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L’ultima volta

E l’ultima sostituzione.

Gli aruspici avrebbero potuto prevederlo, questo finale, perché Alessandro Del Piero è la dimostrazione vivente che la perfezione non esiste. Ci si può avvicinare, come nel suo caso. Ma non si può raggiungere. E per certi versi, è anche un sollievo, se ci pensate.

La Coppa Italia di ieri sera sarebbe stata la decima della Juventus, l’ultima coppa alzata dal Capitano, l’ultima finale vinta, magari con un suo gol. Decisivo. Come è capitato nelle partite precedenti, in questa stagione che Del Piero ha seguito soprattutto dalla panchina, ma che in Coppa giocava. E segnava. Contro il Milan e la Roma, per dire. Nei quarti e nelle semifinali.

Diciannove stagioni, che sono un tempo omerico, sarebbe stato un finale perfetto, dopo lo scudetto riconquistato alla maglia juventina. Con un gol di Alex, per altro, a sancire definitivamente le cose.

Sarebbe stato tutto perfetto, appunto.

Ma le finali si sa che sono un problema per la Juve. E per Del Piero, in particolare. Che hanno rovinato l’adolescenza a molti, quelle finali, dalla Champions agli Europei di tre edizioni fa, che Del Piero sbagliò tutto quello che c’era da sbagliare, entrando nel secondo tempo e facendosi beffare dall’Argentino a cui avrebbe poi regalato assist e sponde per tanti anni ancora.

E allora succede che, dopo un primo tempo che c’era un rigore grande così su Marchisio, ma che il Napoli aveva giocato benissimo, e un secondo tempo iniziato con una cavalcata di Del Piero sulla destra fermata da un guardalinee mandato dal destino a rovinare le cose, Conte lo sostituisce. E lo sostituisce, si capisce dallo sguardo, non per fargli prendere gli applausi, ma per spiegare, ancora una volta, com’è capitato mille volte, anche con altri allenatori, che è lui che comanda. E che decide. E siccome di solito vince, beh, tutti a dire, ha visto giusto anche stavolta. E vedrai Vucinic e Quagliarella.

Ma poi succede anche che ci sia, dopo qualche minuto, una punizione dal punto esatto dal quale, di solito, le scaglia Del Piero. Ci va Pirlo, mica un pirla, uno che gioca meglio di chiunque altro, e che è stato regalato alla Juventus per farla tornare a vincere dopo anni di purgatorio.

Va Pirlo, dunque, e la tira sulla barriera. E uno non può non pensare che.

Anche Alex era lì che lo pensava. Pensava a quella corsa sulla destra, a quel tiro ribattuto nel primo tempo, a tutto quello che sarebbe potuto essere, e non è stato. Anzi, lo è stato. Tantissimo. E allora si può guardare il campo con gli occhi lucidi, che vuol dire che c’è commozione, ci mancherebbe, ma che c’è una soddisfazione per tutto quello che è successo. E che sarebbe da stronzi non essere superfelici, per una storia così. E chi se ne importa della sostituzione. E di tutto il resto.

E allora ha ragione l’altro Alex, che mi ha ospitato anche ieri sera, per la partita: che va bene così, che non si può vincere sempre, che anche questa storia dell’imbattibilità era un bel talismano, ma a un certo punto finisce.

Del resto, più che la finale della Juventus, appagata dallo scudetto e affrontata da un Napoli scatenato, era il finale di Del Piero.

E non poteva essere che così, se ci pensate. E non fatevi più venire rimpianti. Concentratevi su un momento preciso, per festeggiarlo, quel giocatore straordinario.

I più anziani ricorderanno quel gol alla Fiorentina, o in quelle immagini sgranate della Coppa Intercontinentale. Altri, più giovani, si soffermeranno sulla lunga teoria dei gol alla Del Piero o su quella semifinale (che ci vengono meglio, le semifinali) con quella danza al limite dell’area, contro il Real Madrid. O sul gol che ci ha portato a Berlino. O sulla punizione da un chilometro finita sotto la traversa, in quella partita di coppa che non ci si ricorda come si chiamavano gli avversari. O sulla rovesciata contro il Milan o sulla punizione all’Inter, per i due scudetti perduti per via del telefono.

Personalmente, invece, penso a quella rincorsa, certamente, in cui Alex parte come un ragazzino, dalla propria area di rigore, di cui ho parlato mille volte.

Ma soprattutto a quella partita al Bernabeu, quando Alex «era già finito» (sì, ciao) – lo si è detto spesso, di lui, per almeno un decennio – e in particolare a quel gol che Del Piero ha tirato di sinistro, con il più mancino dei tiri, da lontano, sul palo lontano.

Quella sera dorata, in cui tutti applaudirono. E mi basta così.

Alex, il segreto e la linea d’ombra

Quel «romanzo di poca cosa» (cit.) l’ho scritto otto anni fa. Ero in vacanza a Bilbao, una città in cui il calcio è qualcosa di più, che non si può spiegare in due parole. A casa di Iñigo. Un caro amico, che vedo troppo poco e che, a dirla tutta, mi manca parecchio.

Era l’anno del mio personale trasferimento a Barcellona (non al Barcellona, andavo solo a studiare, anche se il dipartimento di filosofia era a due passi dal Camp Nou, e la sera ogni tanto si incrociavano tifoserie e studiosi).

Era un anno di passaggio, in cui ero alla ricerca di me stesso, guarda un po’ (e non mi sono mica trovato, per la cronaca, anche se Barcellona è un posto dove è bello ritrovarsi).

Poi ne sono successe tante, in questi anni. E come in quel piccolo libro, le sconfitte e le vittorie si alternavano. E, a volte, come lo scudetto lacrimoso di oggi, si sovrapponevano.

La Juventus ha vinto ancora il titolo di campione d’Italia, che sembrava un’abitudine, e ne ha persi due, nello stesso tempo.

L’Italia ha vinto un mondiale, con la rincorsa di Alex, quella sera, che uno non ci crede a quel gol lì.

Poi c’è stata la B. Alex ci è andato, perché era giusto andarci. E ci sono andato anch’io, ed ero allo stadio quando abbiamo rischiato di perdere con l’Albinoleffe, per dire.

Alex è stato capocannoniere. E poi è stato capocannoniere anche al ritorno in A, suo e della Juventus. Come a nessun altro era mai capitato. E per la Juve ha giocato e segnato come nessun altro. E «come nessun altro», scriveranno in tanti, domani, per trovare un titolo da dare alla giornata e a una stagione lunga vent’anni.

L’ho dedicato a mio fratello, quel libro da ragazzo. Ken Loach, si magna licet componere parvis, ha fatto operazione analoga, benché la storia fosse parecchio più tormentata, con un film dedicato a un calciatore talentuoso ma molto diverso (e più tormentato, appunto): il parallelismo si raddoppia, quindi, e non si risolve. Come non si risolveva in quel racconto. Che aveva un finale aperto, come un tiro a rientrare, che devi aspettare la fine per sapere se la palla va in rete. O solo sul fondo.

C’è da dire che Alex è durato una generazione intera. Che è la nostra. E non è questione di calcio. O, almeno, non solo di quello. Ma mentre penso a tutto questo, e Alex alza la coppa, “a gamba tesa” interviene un altro Alex, con cui ho condiviso questo scudetto, oggi pomeriggio, che mi dice che è giusto così. Che ci sono stati Platini, quand’eravamo bambini, e Baggio, quando eravamo ragazzini. E poi ci sarà qualcun altro. E tutto andrà avanti, come sempre. Senza l’ossessione per le stelle da appuntarsi alla maglietta, ma con lo sguardo al bel gioco che riempie le domeniche e le serate. Magari a cominciare dalla prossima, dice Alex. E dagli Europei, alle porte. Che ce la vediamo con la Germania, come al solito.

La verità, però, è che la linea d’ombra è stata superata. Come la linea di porta, e con un tiro di Alex, anche oggi.

Un tiro che si è infilato, vicino al piano più lontano, come millemila altri, che ne abbiamo perso il conto.

Una linea che non si vede, ma che è dentro tanti di noi. Che non abbiamo fatto nulla, ma abbiamo seguito Alex come il protagonista del mio piccolo libro. E gli dobbiamo solo dire grazie. E che ci mancherà, come una sera d’estate, quando non pensi a niente, e non vuoi più tornare a casa.

Questa storia parecchio incivile

Di inserire artatamente la terza stella nel logo della Juventus.

E di mandare via Alessandro Del Piero che, giustamente, rifiuta i festeggiamenti d’addio.

Non hanno ancora scoperto, dopo tanti anni, il segreto di Alex.

Peccato, in ogni caso, che anche questo scudetto, il primo dopo tanti anni, debba diventare occasione per rendere tutto un po’ misero. E un po’ stupido, anche.

Settembre 2006

P.S.: però non dite che è il trentesimo scudetto: è il ventottesimo.

E per certi versi il primo.

Elogio di Alessandro Del Piero e del suo impeccabile stile

Seguo da tempo ADP e non potevo non leggere il suo Giochiamo ancora (un messaggio, quello del titolo, molto preciso nei confronti del presidente di una società di ingrati, che Alex spiega alla fine del libro con parole molto chiare).

Ci sono mille cose che ti tornano alla mente, proprio una vita intera, perché Alex è il calciatore con cui molti di noi sono cresciuti. E sono diventati, più o meno, grandi. E ieri, quando ho preso il libro, sullo scaffale a fianco, in libreria, c’era un saggio di Agamben sul «fanciullino» del Pascoli. Chissà che non c’entri con quello che sto scrivendo, con la storia di un eterno ragazzo (che è anche un ragazzo eterno), che voleva fare il calciatore, ma gli sembrava troppo scriverlo nel tema delle elementari, che gli tremavano le mani quando giocava a ping pong, che giocava fino allo sfinimento, fino a che scendeva la sera, e oltre, come vuole fare ancora. Per sdraiarsi, chissà quando, sull’erba e sul suo buon profumo.

Un ragazzo che ha un talento smisurato, ma gli hanno sempre chiesto qualcosa in più, e lui non è sempre stato nelle condizioni di darla, quella cosa in più. E ci ha pensato su parecchio. E ha imparato dalle sconfitte, dagli infortuni, dagli errori. E ci ha messo la voglia di quella rincorsa che personalmente non dimenticherò.

Infatti, una sera di luglio, in Germania, ma anche in Italia, perché è successo in tutte le case di tutti gli italiani, Alessandro ha fatto gol. Un gol nel sette, come piace a lui, con la palla colpita ‘sotto’ che gira verso il palo lontano. Non era il gol decisivo: l’aveva segnato Grosso due minuti prima; non era un gol ‘solo’ di Alex: l’aveva inventato Gilardino, su passaggio di Totti e rilancio di Cannavaro; ma quello che forse non sapete è che Alex, entrato a fine partita senza grandi speranze, si è fatto tutto il campo per ricevere la palla nelle vicinanze della porta tedesca: una rincorsa lunghissima, che a rivederla al rallentatore, con la telecamera dall’alto, non sembra neanche vera. O possibile. Una corsa disperata e però lucida, iniziata nella ‘nostra’ area e conclusa in quella avversaria, come se Alex avesse sempre saputo che la palla sarebbe finita lì e che l’avrebbe poi mandata a segno con un tocco da campione.
Morale: bisogna crederci, anche quando la rincorsa è lunga, anche quando il periodo non è dei migliori, anche quando tutto sembra già finito.

Forse, guardando a ritroso alla sua carriera e alla sua lunga corsa, però, è importante soffermarsi su un passaggio, che ne qualificherà per sempre il profilo. E che spiega molte cose. Scrive Del Piero:

Lo stile non è la classe, non è la bravura, non è, naturalmente, il talento. Quelli sono doni. Qui, invece, si parla di scelte.

Lo stile ha molto a che fare con l’educazione: in parte è innato, ma il resto si deve costruire giorno per giorno. È anche decidere quale persona si vuole diventare.

Ecco, lo stile, e la classe, e il talento. Grazie, Alex. E non smettere mai.

P.S.: a leggerlo ora, il mio piccolo libro di sette anni fa, comunque, fa impressione. E i 25 e-lettori che lo hanno letto, sanno a cosa mi riferisco.

Anni fa

Anni fa ho scritto un piccolo libro, Il segreto di Alex. E solo ieri sera ho capito davvero perché.

Il mio romanzo (poca cosa per raccontare una storia bellissima) finiva più o meno così. Anzi, non finiva più o meno così.

Non lo avevo ancora visto

Giovanni me l’ha segnalato, ieri sera.

Scrivendomi così: «Hai presente le Champions dei primi anni Novanta…? Ecco, quella roba lì, a girare nell’angolino in alto. Siamo al preberlusconismo bello e buono e il mondo appare migliore».

Senza parole

Alex. Lo. Mandano. Via.

Il Pd, tra Del Piero e Bettega

Ecco, anche Bersani tifa Juventus:

«Il Pd deve essere un giocatore di tipo nuovo, a metà tra Del Piero e Bettega». Cioè un po' fantasista e un po' goleador. I Democratici giocheranno a tutto campo, «continuando a rivolgersi a moderati e progressisti, per verificare un'alleanza di governo» fondata sulle cose da fare. «Tocca a noi del Pd: dobbiamo un po' preparare il campo e un po' fare il centravanti», ribadisce Bersani, tifoso della Juve. Ovvero «fare un po' da punta e un po' da centrocampo, ma non da soli». 

C'è solo lui

Nella Juventus di quest'anno. Ancora lui.