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Senza cultura

Il bilancio della Regione Lombardia, che passa in due anni da 52 milioni a meno di 8 per quanto riguarda gli stanziamenti per la cultura.

Qui l’appello, promosso con Giulio Cavalli, e lo spazio per aderire.

Lombardia senza cultura. Lo dimostra la drammatica riduzione dei fondi da parte della Regione al settore culturale negli ultimi anni e la previsione per l’anno prossimo: dai 51 milioni di euro del 2010, si è passati infatti ai 25,7 milioni nel 2011, e ai 7,8 previsti per il 2012.

Una voce in particolare dà la misura del crollo dei sostegni, ed è quella relativa agli “interventi regionali per lo spettacolo”, passati dai 2,5 milioni del 2011 ai 167 mila euro per il 2012. Un calo drammatico per spese correnti e anche per gli investimenti.

Una caduta in picchiata clamorosa, che mette a rischio vere e proprie imprese che redistribuiscono a migliaia di lavoratori e alle loro famiglie tutto quello che ricevono, promuovendo cultura, strumento indispensabile per contribuire a diffondere e a far crescere tra i cittadini conoscenza, consapevolezza e capacità di osservazione critica del mondo che ci circonda, proprio come chiede la Costituzione della nostra Repubblica.

In un periodo di crisi drammatica in cui i tagli si abbattono su tutto, dai trasporti al lavoro alle famiglie, è indispensabile che tutti gli sforzi che si stanno promuovendo affinché le misure siano eque e sostenibili, vengano fatti anche per tutelare e anzi rilanciare il settore culturale. Anche in Lombardia.

Perché la cultura è indispensabile e va tutelata. Come ha detto il maestro Claudio Abbado: “La cultura è un bene primario come l’acqua; i teatri, le biblioteche e i cinema sono come tanti acquedotti”.

L’azzeramento dei fondi da parte di Regione Lombardia è quindi inaccettabile, e a questo punto ci chiediamo che senso abbia ancora un assessorato che non è in grado neanche di ottenere le risorse per permettere alle convenzioni con gli enti teatrali attualmente in corso di poter proseguire nei prossimi mesi. Come avviene per il settore socio sanitario, crediamo sia indispensabile anche per il settore culturale una programmazione di più ampio respiro.

Chiediamo a tutti di sostenere e rilanciare il più possibile questo appello, anzitutto alla giunta Formigoni, affinché vengano dati da subito i necessari sostegni e l’indispensabile programmazione al settore culturale lombardo.

Il porno non va mica bene

Formigoni, dopo avere preteso per i suoi colleghi del Consiglio regionale e per il suo presidente del Consiglio la massima sobrietà, nonostante le gravissime accuse rivolte a esponenti della sua maggioranza e lo 'sputtanamento' (termine tecnico) di un'intera classe politica, ritira il patrocinio ad un festival di telefilm perché sul programma compare la scritta «porno».

L'espressione (per esteso: «Porno Salotto») non sarebbe «conforme alle direttive regionali in merito di comunicazione esterna» della Regione Lombardia.

In poche righe sono condensate le ipocrisie di un ventennio, quello FormigonianBerlusconiano.

Perché il «Porno Salotto» se riguarda i politici va benissimo, ma se sta sulle pagine di un programma cinematografico, come minimo è uno scandalo.

Croficifisso obbligatorio?

In Commissione Cultura è arrivato il progetto di legge numero 74, che trovate qui. Il titolo è: Esposizione del crocefisso negli edifici e nei locali degli immobili regionali. Il pdl è presentato dal gruppo della Lega.

La norma prevede quanto segue:

Per le finalità di cui all’articolo 1 della presente legge è fatto obbligo esporre l’immagine del crocifisso, o un’icona cattolica,In ogni edificio, nonché in ogni locale, degli immobili regionali di cui alla L.R. 2 dicembre 1994, n. 36 (amministrazione dei beni immobili regionali) come impiegati ai sensi del presente articolo.

Ovviamente, è prevista una sanzione per chi non espone il croficisso:

La mancata esposizione del crocifisso ai sensi dell’art. 2 comporta l’applicazione di una sanzione amministrativa pecuniaria da  euro 120,00 a euro 1200,00.

Il relatore, nel presentare il testo, ha fatto riferimento alla giurisprudenza italiana ed europea e al valore culturale del crocifisso, "simbolo della nostra civiltà, della nostra identità, della cultura e dei valori" delle nostre comunità.

I consiglieri della minoranza presenti in aula, tutti esponenti del Partito democratico, hanno commentato così.

Fabio Pizzul ha parlato di "grave imbarazzo" nei confronti del testo presentato e del fatto che la possibilità che il crocifisso sia esposto "non si traduce in un'imposizione". Da cristiano, ha poi spiegato che è sbagliato "spogliare il crocifisso dalla sua valenza fortemente religiosa". Il diritto di esporre il crocifisso, insomma, non comporta l'obbligo di esporlo.

Differenza tra esposizione e imposizione, verrebbe da dire.

Il consigliere del Pd Mario Barboni, dichiarandosi a sua volta credente, si è spinto di più, parlando di "mercificazione" del simbolo religioso.

Il vostro affezionatissimo ha preso la parola, dichiarandosi d'accordo con i colleghi democratici, per denunciare l'evidentissima strumentalità del progetto di legge e la certezza che, se approvato, sarebbe immediatamente impugnato, anche perché si basa sulla forzata e ingiustificata estensione della giurisprudenza richiamata nel progetto di legge, oltre che su una concezione delle istituzioni pubbliche che contrasta perfettamente con la laicità dello Stato, che garantisce ciascuno nella propria credenza religiosa (o che dovrebbe farlo), ma che non può imporre e sanzionare chi ne abbia di diverse o non ne abbia alcuna.

Ai leghisti è sfuggito, tra l'altro, che "imporre di esporre" il crocifisso è del tutto analogo a imporre di toglierlo.

Si è fatto notare che nemmeno il vandeano Formigoni in questi anni aveva mai pensato di collocare il crocifisso nell'aula consiliare del Pirellone.

Che ciascun consigliere, come gli altri 'dipendenti' della Regione, sarebbe obbligato a esporre il simbolo religioso, per via legislativa, al di là delle sue opinioni e della propria sensibilità, che attiene evidemente il "foro interno" di ciascuno.

Che le questioni di simile delicatezza non possono essere immiserite dalla sanzione di 120 euro, facendo torto a chi nel simbolo religioso si riconosce anche senza una legge che lo obblighi a farlo.

A quel punto, altri consiglieri (tra cui un leghista) hanno fatto notare che si potrebbero togliere l'obbligo e la conseguente sanzione, affermando comunque il principio, senza rendersi conto che una legge senza alcun obbligo è una vera e propria assurdità.

La presidente della commissione, consigliere leghista Ruffinelli, ha chiesto un supplemento di istruttoria, e la discussione riprenderà in un gruppo di lavoro già nel pomeriggio di oggi.

Se lo ritirassero, questo progetto di legge, sarebbe meglio per tutti. Credenti e laici, tutti, a parità di condizioni, cittadini della Regione Lombardia e dello Stato italiano.

La casa di Ilda e i nuovi torinesi al voto

Gli stranieri votano. E quelli che non possono votare, partecipano. E magari capita che la comunità islamica faccia votare una donna. E che siano i domestici filippini a segnalare un candidato alla famiglia presso la quale lavorano. E i kebabbari con i santini. Ilda Curti la racconta così, questa campagna elettorale interculturale, che l'ha portata a essere la donna più votata a Torino, nelle liste del Pd e non solo:

Il mio comitato elettorale, intanto: nessuno dei ragazzi è iscritto al PD, molti meno giovani sono iscritti e arrabbiati, altri non ci pensano nemmeno, tutti amano la politica e si appassionano alla città. Viviana, Giorgia, Marco era la prima volta che facevano qualcosa di così esplicitamente politico. Altri non hanno nemmeno il diritto di voto.

Suad vive qui da 12 anni, è nata in Marocco ed è una torinese nei modi, nella pronuncia e nella puntualità. Valter è bosniaco, rom nato a Banja Luka e qui da quasi sempre. Non hanno la cittadinanza ma esercitano, da sempre, la cittadinanza. Quella attiva, appassionata, seria, intelligente. Andare con loro nei mercati e discutere insieme di immigrazione, paura, conflitto cambia la prospettiva, vi assicuro. La prospettiva della signora Maria, intanto. Che di fronte a questi ragazzi sorridenti, intelligenti e preparati si incuriosisce, sorride e discute. Poi ci sono stati Bocar, Abdelhaziz, Hakima, Aurelia, Mohamed, Fatima, Esmeralda, Mark, Eva, Ibrhaim, Amir, Younis, Sherif, Benko… così tanti che non li elenco nemmeno tutti.

C’è stato Faousi che ha ricordato ai suoi connazionali tunisini: «noi non abbiamo il diritto di voto ma abbiamo il dovere di far votare quelli che ce l’hanno e non lo considerano un valore. Noi subiamo le scelte della politica ma non possiamo decidere. Adesso tocca a noi, perché Torino è anche nostra». E allora ci sono stati volantinaggi spontanei ai mercati, incontri con i genitori italiani dei loro figli, con i compagni di università, con i connazionali con cittadinanza, con i vicini di casa. Ho partecipato a decine di incontri così: gruppi di 20, 30 persone con le quali ho discusso di politica, di Torino, di lavoro, di scuola, di futuro.

Sono andata ad un incontro organizzato da Mohamed: 300 persone, uomini e donne, e domande sulla partecipazione, il voto, la democrazia. Molti kebabbari avevano il mio materiale sul bancone e spiegavano ai clienti chi ero. E’ così che ho conosciuto due ragazzi giovani che hanno letto il pieghevole, sono andati sul sito, hanno visto dove trovarmi e sono venuti a conoscermi. Si sono incuriositi, mi hanno detto, perché non è usuale che il proprietario di un kebap si spenda così tanto per convincere a votare una del PD. Donna, per di più. I principali centri islamici della città hanno scritto una lettera in arabo e italiano ai 2.500 arabi con cittadinanza italiana. Cominciava così: «l’articolo 3 della Costituzione Italiana a Torino è programma politico».

Nella sede del Comitato – 15 metri quadri nel cuore di Barriera di Milano –il mitico Enzo insieme a Franco e gli altri che si alternavano hanno passato le giornate a spiegare come si vota a frotte di immigrati che venivano, chiedevano, cercavano di capire la differenza tra il voto in comune e quello in circoscrizione. I ragazzi di Via Agliè – il gruppo rap di Torino Nera – sono venuti a cantare al Lapsus insieme agli Architorti, a Furio de Castro e a tanti altri. Un mio conoscente che già mi avrebbe votato ha ricevuto il mio santino dai suoi collaboratori domestici filippini. Lo stesso è capitato alla mia amica Gianna a cui il pieghevole è stato portato dalla sua signora rumena. Sono stata votata dai datori di lavoro e dai dipendenti. Ciumbia di nuovo. Hakima ha parlato con tutti gli ambulanti del mercato dove lavora suo marito. I genitori di Fedoua hanno bussato alle porte dei loro vicini italiani e hanno spiegato che votare è importante. Esmeralda, travolgente Pasionaria intelligente e coltissima, è venuta con me in giro per la città e mentre distribuivamo materiale chiacchieravamo di arte e poesia. Le sisters, fantastiche suore di strada, hanno volantinato alle donne con cui passano i pomeriggi a cucire e parlare. I ragazzini multimulti di Barbara sono andati in giro in bici per il quartiere facendo il buca a buca. I balonari hanno organizzato una cena dove si è discusso di mercati, di DURC, di usato, di 121unisti che nessuno ricorda cosa siano a parte pochi di noi e loro. Poi c’è stato anche altro, tanto altro. Così tanto e così intenso che davvero sembra un concentrato di pomodoro che sta tutto nel tubetto e bisogna diluirlo.

[...] Io non so se le 1983 preferenze arrivano da questa rete. E non saprei nemmeno dire se una rete così si può improvvisare o, piuttosto, è quella intessuta nei tanti anni di immersione nella pancia della città. Io so che sulla parola “consenso” dovremmo riflettere a lungo e imparare a gestire anche le questioni scomode con un po’ più di coraggio e meno paura di perdere. E sulla partecipazione degli immigrati sarebbe bene, anche qui, essere un po’ più articolati e meno schematici. Perché non basta metterne qualcuno in lista per conquistarsi il titolo di partito aperto e multietnico.

Non serve scoprire due mesi prima delle elezioni che un botto di loro votano anche: a Torino circa 7.000 (esclusi i rumeni). Un numero simile a quello che ci ha fatto perdere le Regionali, per dire. Non è neanche detto che siano tutti di sinistra, tutti disponibili a votare, tutti interessati alla politica. Però sono parte dei nostri potenziali elettori e spesso sono molto più motivati alla democrazia di quanto non si possa pensare.

Vale per gli immigrati, per le donne, per i giovani: la partecipazione si attiva se si è convincenti, se ci si mette la faccia, se si aprono le porte, se si attivano reti e se si è disponibili a mettersi in gioco. Serve accogliere la voglia di partecipazione, serve far crescere classe dirigente. Serve tempo, cura e attenzione. Perché la prossima volta mi piacerebbe essere io a fare volantinaggio per Suad, Esmeralda, Valter o Aurelia. E morirei di soddisfazione a veder entrare Houda in Sala Rossa con il suo foulard colorato e la sua pacata intelligenza politica.

Torino omofoba come Milano?

No, grazie. Il candidato sindaco del Pdl vuole imitare la Moratti: negare il patrocinio al festival del cinema gay è un bel biglietto da visita. Anche a Milano hanno iniziato così.

Caro ministro, l'amarezza non basta

I dolori del giovane Bondi proseguono. Ora è proprio il caso che se ne vada, tornando nella sua villetta arcorese: anche le cose brutte finiscono.

«Preferiscono le sagre»

La nuova amministrazione della destra mantovana taglia i fondi destinati al FestivaLetteratura (l'appello per opporsi lo trovate qui). I libri fanno male, soprattutto in Lombardia.

P.S.: mi si fa notare che, in occasione del FestivaLetteratura, la ricaduta sul 'territorio' è dieci volte superiore a quanto investito.

I Vandali, i Mali Culturali e la vita svitata

Sandro Bondi è in crisi profonda. Augusto gli dedica una poesia, su Facebook. Un'ode a Sandro Bondi caduto dal Governo. Noi invece gli dedichiamo la lettura di Vandali di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella*. Perché va bene tutto, ma fare anche le vittime… 

Vita avvilita
Vita gonfiata
Vita trita e ritrita
Vita annichilita
Vita svitata
Vita avvitata
Vita eremita
Vita incolpata
Vita abbacchiata
Vita infiammata
Vita emendata
Vita sfiduciata
Vita dimenticata
Vita abbandonata
Vita stressata
Vita sudata
Vita rubata
Vita repertata
Vita indagata
Vita intercettata
Vita abbreviata
Vita ricoverata
Vita tradita
Vita sfilata
Vita sfinita
Vita bollita

* Il libro di Rizzo e Stella è una lettura devastante (letteralmente). Perché ci vorrebbero sì i Vandali, ma quelli veri, a fare il sacco di tutti i mali che sono stati compiuti nell'ambito dei Beni Culturali nel Belpaese (sì, ciao). Se qualcuno vuole tornare a governare questo Paese, deve ripartire dall'Appia Antica e da Pompei. E non è una metafora.

Domande retoriche

Sta a vedere che il problema italiano è da concepire come una domanda. Retorica. Che, in fondo, però, non lo è.

150 anni e non sentirli

«Bei discorsi», «qualcosa di fumoso, opaco e dai contorni incerti», anche perché ci sono «tradizioni e principi più reali e radicati». La Lega si esprime così, in Lombardia, sull'Unità italiana, in aula, nel Consiglio regionale che si sta svolgendo al Pirellone. «Retorica» e «mezze verità», solo questo ci resta.

Dalla cons. Minetti si passa così al ricordo del premier Minghetti e del progetto regionalista dei primi anni Sessanta di due secoli fa. Un passaggio sul «debito pubblico da terzo mondo», che infatti la Lega ogni volta che può contribuisce ad incrementare. Un passaggio di Prezzolini contro la democrazia corrotta, che non si sa se la Lega rivolga agli italiani o al premier.

Solo «lo sforzo del privato» ha garantito il nostro benessere. Lo Stato unitario non ha alcun merito. Anzi, la nostra ricchezza è cresciuta «malgrado lo Stato». «Solo danni e problemi», dallo Stato, che rappresenta «il principale dei mali italiani, il padre di tutti i problemi».

Un attacco, en passant, al «multiculturalismo», per poi tornare al «federalismo» e al voto contrario in Parlamento. «Paladini del peggiore assistenzialismo di sempre», questi politici.

Nel frattempo, proprio mentre se ne discute in aula, il presidente del Consiglio comunica che i nostri uffici rimarranno aperti il 17 marzo.

Forse è il caso di rilasciare un'altra intervista alla Padania, caro segretario.