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Lo snodo tra politica e antipolitica

Gian Enrico Rusconi, oggi, sulla Stampa, mi aiuta a chiarire quello che cercheremo di fare, a Bologna.

C'è insomma incapacità di trasmettere – ai giovani innanzitutto – se non ottimismo, quantomeno una sobria certezza che il nostro Paese ha risorse e strumenti per farcela. Non sfasciando le banche, ad esempio, ma riportandole al loro ruolo economico corretto.

Ma per fare questo ci vuole una politica intelligente, forte e coraggiosa. Una politica che può contare sul consenso di chi pur sentendosi tartassato o addirittura «privato del futuro», è disposto ad affrontare una fase dura di passaggio, perché ha fiducia nel progetto di chi lo dirige. Questo significa «partecipare» in una democrazia rappresentativa.

Democrazia rappresentativa? Fiducia nella classe dirigente? Consenso? Politica? Sono parole diventate incomprensibili, impronunciabili per un'intera generazione. Eppure questa generazione, rimobilitandosi, azzerando il consenso politico convenzionale, incomincia a suo modo a fare politica da capo senza nessuna delle ideologie tradizionali (avendo inconsciamente forse soltanto quella di «democrazia diretta»).

A cosa serve un movimento?

Gianluca analizza e spiega, con la solita puntualità.

Viviamo una situazione di crisi inedita, sappiamo che il futuro prossimo sarà molto diverso dal passato, non sappiamo bene come, siamo consapevoli che c'è un processo di trasformazione in atto e non sappiamo come governarlo. Questo movimento è in primo luogo una forma di attenzione e di pressione, mondiale. Non sembra nascere da ideologie novecentesche, ma da una realtà che è oggettivamente confusa. È una prima risposta istintiva, insufficiente ma non solo emotiva, a un basculamento storico che è reale.

Soprattutto, ed è questo il vero punto che mi interessa, può forzare dal punto di vista linguistico e simbolico, per così dire, alcuni nostri schemi interpretativi, può ampliare la percezione del fattibile e del dicibile.
Possiamo non pagare il debito? No. Però per la prima volta ci poniamo la domanda, il che determina un processo di risposte e di domande ulteriori, anche di informazione. Arriviamo a domandarci: non possiamo non pagarlo, e se lo rinegoziassimo? E' possibile? Si può fare? Forse. Qualcuno lo propone? Un partito, un economista? Come me lo spiega?

Si può fare una "rivoluzione etica"? No, non esiste. Però forse si possono imporre alcune regole alle banche, per esempio una limitazione di dividendi e di bonus alle banche che hanno ricevuto aiuti dai fondi salvabanche. E' più etico, ma non ha niente a che vedere con l'etica dei singoli.
Quello che intendo dire è che è in gioco è un senso della realtà, cioé di quello che è realistico, del realismo politico dei prossimi anni.

Alla base di tutto, la democrazia

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Oggi pomeriggio, a Milano, per Ricucire l'Italia, la manifestazione promossa da Libertà e Giustizia.

Lo slogan dello striscione è quello che serve e, soprattutto, quello che finora è mancato. Perché i movimenti fanno la loro parte, ed è una parte straordinaria. I partiti li vivono ancora troppo con sospetto. E il sentimento è ovviamente reciproco. E ricambiato ad ogni occasione.

C'è chi teorizza una totale separazione, neanche l'avesse tratteggiata Montesquieu, spiegando ogni volta che può che una cosa sono i movimenti, le piazze e i referendum, e un'altra i partiti, i rappresentanti, la politica. Non gli interessa sapere che molti dei protagonisti degli uni, lo sono anche degli altri, soprattutto al momento del voto.

Il tema, insomma, è quello della rappresentanza. Ancora una volta. Del rapporto tra elettori ed eletti, mistificato dal Porcellum e banalizzato, in questi anni, come se fosse un rapporto a una sola direzione. Anche nei partiti. E purtroppo anche nel centrosinistra.

Un messaggio inviato al Pd, che è il principale partito dell'opposizione al governo attualmente in carica, ma anche agli altri soggetti politici del centrosinistra. E alla politica nazionale nel suo complesso.

«Democrazia di base nei partiti» significa che, come ripetiamo da tempo, ci vogliono le primarie, non solo per il premier (le premiarie) ma anche per i candidati al Parlamento. Che dovrebbero essere scelti dai cittadini, tra i cittadini, e rappresentarli, costantemente, quotidianamente, e nel modo più trasparente e rigoroso che ci sia.

E ci vogliono partiti finalmente aperti, che ospitino le ragioni di tutte queste mobilitazioni, che si confrontino con loro, che cerchino di interpretarle politicamente, alla luce della propria cultura politica e delle soluzioni amministrative e legislative che corrispondono nel migliore dei modi alle esigenze dei cittadini. E alla direzione da dare alle cose.

Sotto l'Arco della Pace, mentre soffia il solito vento di Pisapia (e non solo in senso metaforico), questo è il messaggio: la ricerca di un ponte, di un canale di comunicazione, di una sede di dibattito in cui affrontare la discussione circa il nostro futuro. Senza che i partiti "si sciolgano" nel movimento, senza che il movimento si faccia esso stesso partito (e più partiti, ovviamente, sarebbero). Ma cercando, sulla soglia, e sotto la volta di una politica restituita a se stessa e ci auguriamo vittoriosa, una proposta che sappia rappresentare, appassionare e cambiare le cose. Che riporti la democrazia nel nostro Paese, che è scappata tanti anni fa, e non è più tornata.

Non c'erano molti esponenti del Pd, oggi, in piazza. Ho visto Carlo Monguzzi. E Diana De Marchi. E pochi altri. Forse sarebbe il caso di superare, reticenze, imbarazzi. E iniziare a correre. Togliendosi anche quel maledettissimo cappello, secondo la celebre immagine («non ci mettiamo il cappello») che ha accompagnato le più belle pagine della politica italiana degli ultimi mesi. Buttiamolo là, il cappello: come facevano i ciclisti, quando lanciavano l'attacco decisivo, sulla salita più dura, verso il traguardo.

Se non lo faremo noi, sarà il vento a portarcelo via.

Ritagliare, conservare e mobilitare

Lo scriveva ieri, su Repubblica, Guido Carandini. Avevo scritto qualcosa di simile qui.

Occorrerebbe allora che la nostra “sinistra”, invece di implorare inutilmente un “passo indietro” di altri, si decidesse a fare essa stessa un “passo avanti” muovendosi nel solco delle nuove forme di protesta. E quindi collaborando a suscitare nelle centinaia di migliaia di indignati nostrani – compresi magari quelli che hanno votato per la Lega e il Pdl – la volontà di radunarsi nelle piazze per mostrare al mondo che oltre alla Confindustria e alla Chiesa di Roma c´è una vasta opinione pubblica che chiede la fine dell´ignominia berlusconiana.

È urgente farlo perché la rivolta non-violenta, oltre un certo punto, può tramutarsi come a Londra in tumulto facinoroso e barricadiero, con somma gioia della destra pronta a opporgli una dura reazione delle forze dell'ordine e severe sanzioni giudiziarie. Sarebbe un'altra pesante sconfitta della democrazia che, insieme ai rivoltosi, finirebbe anch'essa imprigionata dall'ingiustizia che non ha saputo combattere, dallo squallore di miserabili periferie che non ha voluto scongiurare, dalla corruzione privata e pubblica che non ha contrastato e che porta gli scontenti a rinunciare al diritto di voto.

A questo punto i politici devono rendersi conto di almeno due cose. La prima è che la crisi più devastante che sconvolge i nostri Paesi è questa sfiducia nella democrazia rappresentativa del capitalismo, perché ne corrode l'anima più avanzata. Quella che aveva saputo affiancare gli anticorpi della solidarietà e della compassione sociale alla logica del profitto e al cinismo del potere. La seconda è che ormai l´invenzione di una democrazia alimentata da nuove idee, da nuovi progetti, da nuove regole di partecipazione, non può più spettare a degli eletti con procedure sempre più lontane dalla volontà e dai bisogni dei cittadini.

Se quell'invenzione germoglierà, questo avverrà sempre meno per il carisma personale o il talento politico di singoli personaggi ricchi e potenti, e invece sempre di più per la saggezza collettiva di cittadini che, spinti nelle piazze dai loro bisogni manifestati e condivisi «in rete», nei social network, dovranno prima deliberare come soddisfarli e da chi farsi guidare, e solo dopo andare a votare.

Questa, possiamo augurarci, sarà la democrazia del futuro, ben diversa dalla dittatura di maggioranze servili e di piccoli cortigiani, “vil razza dannata” come li chiamava il Rigoletto, che corrompono la politica inchinandosi al potere del denaro.

Occupy Italy

Il Post segue da vicino la protesta di Occupy Wall Street (e di Occupy Together). Per «Il nostro tempo», la manifestazione del 22 e 23 ottobre, abbiamo chiesto piazza Maggiore. Il cuore della città. Proprio perché ci piacerebbe dare il via a una piazza della proposta, in cui alle legittime rivendicazioni si associno progetti per il futuro.

Fate la stessa cosa. Prendete la piazza della vostra città. Scegliete un giorno della settimana. Convocate i cittadini. Chiamate i politici. All'inizio non verranno. Poi, a poco a poco, si faranno vedere.

Prima in un angolo, anche in tre o quattro. Portatevi un cartello. Qui si parla di politica.
Portate del vino. E una proposta. Alla volta. Prima di cena. Invitate le persone a discutere. Superate le barriere.

Fate piazze piccole e medie per discutere di imprese e di lavoro. Invitate una maestra a parlare di scuola. Chiedete a un giovane com'è l'università. Mettete in comunicazione pancia e cervello. Parlate con un po' di cuore ai ragazzi di questo Paese. E pensate ai più piccoli.

Dedicate una sera della settimana alla politica. Fatelo come se andaste in palestra. Una palestra civica. Fatelo perché dovete farlo. Perché non lo fa nessuno. E nessuno non lo farà mai. Se non voi.

Piazza d'Italia. A Bologna sarà, per noi, la piazza delle piazze. Piazza Maggiore, si chiama così. E piazza grande, anche, che, come una canzone, di bocca in bocca, attraverserà il Paese.

Eppur bisogna andar

Palermo, il salone valdese è strapieno per l'iniziativa di un gruppo di associazioni che cercano di rianimare la vita politica della città. Ci sono gli onorevoli dell'Ars, ci sono i consiglieri della città, c'è Ottavio Navarra con i promotori di Per Palermo è ora.

Ci sono le primarie, richieste a gran voce, per ridare speranza alla città, dopo gli anni interminabili della destra. Ci sono giovani attivisti e vecchie glorie. Ci sono anche le Forchette rotte, che cercano di ridimensionare i privilegi della casta siciliana, con tutta probabilità la più sontuosa del mondo occidentale. Ci sono quelli che discutono di Lombardo, con toni molto critici, fortunatamente, e che si sorprendono del fatto che a livello nazionale se ne parli così poco (in realtà se ne parla, eccome, essendo quella siciliana questione immediatamente nazionale, anche se si fa finta di niente).

C'è voglia di muoversi, ci sono gli indignados, c'è la rete, c'è il politichese di sempre, ci sono tutti gli ingredienti di questa strana stagione italiana, dove la politica sembra rimasta essere fuori dal Palazzo. Come in quel film, che si chiama Blow (perché è tutto un soffiare, di questi tempi) in cui alla fine il protagonista dice: «è sempre l'ultimo giorno d'estate e io sono rimasto fuori al freddo senza una porta per rientrare». Una porta a vetri, da cui si vede quello che accade dentro. Ma se si bussa, rispondono in pochi. E sono parecchio evasivi.

Siamo davvero in un momento curioso, in cui si intrecciano temi apparentemente lontanissimi, in questo crogiolo di partecipazione e di frustrazione, di rifiuto della politica che porta con sé una straordinaria richiesta di politica. Un momento in cui è difficile parlare di fermarsi a fare proposte, perché tutto è insieme così veloce e così immobile, che sembra di ruotare su se stessi.

La chiave, per me, per inquadrare tutto questo è la distanza. La distanza tra le generazioni, tra i livelli di reddito, tra i cittadini e i loro rappresentanti, tra le parole che usiamo in piazza e quelle che ci scambiamo nelle stanze della politica. Ci vorrebbe qualcuno che si assumesse una funzione mercuriale, che si muovesse tra queste dimensioni diverse, che trovasse le parole, che cercasse di interpretare tutto questo riducendo la distanza. Facendosi prossimo. E cioè vicino. E però capace di raccontare cosa succederà d'ora in poi.

«Che tu possa avere sempre il vento in poppa, che il sole ti risplenda in viso e che il vento del destino ti porti in alto a danzare con le stelle»: ancora Blow. E anche dalla Sicilia, la festa è finita, le forchette sono rotte, eppur bisogna andar.

Dal basso verso l'alto, i soliti ignoti

Ce l'abbiamo fatta. Oggi depositiamo le firme per il referendum contro il maledettissimo Porcellum. E saranno tante, anzi di più.

Come già in occasione delle mobilitazioni degli ultimi mesi, è stato un altro colpo micidiale degli elettori italiani, che in molti casi si sono mobilitati spontaneamente. Un audace colpo, messo a segno, in larga parte, da ignoti elettori, che si sono dati da fare, e che sono diventati i soliti ignoti della politica italiana: che spesso non aderiscono ad un partito, che diffidano di molti aspetti della politica istituzionale ma che, proprio per questo, partecipano, si informano, si muovono.

Vale per le signore appostate a Roma, nei pressi degli uffici comunali, che ricordavano ai cittadini in coda che nell'ufficio a fianco si poteva firmare.

Vale per le ragazze e i ragazzi che, nella provincia profonda, si sono fatti spedire i moduli dal comitato nazionale, sono andati a farli timbrare in Comune, hanno cercato un consigliere che li vidimasse, si sono procurati i certificati elettorali e si sono preoccupati di spedirli, a Roma, a proprie spese. In una piccola rivoluzione fai da te, in un'Ikea di mobilitazione, con il foglietto delle istruzioni per montare la democrazia, di nuovo, in Italia.

Vale per tutti quelli che hanno recuperato un banchetto, spesso improvvisato, lasciato in cantina. Magari quello delle grigliate estive, degli aperitivi in giardino. E si sono messi a fare un picnic democratico, nella piazza del proprio Paese.

Vale per tutti i cittadini che si sono precipitati a firmare, in coda, come quando arrivano gli U2 o esce un nuovo videogioco. Che tempestavano i partiti di telefonate, per sapere come cavolo si faceva a firmare, e perché diavolo non c'era un gazebo, al mercato, la mattina.

Si sono mossi, come accade sempre più spesso, dal basso verso l'alto, come piace a noi.

L'insurrezione civica prosegue.

La bufera dell'indignazione

Marco Imarisio segue i movimenti da tempo. Il suo libro, La ferita, è un testo di riferimento per chiunque volesse saperne di più, del "momento magico" che andò perduto in quella bufera infernale che spazzò via i sogni di una intera generazione, da Genova in poi.

La questione da porsi ancora una volta, per Imarisio, è quella della piazza e della sua organizzazione e gestione, che da sempre accompagna qualsiasi dibattito sui movimenti.

Imarisio si sofferma sul paradosso di questo passaggio politico e sociale: da una parte, "non c'è più un movimento come allora", che radunava 780 sigle diverse, "tutto si è frammentato" ed è difficile immaginare oggi una sintesi tra le diverse anime che compongono la costellazione dei movimenti. Dall'altra, c'è "una debolezza ancora più forte della politica" e "un urto ancora più violento della globalizzazione sulla vita delle persone". E c'è la piazza, ancora vuota, che può tornare a riempirsi, perché le "pentole a pressione sociale" sono numerose e per molti versi sconosciute.

Parliamo di "Uniti contro la crisi", ma anche delle occasioni mancate e dei tentativi andati a vuoto, in questi anni, perché i movimenti trovassero una via verso la rappresentanza politica e le sue istituzioni. Ci soffermiamo, allora, su quello che accadrà in questo autunno che inizia e che non si sa dove ci porterà. Con l'infausto presagio del "morto che ci scappa" che accompagna il dibattito pubblico, in queste ore in cui la politica è stravolta e inconcludente.

Al caso italiano si deve associare la tensione che si respira in tutta Europa, in un contesto difficile, pieno di frustrazione e "rabbia greca", come la definisce Imarisio, che riguarda i più giovani (e non solo) in modo diffuso e decisamente sottovalutato da parte della politica e delle forze sociali.

Imarisio ne aveva scritto in occasione del decennale di Genova (Corriere della Sera, 23 luglio 2011): "Il black bloc fa comodo a tutti, è il cassetto dentro al quale chiudere realtà che non si vuole vedere. Una delle ragioni per le quali si sfaldò il movimento di Genova fu proprio la divergenza sul modo di manifestare il dissenso, le pratiche del conflitto". Ciò vale, per Imarisio, anche per la Val di Susa, perché "parlare ancora di «frange violente», dopo il ritorno dei black bloc, allontana da una protesta pacifica, quale è in gran parte quella contro la Tav, il consenso della gente comune".

Il punto di caduta e la preoccupazione più grande è un'altra, però: "C'è un'altra ragione che sconsiglia una adesione acritica a certe forme di lotta. Black bloc è ormai il ragazzo laureato che al bar sta dietro la macchinetta del caffè e sente di non avere un futuro decente davanti a sé. La crisi economica sta producendo una rabbia «greca». Le piazze sono sempre più difficili da governare, lo dimostrano Chiomonte, e gli scontri di Roma dello scorso dicembre".

Dall'altra parte della barricata, e l'espressione non è affatto metaforica, troviamo una politica che fa fatica, che non è credibile, che non sa interpretare il conflitto sociale e che non si prende cura del disagio che monta. E della sua manifestazione.

Non ci si può certo limitare a un appello rigoroso perché sia governato l'ingovernabile, rivolgendosi a chi la piazza intende prendersela e manifestare il proprio dissenso, nel momento più difficile, sotto il profilo sociale ed economico, da cinquant'anni a questa parte. Come allora, e come si suol dire, "la politica dovrebbe prendere in considerazione le istanze del movimento". Allora la poltiica fallì, clamorosamente, e negli anni successivi continuò a prestare un'attenzione minima nei confronti dei fenomeni che montavano, come un'onda (anzi, proprio come l'Onda), nella società italiana.

Rileggere gli ultimi dieci anni, da questo punto di vista, potrebbe essere necessario per cercare di interpretare meglio i prossimi, facendo tornare la politica fuori e dentro il palazzo, nelle strade e soprattutto nelle piazze del nostro Paese.

Il vero spread

La frase dell'autunno è: «non è lotta di classe, è matematica (this is not class warfare, it's math)». Al motto di Obama, va associata la frase di Mandela di Invictus, «it is not a political calculation, it is a human calculation». Mandela parlava del rugby, ma l'espressione funziona, a maggior ragione, a proposito della crisi che stiamo attraversando.

Il 15 ottobre gli indignados manifesteranno – sotto lo striscione: «uniti contro la crisi» – anche in Italia. C'è chi guarda all'Islanda (che è molto lontana e forse troppo piccola) e chi cerca l'Europa. E finora, va detto, non l'ha trovata.

E allora il 15 è il caso che la politica presti attenzione, perché l'esasperazione è tanta, ed è rivolta anche contro la politica. Chissà come mai, si chiedono molti politici, gridando al complotto, facendo gli offesi, dimostrando, insomma, tutta la propria inadeguatezza.

Proprio perché l'indignazione ha come destinatari anche i politici e non è ispirata dai poteri forti, come qualcuno ancora incredibilmente sostiene, ma dai poteri deboli e spaventati di chi fa fatica, è il caso che non solo i protagonisti del dibattito pubblico italiano e continentale se ne facciano una ragione, ma cerchino di rispondere con qualche scelta di quelle che cambiano le cose. Ad esempio, gli eurobond, che potrebbero diventare una bandiera per la politica europea, per uscire dalle secche in cui ci ritroviamo.

Il vero spread, oggi, è la distanza tra cittadini e le classi dirigenti, tra l'esasperazione, da una parte, e l'indecisione, dall'altra, tra la frustrazione degli uni e l'incapacità delle altre. Per superarlo, prima che quello che si è rotto non sia più componibile, ci vuole, delle idee e delle proposte per dare una direzione diversa alle 'cose', una grande diffusione. Che in inglese, guarda un po', si dice spread.

Qui si accettano lezioni

Con Alberto Biraghi, qualche anno fa, inventammo la categoria dei luogocomunismi, quelle frasi fatte che disfano la politica italiana da secoli. La peggiore, per noi, era: "non accettiamo lezioni da nessuno". La frase più antipolitica (e insensata) che ci sia, per la politica e per i politici, soprattutto.

Ora è tale la crisi economica, sociale e politica del Paese, che noi dovremmo essere spugne, non pietre del quaternario. Dovremmo avere l'orgoglio dell'umiltà, per ritrovare quella fiducia che è andata perduta.

Da qualche giorno, ad esempio, è partita la mobilitazione degli indignados italiani, in previsione del 15 ottobre, giornata internazionale del "dissenso informato", potremmo chiamarlo.

Il mio modestissimo consiglio è uno solo: prendere sul serio, partendo proprio dalle manifestazioni del dissenso, la trama del consenso che è mutata, in questi anni. Cogliere l'occasione per estrarre dalla tasca un taccuino e una penna, non per redigere l'ennesimo comunicato stampa, ma per cercare di registrare ciò che si muove e cosa cambia.

Cercare di capire quello che succede là fuori è l'unica vera priorità. E cercare di organizzare, da parte nostra, un lavoro coerente e un progetto politico che sappia offrire rappresentanza ai nostri concittadini, proprio perché si prende cura della sostanza delle cose.

Le cose cambiano, in profondità. Il precario assume il rischio che un lavoratore dipendente non ha mai conosciuto, assomigliando a un piccolo (microscopico!) imprenditore, anche solo di se stesso. D'altra parte, un imprenditore dipende molto più di prima dalle trasformazioni in atto, e magari dallo spread e anche dalle condizioni generali del contesto economico e dalla salute dei conti pubblici, intrecciati più di prima con l'andamento mercati finanziari ed esposti alle loro oscillazioni.

E il precario imprenditore e l'imprenditore dipendente stanno pensando che sono un po' indignati, entrambi, soprattutto perché non capiscono. E certo non hanno bisogno di una classe politica che continui a ripetere, a se stessa e a tutti quelli che le si avvicinano: abbiamo capito noi, tranquilli. Hanno bisogno, i cittadini italiani, di un gruppo dirigente di cui si sentono parte, che sa spiegare le cose e il senso delle scelte, le ragioni profonde che le determinano, e un percorso di comprensione e di trasformazione della realtà.

Quella frase celebre di Marx, allora, ha bisogno di una premessa: perché non è questione soltanto di interpretare il mondo e di trasformarlo, è questione di capirlo, prima. Facendoselo spiegare, dagli altri, e facendolo capire, agli altri. Quelli che si indignano in pubblico e quelli che si indignano nel loro ufficio, nella loro auto, nella loro casa. E che insieme, solo se troveranno un accordo e un progetto, potranno cambiare quel mondo che non piace più a nessuno. E trovare qualcuno che rappresenti i sensi di questa trasformazione e che la sappia interpretare. Appunto.