riflettere. Dice che questo sentimento contrario alla politica istituzionale è pericoloso. E penso anch'io che, al di là della formulazione a tratti barbara, la questione della rappresentanza sia un problema molto serio in tutta la politica contemporanea. E che la promessa di Obama di rendere tutto trasparente alla Casa Bianca (anche Obama partì con una durissima critica al sistema politico della Capitale, ve ne ricorderete) debba essere più (e meglio) rispettata, per evitare che questi movimenti prendano piede. E che la questione fiscale sia strettamente legata a quella democratica.
Le tre del Tè ce l'hanno con Bush, con il governo della California e anche con la stessa Palin (forse per ragioni competitive) e pretendono che nessuno tra i politici "metta il cappello" sulle loro iniziative, che dicono essere molto popolari e in costante crescita di adesioni. Alla fine dell'incontro le salutiamo dicendo loro che l'appuntamento successivo riguarda la sezione di San Diego della ACLU (quelli dei diritti civili) e la patriota nel ruolo di leader prorompe in una risata che sembra uno sketch di Paola Cortellesi. «Buoni, quelli», commenta. Già. Come diceva il poeta, «ha ben piccole foglie, la pianta del tè».

Nel caso

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San Diego, CA.

Messico e nuvole

Prosegue il racconto americano per il Post.

Sono stato al confine tra San Diego e Tijuana, quella della canzone. Sicuramente la frontiera più trafficata del mondo occidentale. Da una parte, il Messico, con la metropoli che si sviluppa fino al muro di confine. Dall'altra gli Stati Uniti, con una larga fascia di rispetto, senza nemmeno un'abitazione, nella quale trova sede, però, uno sconfinato centro commerciale. Tre bandiere accolgono il 'visitatore' allo scalo dei tram: quella americana, quella californiana e quella di McDonald's.

Per andare in Messico, ovviamente, ci si mette un minuto. E chi vuoi che ti controlli? Per fare il percorso opposto, invece, puoi affidarti a San Ysidro, a San Antonio de Padua e a tutti i tuoi protettori, perché ci puoi morire di vecchiaia.

Siccome sono un ragazzo che si documenta, mi sono letto un libro di un giornalista, David Bacon, che s'intitola Illegal People. Una lettura di grande interesse, credo, perché affronta il problema dell'immigrazione all'interno del Nafta (l'accordo commerciale che, guarda un po', non è intervenuto sul tema). L'autore è convinto, esattamente come molte delle persone che i quasi giovani quasi leader hanno incontrato in questi giorni: ci vuole «a real legalization program», perché questo programma «would benefit a broad range of working people, far beyond immigrants themselves». Molto oltre. 

Bacon segnala che nel dibattito negli Usa (che sembra di essere a Adro, a volte) coloro che propongono restrizioni nei confronti dell'immigrazione di solito sostengono che riguardino soltanto gli immigrati senza documenti ('illegali' o 'clandestini', se preferite). Ma si tratta di una distinzione strumentale, ideologica e certamente molto conveniente per le grandi compagnie, che – a cominciare dall'agricoltura industriale (endiadi fantastica) – traggono grande vantaggio dall'avere così tanti immigrati irregolari. Dodici milioni di lavoratori in nero, facili da licenziare, che producono ricchezza guadagnandoci pochissimo e che pagano anche un po' di tasse, senza poter accedere ai servizi previsti per i cittadini e per gli immigrati 'regolari'. Ovviamente tutto questo è iniziato dopo il 9/11, perché tutto, all'origine, è determinato da ragioni di sicurezza. Già. Non importa che i messicani siano poco islamici, per capirci.

Pare che negli Usa quando i Democratici cercano di assomigliare ai Repubblicani poi perdano le elezioni. Succede anche in Lombardia, quasi quasi scrivo un messaggio a Bacon. E pare che la legge dell'Arizona, di cui ora si fa un gran parlare, sia stata preceduta da interessanti iniziative, fin dal 2007, nello stato del Mississippi (burning?). Lì è direttamente il KKK a proporre le «ordinanze», per capirci: «stop the Latino Invasion», già. E quando il KKK chiama, i legislatori repubblicani si muovono prontamente, avanzando la 'bellezza' di 21 proposte di legge sull'argomento, proposte che assomigliano molto ai pacchetti sicurezza avanzati e, a volte, approvati anche "qui da noi".

Ovviamente, poi, quando si vota i Latinos, come già i neri, contano parecchio, e allora l'approccio cambia e si fa più ragionevole e complessivo. La verità è, però, che questo tipo di immigrazione, che produce clandestini rendendo tutto più rigido e complicato, favorisce i ricchi e penalizza i poveri, a prescindere dai gruppi etnici di cui fanno parte. Quando ce ne renderemo conto, probabilmente, sarà troppo tardi. E per cambiare, sostiene Bacon, ci vuole qualcosa di diverso nella proposta politica, che si occupi dei diritti fondamentali per tutti e di politiche più avanzate per la casa, il lavoro, il welfare. Per quanto riguarda gli accessi, al di là della propaganda, serve una soluzione, che però, negli ultimi anni, il Congresso non è riuscito ad individuare. Se un permesso («a temporary-work visa») limitato nel tempo, se un programma rinnovato per i lavoratori provenienti dall'estero, se un nuovo «framework» in cui inserire la cittadinanza (che comunque da noi è ancora più difficile da ottenere). Temi da affrontare, da Tijuana a Brescia. Perché la globalizzazione ha creato anche forti analogie tra quello che si discute a San Diego e quello che dibattiamo noi, 'radicati' nella provincia della provincia dell'impero. 

Tutto il mondo è paese. E, siccome si parla di nuvole non solo vulcaniche, e di faccia triste dell'America, segnalo che a San Diego il cielo è nuvoloso. Quindi, con tutta probabilità, niente Coronado Beach. Peccato.

«Prova in cucina»I

eri sono stato in una riserva indiana. Sì, proprio quella del manifesto della Lega. «Loro hanno subito l'immigrazione, ora vivono nelle riserve». Già. Peccato che nonostante il viaggio periglioso attraverso l'oceano, con le caravelle e con il Mayflower, gli europei non fossero venuti qui per servire nei fast food, pulire le camere d'albergo e accudire vecchi e piccini. Piccole differenze.
Le riserve, in ogni caso, sono tristissime. E ho pensato, però, che anche noi ci stiamo chiudendo sempre di più in una riserva, ricca e preoccupata soprattutto di difendersi da chi lo è di meno. L'altra sera, passeggiando per San Diego, ho notato come non ci fossero che sporadici latinos nei ristoranti e in coda per entrare nei locali. No, per vederli bisognava attendere la mattina successiva, molto presto. Perché a quell'ora erano pochissimi i bianchi, invece.
Viene in mente quella scena di Good Fellas, quando la moglie dice al marito che vorrebbe andare in un posto dove non è mai stata e il marito le risponde: «prova in cucina!». Anche i latinos, per ora, possono stare tranquillamente in cucina, salvo tornare utili quando si vota. Il punto, ci dicono gli esperti, anche negli States, è la regolarizzazione dei 'clandestini', che qui apostrofano con l'aggettivo 'illegal', per distinguerli da quelli legali (e costruirci un po' di sofisticate teorie sulla differenza tra immigrazione regolare e irregolare).
Il confine è a una manciata di miglia, ma nel centro di San Diego è come se non ci fosse. Da Tijuana, però, arrivano migliaia di persone al giorno. I 'clandestini', invece, sono stati trasferiti un po' più a est, lungo un confine di 2000 miglia presidiato dalla polizia e da qualche volontario molto armato (le ronde del deserto, devono essere). In compenso, arriva molta droga, perché pare che negli Usa se ne faccia largo consumo. Droga e lavoro nero: storie già sentite.
Gli Usa sono il paese che accoglie il maggior numero di immigrati, da sempre. E oggi l'immigrazione rappresenta uno dei principali temi di confronto tra i due maggiori partiti (per non parlare del Tea Party, che incontreremo lunedì, e ne vedremo delle belle): al centro del dibattito, la riforma federale finora mancata e la legge dell'Arizona, ma anche il fatto che nonostante tutte le barriere che sono state elevate negli ultimi anni si faccia fatica a fermare il flujo, di persone e di stupefacenti. Due giornalisti che 'coprono' la frontiera ci dicono che tre operazioni sono soprattutto necessarie: tenere il conto economico dell'immigrazione (in termini soprattutto di tasse pagate e di contributo fornito dagli immigrati all'economia americana), procedere alla messa in regola di chi lavora, riformare in senso più realistico e meno ipocrita il sistema degli accessi regolari, che attualmente è complicatissimo, quasi come da noi.
Oggi andiamo a visitare il confine. Vi racconterò.

Blowin’ in the wind

Il nono post, ancora dall'Iowa (verso la California, però).
L’Iowa è un posto strano, soprattutto perché sono nel posto sbagliato per poter parlare di Iowa, dal momento che Iowa City, a dispetto del nome, ha poco a che fare con l’Iowa. Sul serio. È una città democratica, sono tutti universitari, ha il più alto tasso del Paese per quanto riguarda i frequentatori della biblioteca (pare ci siano più utenti che abitanti, a Iowa City, robe da matti) e in città si tiene una infinita rassegna di letteratura tra le più sofisticate del pianeta. Stamattina, andando a fare colazione, ho incontrato un gruppo di ragazzi che leggevano l’Iliade in greco (antico, perché di quello moderno diffidano tutti, di questi tempi) come se fosse la cosa più naturale del mondo. I fratelli Coen a questi qui gli fanno un baffo.
Parlando dell’Iowa, ho capito un po’ di cose. Che per esempio come Stato, con i suoi tre milioni di abitanti, non conta quasi niente, è solo una specie di satellite intorno a Chicago, però sappiamo che è fondamentale per le primarie e il sistema dei caucus consente di avvicinare parecchio l’elettorato ai leader di ciascun partito. A questo proposito, nell’ultima campagna elettorale Obama vinse, sono tutti d’accordo, perché fece un lavoro specifico e rivolto esplicitamente alla popolazione locale: più che al famoso radicamento, la sua organizzazione si dedicò al "movimento sul territorio", mobilitando a sua volta migliaia di volontari. Hillary aveva una strategia nazionale. E sbagliò clamorosamente, giocandosi probabilmente, proprio in questo piccolo staterello del Midwest, la campagna delle primarie. Perché sappiamo che in politica chi ben incomincia… già.
Qui ci sono un po’ di contraddizioni. Tipo che c’è Slow Food, ma ci sono anche un sacco di allevamenti industriali e di farm che sembrano delle macchine da guerra. E ci sono, ovunque, anche gli Ogm. Poi ci sono i conservatori più conservatori, però ci sono anche i matrimoni gay, autorizzati dalla Corte, e le unioni civili anche da prima, tanto che qualcuno dice che quanto a diritti civili l’Iowa è più avanti della California. Boom.
Qui c’è anche un vento che ti porta via. Poi per forza ci mettono le centrali eoliche. E l’Iowa è il secondo Stato in assoluto (il primo è il Texas, ma non vale, perché è grande chissà quante volte) per la produzione di energia con questo tipo di tecnologia, quella dei mulini a vento. Del resto, a Cedar Rapids, dove incontriamo gli eolici, ci sono le rapide (questa era facile) e c’è stata recentemente una devastante alluvione. Qui la natura conta. Parecchio.
Siamo rimasti in cinque dei quindici young european (more or less) leader del programma del Dipartimento di Stato. Gli altri li incontreremo di nuovo a San Diego. Nel frattempo, come nelle più triviali tra le barzellette, ci sono una tedesca, un danese, un austriaco, un bulgaro e un italiano. A quest’ultimo hanno spiegato che di italiani in Iowa ce ne sono pochi. Una ragazza che di cognome fa Benzoni e di nome Sharon (!) sostiene di essere irlandese di origine, una cameriera mi chiede se sono aitalian: ecco come ci si sente, da italiani, nell’Iowa. Ora si va a San Diego, dove ci sono i latinos: del resto, sono latino anch’io, no? Ci vediamo in California.

Snowglobalisation

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Non è il Paradiso, è la Provincia

Ottavo post per il Post, dall'Iowa. Qui li trovate più o meno tutti.
«It’s Eden?».
«No, it’s Iowa».
Celebre è la battuta di Field of dreams, un film di qualche tempo fa che in Italia hanno tradotto come L’uomo dei sogni. Qui è partito il sogno di Obama, qui il tempo si fermò, quando il presidente in cui i «cinici» non avevano mai creduto segnò il punto di svolta della sua corsa verso la candidatura democratica. All’insegna del tema, a lui caro fin dal 2004, di una «more perfect union», suggestione su cui sto lavorando in questi giorni, riflettendo sull’unità d’Italia, tema sempre meno attuale, nonostante le celebrazioni del prossimo anno.
È la provincia, l’America profonda, il Midwest, i campi di mais (quelli del film), l’economia che cambia, l’arrivo dell’eolico e dell’agricoltura per fare il carburante ecologico. Ci sono gli Ogm e c’è il biologico: c’è addirittura Slow Food. Ci sono i valori antichi, parecchi (e parecchio antichi) della società rurale, e c’è il tema della competitività e della capacità di innovare per essere leader.
È la ‘provincia’, quella che esprime un voto complesso, forse paradossalmente più difficile da interpretare rispetto al voto metropolitano: un compito per i democratici, a tutte le latitudini e a tutte le latitudini (perché ormai succede anche da noi, con una differenza che aumenta sempre di più). Non a caso, cambiando continente, Cameron ieri era in Cornovaglia (proprio sulla scogliera, per intenderci), scrive il NYT, per prendere le distanze da una certa politica fighetta, splendidamente rappresentata da Nick Clegg, per ribadire per l’ennesima volta che la politica è una cosa seria, che ci vogliono uomini così, che sanno che cosa è giusto fare. E si impegnano a farlo, non a prometterlo soltanto.
È il maledettissimo tema del radicamento, di cui si straparla in Italia ormai da settimane (nel Pd soprattutto, perché non ci facciamo mancare mai nulla, nemmeno la retorica sulla nostra retorica). Qui però ha un senso, se il radicamento significa approfondimento, se si concepisce cioè come quell’indagine necessaria nel vasto mondo del prepolitico che era anche la parte più interessante dello stracitato libro di Lakoff (che quasi tutti ancora oggi pensano che fosse che non si doveva pensare all’elefante ovvero all’avversario, mentre il problema era parecchio più complesso e faceva riferimento proprio all’impianto valoriale, il frame, che determina le nostre scelte elettorali e la formazione del consenso in campo politico).
Qui l’America cambia, e si aggiunge un altro punto di vista: e pluribus unum, del resto. Da non confondere con una certa reductio a cui nel nostro Paese ci stiamo abituando da fin troppo tempo.