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Lettura per l’estate

Non l’avevo ancora segnalato, e pongo immediatamente rimedio, consigliando il libro di Emanuele Ferragina, Chi troppo, chi niente, pubblicato da Bur.

Perché secondo me la questione dell’uguaglianza, di Gini, della concorrenza leale, è la questione italiana per eccellenza. E c’entra anche con la possibilità di rimettere a posto i nostri conti, e di ridare forza a chi lavora e a chi produce.

Osservate e leggete con me, ne vale la pena.

Tefteri

«Cosa scrivi su quel taccuino?» mi ha fatto uno avvicinandomi al bar. E poi ha aggiunto in confidenza: «Che cos’è quel quadernetto che tieni sempre in mano? È il tuo tefteri?».
«Che cos’è un tefteri?» ho domandato.
«È il libricino dei conti, quello che si usava nel negozio di alimentari. Il libricino nero del salumiere. Dove si segnano debiti e crediti. Dove si segnano i conti in sospeso. Una copia a lui e una a te, così alla fine del mese si vede se i conti tornano.»
«È proprio così. Sto segnandomi i conti in sospeso» ho detto, e sul taccuino ho subito scritto: TEFTERI, GIUGNO 2012.

Vinicio Capossela, Tefteri. Il libro dei conti in sospeso, Milano, Il Saggiatore 2013, p. 119.

La sfida (che non c’è)

Ho letto il pamphlet di Luca Ricolfi pubblicato da Feltrinelli, che s’intitola La sfida (curiosamente lo stesso titolo di un libro di qualche anno fa di Sergio Chiamparino, pubblicato da Einaudi).

Il testo è brevissimo e dice cose al solito interessanti, anche se spesso – va detto – non sono d’accordo con le posizioni di Ricolfi.

Il punto per Ricolfi è il seguente:

La mossa decisiva è rinunciare a ogni scambio fra beni ultimi: da una parte la libertà dei contribuenti (meno tasse), dall’altra i diritti dei cittadini (più Stato sociale). La destra dovrebbe rinunciare a finanziare la riduzione delle tasse con i tagli alla spesa pubblica. La sinistra, da parte sua, dovrebbe rinunciare a rafforzare lo Stato sociale con inasprimenti della pressione fiscale.

Ora, da tempo sostengo che l’Italia – che ha una sua specificità, come l’hanno la sua destra e la sua sinistra, per motivi storico-politici che sono notissimi (e anomali) – ha bisogno di una «doppia mossa». Una doppia mossa che ha qualche analogia con la soluzione bipartisan che Ricolfi promuove, ma di cui si dovrebbe, innanzitutto, occupare la sinistra. Almeno a mio avviso. E, soprattutto ora, che in verità destra e sinistra governano insieme. Eppure non mi pare che si siano orientate come vorrebbe Ricolfi. Anzi.

Parlare di evasione fiscale (non se ne parla più) è giustissimo, soprattutto se le tasse recuperate andassero a una conseguente riduzione delle tasse e non a un aumento della spesa pubblica. E a sinistra c’è qualcuno che lo ripete da tempo.

Si tratta, è bene precisarlo, della riduzione di tasse sul lavoro e sulla produzione e non della riduzione delle tasse sul patrimonio.

Per quanto riguarda la spesa pubblica, oltretutto, molte cose si potrebbero fare, a cominciare dall’introduzione di una legislazione ferrea sul conflitto d’interessi e sulla corruzione, dalla riduzione di alcuni precisi costi e di alcune evidenti ripetizioni tra enti (tra loro) e aziende pubbliche (tra loro e con gli enti).

Cose che non sono di destra o di sinistra in termini generali (la difesa della legalità, essendo, per esempio, tema di destra, negli altri Paesi), ma che potrebbero sconvolgere il dibattito. Anche quello che ha dato il via al governo attualmente in carica, che mi pare al riparo da simili slanci, almeno per ora.

È curioso notarlo, perché la sfida di Ricolfi, che si rivolge alla sinistra e alla destra, che ora governano insieme (per la verità lo hanno fatto per un anno intero prima di ora), è che non sembrano affatto pronte a raccoglierla.

Il suo compito

Nelle società libere, la politica non ha mai inventato o imposto nulla di completamente nuovo. Il suo compito è capire, orientare o aiutare ciò che di fecondo cresce e, parallelamente, opporsi a ciò che cerca di riproporsi, secondo esperienze che hanno già fatto il loro tempo.

Gustavo Zagrebelsky, Fondata sul lavoro. La solitudine dell’articolo 1, Einaudi, p. 63.

La guerra bianca

Non c’entra (ma un po’ c’entra): sto leggendo La guerra bianca, il libro di Mark Thompson che Francesco ha insistito perché leggessi. Scommettendo una cena che mi sarebbe piaciuto (di solito, i ‘mattoni’ storici non sono proprio tra le mie letture preferite, soprattutto in periodi come questo). Francesco ha vinto la cena, io sto leggendo un bel libro. E Salandra, non so perché, ma per certi versi mi sembra sinistramente attuale. Sarà per lo stato d’emergenza, sarà per l’atteggiamento vagamente ricattatorio. Non saprei. Il libro comunque è bellissimo. Lo pubblica il Saggiatore.

Cose che capitavano nel Trecento

Ieri ho dato buca a Gianluca (nel senso di Briguglia) e alla presentazione del suo libro Marsilio da Padova, per Carocci.

Il mio è stato un bidone, mentre il libro di Gianluca non lo è affatto. Del resto, sono anni che scrive cose molto buone, e lavora in tutte le università di Europa, facendo un po’ fatica a tornare a insegnare e a fare ricerca in Italia (chissà come mai).

Mentre lo leggevo, mi venivano in mente un po’ di cose con cui ho a che fare ogni giorno. Ma non è il tentativo di attualizzare, quello che mi interessa, ma il suo contrario. Scoprire cioè che le questioni intorno alle quali ci affanniamo in questi tempi bui (altro che Medioevo), in realtà vengano da molto lontano. E – lontanamente – furono discusse e affrontate con strumenti molto meno banali di quelli di cui disponiamo oggi.

E Gianluca segue Marsilio e noi entrambi, scorrendo le pagine in cui si parla della divisione tra Chiesa e Impero, del ruolo del sacerdozio (e della povertà di questo, che Marsilio prende dai francescani per proiettarlo in una lettura politica ancora più articolata e ambiziosa), del primato del concilio e della comunità, della censura e della normalizzazione del pensiero critico (eretico e figlio del diavolo!), della Germania che incombe e, insieme, della contrastata costruzione di uno spazio politico europeo.

Tutto ciò per dirvi che ne vale la pena e (a Gianluca) che la prossima volta non bigio la presentazione, promesso.

Non pensare all’elefante, soprattutto se l’elefante sei tu

Ho letto il libro di Walter Veltroni, E se noi domani, uscito oggi in libreria.

Vi ho trovato molti passaggi che condivido, a cominciare da alcuni che mi sembra utile riprendere.

Il primo e più importante è quello che sintetizzerei – reintepretandolo solo un po’ – con il motto: «non pensare all’elefante, soprattutto se l’elefante sei tu». Perché, come ho già avuto modo di dire nella prima direzione nazionale del dopo voto, il vero problema del Pd in campagna elettorale è avere fatto troppo il Pd, pensando che tutto si risolvesse in un dibattito tra di noi, in un clima da primarie che in realtà era già passato e che aveva lasciato spazio a tutt’altro tipo di confronto con il mondo-là-fuori.

Il Pd si occupa troppo di se stesso e – straordinario esempio di narcisismo politico – lo fa fino a perdere se stesso. Preoccupato della propria immagine, smarrisce il proprio profilo. Per quanto riguarda l’elezione del Presidente della Repubblica, l’elefante democratico si è trasferito in cristalleria, frantumando tutto ciò che aveva a che fare con la propria credibilità e la fiducia che dovrebbe (o avrebbe dovuto) attraversarlo e sostenerlo. E così l’elefante ha favorito il maledettissimo giaguaro, già.

La sindrome dell’elefante allo specchio si traduce anche in quella che Veltroni descrive come paura, del nuovo soprattutto: lo stesso ho provato ad affermare anch’io, sabato, intervenendo in assemblea. Paura dei movimenti, della rete, delle critiche, del dissenso. Paura di guardare in faccia la realtà. Paura di ammettere che non è stata colpa di altri, ma del Pd, se le cose sono andate come sono andate. Paura di chi usa linguaggi e codici diversi. Paura di quasi tutto quello che si muove, che invece la sinistra per prima dovrebbe avere curiosità (e interesse) a frequentare e a interpretare.

Il Pd fresco e coraggioso che Veltroni rivendica al progetto originario non si vede più. O non si vede ancora. Che forse è la conclusione a cui siamo pervenuti, dolorosamente, in queste settimane.

Solo attraverso un Congresso si potrà valutare che cosa sia meglio per il Pd e per noi. Facciamolo presto, facciamolo bene, facciamolo aperto. E vinca il migliore. Anzi, i migliori. Perché per vincere c’è bisogno di molti, che vadano a comporre un gruppo dirigente in cui non ci siano esponenti inviati da questa o quella corrente: no, ci siano soltanto ‘inviati’ dei nostri elettori.

Mandami tanta vita

Come forse sapete, ho un debole per Paolo Di Paolo.

Ora, il suo ultimo romanzo, che vi consiglio, si intitola Mandami tanta vita. C’è Gobetti, sullo sfondo, un giovane impacciato come lo siamo stati tutti (e pieno di ammirazione per quelli come Gobetti, come siamo stati tutti), uno scambio di valigia e il più classico degli scambi di persona: quando credi di avere trovato la donna della tua vita, solo che lei di vita ne ha un’altra. Che non è la tua. Ma comunque.

Il titolo fa riferimento a quelle formule epistolari che si rincorrevano, in tempi di biglietti, polizzini, carte da lettera profumate e imbustate perché arrivassero dritte al cuore.

E ho pensato a cosa mi ha colpito, di quel libro, ed è il fatto che viviamo nell’epoca più epistolare di tutte (e-pistolare, come scherzava, se non ricordo male, il solito Elio). Leggiamo migliaia di lettere e di messaggi, e scriviamo tantissimo, anche se solo per poche righe (che però poi a volte si allungano, perché non abbiamo il dono della sintesi, ce lo dicevano anche a scuola).

E mi fa sorridere pensare a questa polemica sulla rete, che qualcuno pare voglia rilanciare (ancora?) come se la rete fosse la sentina di ogni vizio e, invece, il mondo reale fosse un eden di relazioni perfette e di scambi immediati (e come se i due mondi fossero separati). Tema da convegno, che la politica ha prontamente sposato e, come spesso le capita, totalmente frainteso.

Mi dicevano ieri che un senatore del Pd, parlando male di me (e di quelli come me), ha usato l’aureo argomento del «sta sempre sulla rete» (proprio ieri che visitavo un ministero, un teatro a Roma, due treni e un teatro a Monza, e parlavo de visu con qualche centinaio di persone, vabbè). Come se stare sulla rete, per altro, fosse un modo sbagliato di vivere le cose e di interpretare ciò che ci accade.

Come se non nascessero relazioni, sulla rete, come è capitato anche su questo blog (e sto parlando di relazioni sentimentali, già, come quella tra Boschi di Lari e Capannoli).

Come se quella mattina non mi fosse arrivata un’email da una persona che avevo conosciuto una sera, e non ci fossimo conosciuti di più. Poi. E poi.

Come se, leggendo un post come quello che sto scrivendo, poi magari a qualcuno non venisse la curiosità di leggere il libro di Di Paolo. Che è cartaceo. E parla di lettere di carta. Di giovani. Intellettuali. Di un secolo fa. Pensa te.

Mandami tanta vita, come vuoi. Sulla rete, sul sedile di un treno, davanti a un teatro, a fine serata. Quando vuoi. L’importante è rispondere, io ci sono. O almeno ci provo. Chiudere i boccaporti o gli account, non salverà nessuno. Proprio nessuno.

Così giovane e già così moderato

Ho letto il libro (Garzanti) di Roberto Lucarella e Ludovico G. Rossi. E mi è venuta una tristezza monumentale. Non per via del libro, ovviamente, ma per quello che racconta: la storia di un giovane che ‘scala’ la propria organizzazione giovanile di partito, in un percorso iniziatico che lo conduce al successo, portandolo però a rinunciare a parecchie cose dal punto di vista delle convinzioni e delle idealità (per dirla con un eufemismo).

A ripensarci, è da quando sono nato (come elettore, per capirci) che la politica è in crisi. E che lo sono i partiti. E che siamo in una lunga «transizione» che secondo me è ormai la cifra del nostro Paese: un Paese in transizione, per sempre. Tanto che anche coloro che si sono candidati per cambiare, ora sembrano voler rinviare l’appuntamento alla prossima volta.

Sono vent’anni che si parla di un ripensamento delle forme della politica. Dei suoi strumenti. Del suo linguaggio. E penso che non ci si possa affidare a una sola persona, ma nemmeno evocare in termini generici un’idea di partito che è stata messa a dura prova. Dal voto di due settimane fa, certamente, ma prima (molto prima) dall’usura del tempo.

Il momento è venuto di affrontare la questione, non per difendere un modello o uno stile, ma per affermare un modello ripensato e uno stile completamente rinnovato. Modello e stile che tengano insieme il leader e la democrazia (che abbiamo visto andare spesso in direzioni diverse).

Oltre al governo possibile, è questa la sfida delle prossime settimane.

P.S.: il titolo del post è il titolo del libro. Gli autori sono giovanissimi. E la lettura che ci propongono è consigliabilissima.

Ernani premier (viva la libertà)

Ne avevo solo accennato, qui, ma il libro mi aveva molto colpito. Come mi ha colpito il film di Roberto Andò, Viva la libertà, con il solito, mitico Toni Servillo.

Il film è attuale fino all’inquietudine e sembra fatto apposta per accompagnare questo periodo post-elettorale e per farci vedere la crisi della politica da (almeno) due punti di vista.

Ci vorrebbe un Giovanni Ernani presidente del Consiglio per davvero, in questo momento, carico di emotività (e di follia, anche). Ci vorrebbe qualcuno che dicesse che è ora di piantarla con i politicismi (anzi, avremmo dovuto smetterla vent’anni fa).

Ci vorrebbe che Andrea Bottini, il tipico segretario-del-segretario, si scompigliasse i capelli e provasse ad appassionarsi, perché esser giovani, nella sinistra italiana, significa spesso essere vecchi, vecchissimi.

Ci vorrebbe un governo del «trono vuoto», capace di dare potere ai cittadini e di restituire loro una politica perduta.

Ci vorrebbe qualcuno che cercasse dentro di sé, alla ricerca del proprio rovescio, per rovesciare le cose.

Chissà che non accada davvero. E che razionalità e passione o, se preferite, governo e cambiamento non possano trovare un fragile, ma salutare equilibrio.