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Le 10 risposte

Le dieci domande di Geoff Andrews. Dopo quelle a B, quelle all’opposizione. Il vostro affezionatissimo risponde e chiede a tutti di fare lo stesso: è utile per chiarire le nostre posizioni.

1) Quali sono i vostri principali valori politici al di là dell’antiberlusconismo?

Berlusconi è anticostituzionale e pericolosamente antipolitico, è lui l’"anti" della politica italiana. La nostra missione è immaginare una politica che si occupi del "dopo" (B-Day After?), come nell’altro schieramento sta facendo il presidente della Camera. La prima cosa da fare? Riscoprire la vocazione di un Paese che si è perduta, sotto i colpi di una videocrazia degli stracci. Capire ciò in cui siamo o possiamo essere forti e aggredire, una buona volta, i motivi di una debolezza strutturale che questo governo sta, in qualche modo, accompagnando e, in molti casi, premiando e incentivando. "Berlusconi a parte", i riferimenti e le priorità, per me, sono questi: una politica trasparente e misurata che punti sulla cittadinanza (in ogni senso) e che muova da una politica dei redditi e della mobilità sociale, un inderogabile ripensamento della spesa pubblica (in linea con il principio di responsabilità), il ritorno alle politiche industriali (scelte chiare e finanziamenti ‘leggibili’), una rottura dello schema corporativo, a tutti i livelli, il superamento del precariato con una razionalizzazione dei contratti di lavoro (alla Boeri, per esempio), una semplificazione del fisco, una politica per la nuova società che non stiamo costruendo (vedi alla voce immigrazione), l’ambiente come fatto politico, democratico e economico (soprattutto).

2) Perché quando avete avuto l’opportunità di governare non avete regolamentato il conflitto d’interessi?

Si tratta del più grande errore di tutti i tempi. Anche l’argomento spesso richiamato – Berlusconi era capo dell’opposizione – è fuori legge e debolissimo sul piano politico. Negli anni tra il 1996 e il 1998 si doveva fare. Credo che ormai i protagonisti di allora – che sono gli stessi di oggi – lo riconoscano tutti.

3) Che visione avete della società italiana del futuro e per quale tipo di giustizia sociale vi schierate?

Una giustizia che riconosca (!) e tuteli i diritti degli individui e però distributiva, che sappia tenere insieme bisogni e meriti. Le società più diseguali – e l’Italia di oggi lo è sempre di più – fanno vivere male anche coloro che sono più forti. La sfida è comune. Chi lo nega è un irresponsabile o, forse, non ha capito in che mondo ci troviamo a vivere.

4) Quale è la vostra visione della globalizzazione e come vedete l’Italiani in essa?

L’Italia è tramortita dalla globalizzazione. Reagisce come può, chiudendosi in un dibattito molto parziale e provinciale. Assumere la globalizzazione vorrebbe dire programmare meglio i flussi migratori e sostenere la nostra industria (in particolare) nella sfida della competizione internazionale, in cui scivoliamo di posizione ogni giorno. Due cose che mancano e su cui forse si potrebbe costruire l’identità della prossima classe di governo.

5) Come pensate di aumentare le possibilità a disposizione dei giovani e che risposta date alla lettera di Pierluigi Celli che invitava il figlio a lasciare l’Italia?

La retorica dei "cervelli in fuga" è un po’ stucchevole. Il mondo è grande e terribile e una delle sue poche qualità è di essere aperto. Chi vuole andare via, chi vuole studiare o lavorare altrove lo fa per mille motivi. La cosa bella sarebbe poter scrivere a un signore come Celli negli Usa o in Spagna o in India e dirgli: in Italia abbiamo molte cose da offrirti, per la crescita di tuo figlio e per la nostra. Anzi, ci vorrebbe un Paese che sapesse scrivergli direttamente, al giovane candidato, perché tutto questo paternalismo ci sta facendo molto male. 

6) Sarete in grado di apportare serie riforme alla classe politica in termini di numero dei parlamentari, immunità legali, costi della politica?

Certo. Metà parlamentari rispetto ai mille attuali "bastano e avanzano". Immunità non ne servono e i costi della politica possono essere abbattuti. Non si deve fare politica per lo status e per il denaro o, peggio, come ha detto un autorevole amico di Berlusconi, per non finire in carcere. Fare queste tre cose, sarebbe un messaggio potente. Rivoluzionario.

7) E’ possibile che l’inesistenza di un governo ombra comunichi agli elettori l’assenza di un governo alternativo e quindi la non presenza di un’opposizione ufficiale in Italia?

Il governo ombra è stato tentato con esiti a dir poco infausti. L’importante è non avere un’ombra di opposizione, come invece è capitato anche recentemente. Mi chiedo ancora perché non si sia fatta battaglia sullo scudo fiscale. O sul nucleare. O sui diritti delle persone. Come il nostro stesso elettorato ha più volte richiesto, perfettamente inascoltato.

8) Perché non c’è un reale interesse e capacità nell’usare i nuovi media?

Per una sottovalutazione ‘tecnica’ (si pensa che i nuovi media non siano abbastanza influenti) o forse perché si teme che siano troppo democratici. E liberi.

9) Se aveste un miliardo di euro di risorse extra, come le utilizzereste?

Di miliardi per le risorse extra se ne potrebbero avere a decine, se solo si riuscisse a far rispettare un nuovo patto fiscale nel Paese. Lo darei alla scuola, il primo miliardo, perché ora, nella politica italiana, la scuola è come se non ci fosse. 

10) Avete un Obama capace di sfidare Berlusconi in carisma e popolarità ma al tempo stesso di creare una visione un sogno per gli elettori che dovrebbero votarvi?

Per ora, l’Obama non c’è, e forse il problema non è solo l’Obama, ma avere un partito e un gruppo dirigente che sappia parlare agli italiani. Temo, tra l’altro, che se un Obama si manifestasse in Italia non sapremmo riconoscerlo. L’importante è che sia nella corrente giusta, in ogni caso…

I pantani e il doping elettorale


Ci si sorprende e scandalizza, giustamente, per i 5000 euro nel pacchetto di sigarette, consegnati in pieno centro da un immobiliarista a un presidente di commissione urbanistica a Milano. Una Milano da bere goccia a goccia, verrebbe da dire. Ci si sorprende troppo poco e non ci si scandalizza più, invece, per quello che accade nella campagna elettorale in corso, come già nelle precedenti. Si spendono un badalucco di soldi, in cene da migliaia di persone (tra un po’ affitteranno San Siro), manifesti oceanici, spot televisivi e radiofonici, pubblicità sui giornali a tutto spiano. Tutto formalmente legale, fino a prova contraria, e fino al momento della dichiarazione delle spese sostenute, che sembra spesso corrispondere a un decimo delle reali spese effettuate. Mi chiedo se anche questo non faccia parte di un curioso doping della politica, e non sia, al di là del dato giudiziario, proprio sbagliato sotto il profilo politico. Si può fare una campagna con qualche decina di migliaia di euro e essere eletti. Qualcuno lo ha fatto. E dovrebbe essere la normalità. Invece, tra qualche giorno assisteremo, come sempre, alla corsa del manifesto abusivo, da appiccicare sulla faccia degli altri, per sostituirli prontamente con una faccia di merda. Danni alle cose e alle persone, su cui è appena stato approvato il ‘solito’ condono, e che sono la rappresentazione più limpida di quello che definirei – tecnicamente – doping elettorale. C’è un antidoto, paradossale quanto si vuole, ma serio e rigoroso: votare i candidati che di manifesti ne mettono meno (e di soldi ne spendono pochissimi), evitando puntualmente i cialtroni che riempiono tutti i tabelloni (e anche i muri adiacenti) con la loro immagine (spesso improbabile, tra l’altro). Quelli appiccati ai muri, spesso, sono anche quelli che si trovano appiccicati a interessi e gruppi di potere. Un buon metodo per scegliere il candidato migliore: che arriva in cima, senza danneggiare gli avversari, senza mettere agli altri i bastoni tra le ruote, senza prendere ‘pastiglie’ che falsano la corsa. Dai pantani, in senso letterale, vorremmo uscire. E si tratta di una delle priorità di questo Paese, credo.

Il "costi quel che costi" della politica

E troppo potere. La più grande responsabilità della politica di questi anni – soprattutto di destra, ma anche di sinistra – è avere lasciato che aumentassero le differenze di reddito, che i salari precipitassero, che il Paese si dividesse in due, tra ricchi che lo sono sempre di più e soggetti che poveri non pensavano di essere (o non pensavano di poter diventare). La politica, in tutto questo, si è posizionata nella prima parte della popolazione, aumentandosi prebende, privilegi, consulenze, premi, regali, in controtendenza rispetto al generale andazzo di salari e precari e altre cose che sono successe senza che nessuno facesse nulla. Tutte forme legali, quasi (!) sempre, quella della politica della Seconda Repubblica. Che hanno – per tutto quanto premesso, ancora di più – qualcosa di immorale. Si pensi alla corsa per fare il consigliere regionale (per non dire dei parlamentari), spesso determinata dalla possibilità di cambiare status sociale. Ve la dico così, facile facile: farei questo lavoro anche se fosse pagato la metà. Anzi, credo che se fossero pagati la metà, il consigliere e il parlamentare, a queste cariche concorrerebbero persone più motivate, con qualcos’altro da fare, nella vita, senza cercare di perpetuarsi in posizioni di rendita, politica ma anche economica. Costi quel che costi: ecco i veri costi della politica. E i motivi dell’anti-politica, una fonte inesauribile, rinnovabile, come poche altre cose che riguardino l’Italia nel 2010. Siamo diventati un popolo di gini, proprio nel senso di quel coefficiente (quello di Gini, lo statistico) che dovrebbe essere il vero discrimine tra buona e cattiva politica. Chissà quando (e se) lo capiremo.

Il malessere delle città

Mario De Gaspari ha scritto un libro da non perdere: Il malessere della città. Finanza immobiliare e inquietudini urbane (edizioni ExCogita). Consumo di suolo e speculazione finanziaria, scelte urbanistiche, potere formale e potere reale. De Gaspari indaga quella strana congiuntura che cementa (è proprio il caso di dirlo) le urgenze degli enti locali (vedi alla voce oneri di urbanizzazione) con gli interessi degli speculatori. Un’alleanza (che assomiglia molto a un cortocircuito, per non dire a un patto leonino) che sta cambiando il volto delle nostre città, senza partire dagli interessi comuni o dalle scelte politiche di indirizzo, ma da un mercato che risponde prima di tutto a interessi finanziari. A volte ci si chiede come possa fare la politica a fronteggiare il predominio della finanza, come se fosse un tema globale rispetto al quale noi, poveri tapini, non possiamo fare nulla. Mario De Gaspari ci spiega che alcune dinamiche della finanziarizzazione che ha trasformato l’economia e la società riguardano proprio le nostre comunità. Del resto el ladrillo (che in spagnolo significa mattone e in Italia fa pensare ad altre cose…) è una delle cause delle bolle speculative più tremende che si siano abbattute sulle nostre economie. E puntare sul mattone per uscire dalla crisi appare quantomeno paradossale. E allora ci vuole qualcosa di più e di diverso rispetto alla pur lodevole e necessaria difesa ecologista del suolo, perché, come già per il nucleare e la questione energetica, anche in questo campo (quel campo che consumiamo ogni giorno) non è solo il punto di vista ecologico a essere in gioco, ma quello economico e tutto politico dell’organizzazione della società e delle sue scelte economiche (e industriali: bonifiche, cave, movimento terra, costruttori, immobiliaristi). E riguarda anche le scelte fiscali: perché aver tolto l’Ici ai ricchi, come ha fatto B, ha consentito ad altri (ricchi anche loro) mano libera per costruirne di nuove, di case. Dalla tassa sulla casa, insomma, alle case come tassa, perché ora i Comuni vivono solo di oneri. Un delitto perfetto, se ci pensate, che sposta il luogo delle decisioni e modifica sensibilmente l’elenco delle priorità nelle nostre comunità. Per fare un tavolo ci vuole il legno, per fare un asilo nido ci vuole un centro commerciale. E si consuma più suolo degli anni dell’immediato dopoguerra. «La terra è un buon investimento: non se ne produce più». La battuta dell’umorista Will Rogers fa pensare alla «commistione, non sempre virtuosa, tra amminstratori pubblici e imprenditori». Una commistione da studiare molto attentamente, per immaginare un modello di sviluppo diverso, in cui si proceda al più presto alla riqualificazione degli edifici, alla loro rottamazione, al recupero delle aree dismesse, a una nuova programmazione, finalmente restituita ai cittadini e ai loro rappresentanti. Anche questa è edilizia, anche questa è politica.

L’”acqua calda” e la mobilità sociale

Giorgio continua a segnalarmelo. E allora mi pare necessario linkare la nota del rapporto dell’Oecd che riguarda l’Italia. La disuguaglianza economica ha a che fare, guarda un po’, con la questione della mobilità sociale e con la diversità di condizioni tra anziani e giovani.

Se telefonando: una Tobin Tax interna per il popolo dei Gini

Trovo significativo il fatto che in Francia i principali centri di profitto siano le banche e la grande distribuzione, ovvero i due settore che fungono da intermediari tra il produttore e il consumatore. Due settori che sfuggono completamente alla Tva, l’imposta sul valore aggiunto [Iva], una tassa che è fonte di forte lucro per lo Stato ma che è anche ingiusta e particolarmente antiredistributiva. [...] L’ideale sarebbe tassare l’insieme delle transazioni, anche le più insignificanti, come il ritiro di contante dal bancomat. Se a ogni transazione si prelevasse indistintamente anche solo uno 0,01 per cento, tanto al bancomat quanto su un conto titoli (sette miliardi di transazioni al giorno), grazie all’informatizzazione il prelievo sarebbe immediato e diretto… e soprattutto sufficiente ad assicura il budget dello Stato francese senza dover ricorrere a nessun’altra imposta. Una specie di ‘Tobin Tax interna’, molto più pertinente del modello internazionale, che impone che prima sia risolto in modo definitivo il problema dei paradisi fiscali. Una misura che mi fa venire in mente quello che mi confidò un giorno François Lamoureux, già alto funzionario della Commissione europea, il quale aveva lavorato a lungo con il ministro Delors. Lamoureux mi disse che per sviluppare il bilancio di spesa europeo sarebbe bastato prelevare lo 0,1 per cento del costo di ogni telefonata scambiata sul territorio dell’Unione.
Daniel Cohn-Bendit, Che fare? Trattatello di fantasia politica a uso degli europei, Nutrimenti 2009, p. 83.

Comitato nazionale per la scoperta dell’”acqua calda”

Ho letto Tito Boeri (Repubblica, oggi). Scopre l’acqua calda: «Bisogna tassare di più i ricchi e meno chi lavora a bassi salari». Una scelta rivoluzionaria. «Le disuguaglianze dei redditi in Italia sono aumentate soprattutto ai piani più alti». Il popolo dei Gini è stato penalizzato, in questi anni. Scrive Boeri: «Il Regno Unito porterà nel 2010 l’aliquota più alta sui redditi dal 40 al 50 per cento, mentre gli Stati Uniti, su cui grava il debito futuro, legato alla riforma sanitaria di Obama, non potranno che seguire a ruota passando dal 35 al 50 per cento nel giro di pochi anni». Per l’Italia? A Tremonti la progressività piace poco. Già. Boeri propone: «Teniamo pure l’Irpef al 45 per cento, ma aumentiamo la tassazione dei redditi non da lavoro, portandola almeno al livello dell’aliquota Irpef più bassa, vale a dire al 23 per cento». Dove l’ho già sentita, questa proposta? «Almeno un terzo dei redditi dichiarati dallo 0,01 per cento più ricco proviene da redditi di capitale». Già. La famosa ‘rendita’. Quindi? daniele,milano il più ostico commentatore, mi scrive: «la nostra classe dirigente bisognerebbe mandarla, se non in Siberia, almeno in Trentino». Propongo, allora, che il popolo dei Gini si organizzi e fondi il Comitato nazionale per la scoperta dell’”acqua calda”. Alle proposte di Boeri, aggiungerei: l’Ici ritorni ai livelli stabiliti da Prodi (prima della demagogia berlusconiana). Si dia la possibilità ai Comuni di partecipare all’Irpef direttamente, coinvolgendoli nella lotta all’evasione (un’idea di Tremonti, di qualche anno fa, abbandonata perché funzionava). Si semplifichi drasticamente, come sostiene, tra gli altri, Ernesto Ruffini, il sistema fiscale, riducendo le incombenze burocratiche e informando i cittadini sulla destinazione delle loro contribuzioni. Eccole, le riforme e, come direbbe Lorenzo, «l’amore che detta ogni legge». Tutto il resto si riduce al processo Mills e ‘derivati’. Appunto.

Cose serie: il popolo dei Gini

Dedicato a daniele,milano commentatore dell’anno di questo blog, che mi richiama alle «cose stesse». Dalle «questioni intestine» passo alle «cose serie». Per inaugurare la rubrica, torno a parlare di un libro che non si può non leggere: La misura dell’anima. Perché le disuguaglianze rendono le società più infelici, Kate Pickett e Richard H. Wilkinson, Feltrinelli. C’è il tema della disuguaglianza, legato al coefficiente di Gini, che è un indice che dovremmo considerare più o meno come il Pil, perché ci informa sulle differenze di reddito all’interno di una società. E le notizie non sono buone. E, invece, una forza di sinistra dovrebbe sempre chiedersi: la misura che sto approvando o l’iniziativa che promuovo, va nella direzione di ridurre questo coefficiente? Perché non siamo messi molto bene, in classifica (se qualcuno trova una classifica in cui siamo messi bene, mi telefoni):

Il nostro Paese – secondo l’OCSE – risulta essere inoltre quello in cui dagli anni ’80 si è osservato l’aumento maggiore del divario tra i redditi da lavoro autonomo e da capitale, che sono diventati il 33% più diseguali (a fronte di un valore medio del 12% tra i Paesi OCSE) anche grazie alla svalutazione della lira e da non adeguate politiche redistributive dello Stato attraverso politiche fiscali.
E noi, saremmo proprio il popolo dei gini (nel senso dell’idiomatico: «sei proprio un gino», che da quest’anno ha un significato in più), perché abbiamo lasciato andare queste

Ecco un bel compito per il 2010.
C’è poi, nel volume, una proposta di particolare interesse, rappresentata dalla partecipazione dei dipendenti alla proprietà e alla gestione delle imprese, in Italia questione discussa solo in misura parziale nei mesi scorsi e che andrebbe più (e meglio) approfondito. Del resto, noi siamo il Paese della cooperazione (nel libro si parla della Corporación Mondragón, ma anche noi abbiamo numerosi esempi in questo senso). E ancora una riflessione sui beni pubblici e sulla possibilità di farvi rientrare, come si faceva un tempo, i beni con costi marginali di produzione prossimi allo zero. E si parla di software, ma anche di farmaceutica, di lotta alla povertà e alla fame. Ci vuole qualcuno che se ne occupi e personalmente mi incarico di rappresentare il popolo dei Gini. E di fare di tutto perché questa diventi una discriminante tra destra e sinistra. A proposito di riforme, per capirci.

In questa fase, è più importante creare la volontà politica di perseguire l’uguaglianza. [...] La volontà politica, a sua volta, richiede un ideale di società migliore che sia al tempo stesso possibile da realizzare e motivo di ispirazione.