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10 cose reloaded

Care e cari, 25 e-lettrici ed e-lettori,

le 10 cose hanno fatto un largo giro per l’Italia, sono state lette, criticate e discusse. Ora è venuto il momento di riprendere le vostre osservazioni, integrazioni e proposte e di pubblicarle in forma digitale, come promesso all’inizio di questo viaggio.

Carlin Petrini si è arrabbiato: dice che manca l’agricoltura, e mi ha mandato un suo prezioso contributo. Marco Gentili se l’è presa: sostiene che c’è poca ricerca scientifica, e mi ha promesso di mandarmi la sua ‘cosa’.

Gli esponenti del Movimento 5 Stelle, a Bergamo, dicendosi d’accordo al 95% con i contenuti del libro, si sono molto lamentati di un’assenza per loro essenziale: gli inceneritori. Non solo ho risposto loro quella sera, ma mi sono rivolto a Mirko Tutino, che ha buone idee (e buone pratiche) da proporre in questo senso.

Per partecipare alla stesura collettiva della seconda edizione, riveduta e corretta, vi prego di scrivere a civati chiocciola gmail com.

Ci rivediamo online, tra qualche giorno, con le 10 cose reloaded.

Bersani e Taddei

Come sempre nessuno lo riconoscerà, ma la proposta più forte che Bersani farà oggi, nel presentare la Carta d’intenti intorno alla quale costruire l’alleanza di centrosinistra, è esattamente la proposta che Filippo Taddei presentò in piazza Maggiore a Bologna lo scorso anno – in occasione de Il nostro tempo – e che è al centro delle 10 cose.

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Secondo me all’Italia serve un candidato premier

Che dica queste cose.

Che non è il caso di allargare a dismisura l’alleanza, e che non c’è bisogno di sfondare a destra ma di fare (bene) il centrosinistra.

Che è necessario costruire una coalizione di governo che purtroppo non è stata fatta prima da chi avrebbe dovuto.

Che non si devono promettere mari e Monti, ma una riduzione delle tasse sul lavoro e sulla produzione e una patrimoniale per chi ha grandi ricchezze.

Che in un anno si stipulerà la convenzione con la Svizzera – che vale più della spending review – e che ci si attivi per una seria lotta all’evasione fiscale, con i computer e non con i blitz.

Che in ogni sede e a tutti livelli la politica si deve contenere, in termini di clientelismo, nomine e chiacchiere, a cominciare dalla riduzione e razionalizzazione delle quasi 7000 aziende pubbliche.

Che ci vuole una sussiding review e che si preferisce la diminuzione delle tasse a molti contributi a pioggia alle imprese.

Che prima di fare altre opere (puntualmente corredate da omissioni) si finiscono di pagare quelle vecchie e quelle incompiute.

Che nuove autostrade vanno bene solo se sono informatiche.

Che si punta tutto sulla vera modernizzazione del Paese, fatta di bellezza e cultura, tecnologia e ambiente, scuola e ricerca.

E che questi sono i tormentoni dell’estate 2012.

E che, insomma, ci vuole un programma in dieci punti, non di più.

Perché si capisca qualche cosa, appunto.

Ma una cosa così anche in Italia?

Cliccate qui.

Sarebbe bello ci fosse anche in Italia, a proposito di una review che dovrebbe riguardare anche i costi e le spese delle campagne elettorali. Perché è che tutto ha inizio.

Dal basso (verso l’alto)

Si parla molto di riforme e di misure e di cambiamenti radicali, però, si sembra trascurare profondamente un dato banale.

Che le rivoluzioni devono essere condivise, per funzionare. E devono aprire dal livello più basso (e insieme più alto), quello del coinvolgimento individuale e della promozione di soluzioni che provengono dai cittadini.

Non è populismo, ma il suo contrario, come spiega in modo illuminante (as usual) Alberto Vannucci, parlando di corruzione e di un cambiamento che muove «dalle fondamenta».

La classe politica appare oggi sempre più delegittimata, anche per la sensazione diffusa di una corruzione dilagante, e si condanna così a un’inerzia funzionale agli interessi degli stessi corrotti. Per uscire da questa impasse occorre forse cambiare paradigma, distaccarci dalla cultura giuridica dominante che ci porta a prospettare quale soluzione naturale di qualsiasi problema collettivo l’approvazione (quasi mai l’abrogazione) di provvedimenti legislativi. Un approccio che si traduce in una visione calata dall’alto dei processi politici, e dunque delle politiche anti-corruzione, delegate alla volontà del legislatore e delle maggioranze politiche che ne animano le scelte. Purtroppo, però, quando i decisori sono inoperosi, inetti o mossi da motivazioni di segno opposto, le politiche restano sulla carta o producono pessimi risultati.

Ma le politiche anti-corruzione possono nascere anche dal basso. Già esiste, infatti, un sapere pratico costruito dai soggetti che a vario titolo si occupano quotidianamente di questi temi nella loro esperienza amministrativa, per ragioni di ricerca o di impegno civile. Questi attori hanno col tempo elaborato una serie di iniziative, provvedimenti e meccanismi utili a recepire segnali del rischio di corruzione e infiltrazioni criminali. È un quadro ancora frammentario, in via di evoluzione. Si pensi alla pressione esercitata dalla campagna promossa da Libera e Avviso pubblico nel corso del 2011, con la raccolta di quasi due milioni di firme per la ratifica delle convenzioni internazionali; al codice etico per gli amministratori politici – la «Carta di Pisa» – proposto nel 2012 da Avviso pubblico e già adottato da un numero crescente di enti locali; al movimento Signori Rossi che, facendo tesoro dell’esperienza personale dell’ex consigliere dell’Amiat torinese Raphael Rossi, fornisce online servizi di consulenza giuridica per cittadini e amministratori che fronteggino profferte o richieste di tangenti.

Altre esperienze positive e «buone pratiche» devono però essere censite, valorizzate, proposte come modello, così da favorire l’avvio di un circuito virtuoso di imitazione e di apprendimento. Se il disinteresse o la rassegnazione sono il brodo di coltura della corruzione, «mettere in rete» e costruire una massa critica di interessi sensibili ai temi dell’integrità pubblica può essere di per sé condizione sufficiente a riattivare gli stessi circuiti di controllo democratico.

So che si tratta di un passaggio delicato e complesso, ma la politica deve cambiare punto di vista, come cercavamo di spiegare a Bologna, lo scorso ottobre, in occasione de Il nostro tempo. E come abbiamo cercato di dimostrare, passando in rassegna le 10 cose, con il contributo che proviene da molti. Anche da voi, se vorrete.

Sono disposto a votare anche Zeman

«Io – conclude Maltese – sono disposto a votare anche Zeman, uno dei pochi intellettuali rimasti, sono disposto a votare chiunque purché presenti un programma molto semplice ma chiaro, che punti a redistribuire il reddito, istituire una patrimoniale, potenziare lo stato sociale anziché smantellarlo e fare una vera lotta all’evasione che vada oltre i blitz nelle località di vacanza».

L’immancabile taccuino

Alessandro spiega come è nato il libretto che trovate qui.

La prima recensione delle dieci cose da fare

L’ha pubblicata il Tirreno.

Centinaia e centinaia

Di persone hanno acquistato l’ebook sulle 10 cose (buone) da fare subito, approfittando dello sconto del fine settimana.

Ora l’ebook è a disposizione a qualche euro in più, e prima del prossimo weekend, troverete il testo anche in libreria.

Grazie a tutte e tutti.

Uno e novantanove

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