La prossima Lombardia, capitolo ventinove

L’acqua è stato tema referendario in Lombardia, prima che lo diventasse a livello nazionale.

Nella precedente legislatura, quella che si concluse nel 2010, un lungo lavoro di mediazione tra più di cento amministrazioni comunali – che avevano presentato un quesito referendario simile a quello che si sarebbe poi votato a livello nazionale – e la giunta regionale, aveva fatto emergere una questione politica e amministrativa fondamentale.

Con il referendum nazionale, il tema è tornato di grande attualità per i cittadini, ma purtroppo ancora troppo poco per la politica nazionale e, soprattutto, regionale. Nel rispetto di quel voto e del suo significato profondo e con l’esigenza di offrire il miglior servizio ai cittadini, alcune scelte sono decisive. Le elenchiamo qui di seguito, nella speranza che nella prossima legislatura si riesca a definire un quadro estremamente complesso (per non dire confuso) sotto il profilo legislativo e amministrativo.

A vent’anni dall’approvazione dalla legge Galli, e prendendo atto del suo sostanzialmente fallimento (applicativo), vale la pena salvarne un principio, largamente disatteso: il servizio idrico integrato deve essere organizzato sulla base dei bacini idrografici, andando ad invidivuare quelli ottimale per la gestione complessiva e sostenibile della risorsa acqua. È all’interno dei bacini, e non su base di suddivisioni amministrative (gli Ato odierni che ricalcano i confini provinciali), che è possibile individuare e realizzare gestioni ottimali.

Definire i bacini ottimali di servizio su base idrografica, ci permette anche di immaginare che i gestori unici individuati abbiano la stessa dimensione di questi bacini. Ciò significa, almeno per la Lombardia, fermare il processo di aggregazione tra gestori e utility in corsa, salvaguardare alcuni soggetti gestori pubblici (società per azioni a totale controllo pubblico) esistenti e operanti, provare ad immaginare forme di gestione “alternativa” (cooperazione tra utenti, in collaborazione con amministrazioni locali) in quei territori montani che hanno una tradizione di questo tipo (acquedotti costruiti in cooperativa, ad esempio).

L’esposizione debitoria di A2A, gestore del servizio idrico integrato in alcune città lombarde (direttamente o attraverso società partecipate) impone una riflessione anche sulle modalità di finanziamento degli investimenti in rete. Alcune idee: finanziamenti a tasso agevolato per le società di gestione dei servizi pubblici locali, veicolati attraverso Finlombarda ad esempio; emissione di buoni locali di scopo, con cui richiamare anche i cittadini a partecipare al finanziamento delle opere sulle rete idrica (in particolare, fognature e depurazione); finanziamenti a tasso agevolato da una “nuova” Cassa depositi e prestiti (percorso verso una nuova finanza pubblica, in essere all’interno del Forum italiano dei movimenti per l’acqua).

I referendum, altrimenti, a che cosa servono?

Dal momento che il Governo non ha ricevuto direttamente il consenso popolare (sì, lo so, la nostra è una democrazia parlamentare, però non prendiamoci in giro), sono certo che vorrà rispettare la volontà popolare espressa solo sei mesi fa e non rilancerà la privatizzazione dell’acqua, vero?

Yes, we yes!

Lo slogan più stupido ed efficace per i prossimi referendum.

P.S.: anche se l'Unità non riporta più la pagina in cui Bersani spiegava la propria contrarietà al referendum sull'acqua, la posizione del Pd da un anno a questa parte è fortunatamente cambiata. E ora, grazie alla straordinaria spinta della 'base', anche i dirigenti si sono convinti di poter fare un ottimo risultato. Le cose cambiano.

Repetita iuvant

Civati a Bersani: “Su referendum da Pd servono urgentemente 4 sì”. “All’appello affinché il Pd sui referendum si pronunci per 4 sì, non due o 3, stanno rispondendo in tanti: dal Pd del Veneto e del Friuli, a quello dell’Umbria, della Calabria e della Sicilia. Il Pd lombardo sta decidendo in queste ore, i Giovani democratici di tutta Italia hanno già detto sì a tutti i quesiti, così come numerosissime federazioni provinciali e circoli dei democratici. Mancano però 4 sì, come abbiamo chiesto insieme a Ermete Realacci in direzione nazionale, da tutto il Pd: due sì per l'acqua, uno per il nucleare, uno per la giustizia. Aspettiamo che il nostro segretario Bersani sciolga prestissimo gli ultimi dubbi affinché tutti insieme si possa cominciare la campagna referendaria”.

Acqua pubblica: c'è chi dice (due) sì

A quanto mi risulta, mentre il Pd nazionale ha espresso parere favorevole solo nei confronti di uno dei due quesiti referendari sull'acqua (nonostante l'appello di Realacci e mio personale, in direzione, per una posizione più netta), si sono espressi a favore di due sì il Partito democratico del Veneto, quello del Friuli e i Giovani democratici lombardi (mentre il Pd lombardo sta valutando il da farsi). Segnalatemi, se potete, le altre realtà provinciali e regionali in cui è accaduta la stessa cosa.

Due sì per l'acqua, uno per il nucleare, uno per la giustizia. E fanno quattro, come mirabilmente sintetizzato dal Pd di Reggio Emilia, che ha prodotto il banner che trovate qui sopra.

Il più grande partito ambientalista

Lo aveva detto Veltroni, lo ha ribadito ieri Bersani. Il Pd è il più grande partito ambientalista d'Italia (e d'Europa, già che ci siamo). E, allora, per passare dagli slogan ai fatti, è il caso che il Pd – dopo gli innumerevoli pasticci nel prendere le misure ai referendum sull'acqua – si esprima per i due sì all'acqua pubblica e per il sì che tiene lontano il nucleare dal nostro Paese.

E siccome è il più grande partito ambientalista, il Pd si faccia promotore di iniziative in cui i temi dei referendum siano affrontati e discussi. In tutta Italia, circolo per circolo. Perché il Pd, se vuole tornare a vincere, a veder crescere i propri iscritti e i propri elettori, a ritrovare una propria identità (o a trovarla per la prima volta), deve diventare uno spazio di discussione aperto e inclusivo, deve saper ospitare il dibattito all'interno del centrosinistra, deve dare voce ai movimenti senza confondersi con loro e in una sana distinzione dei ruoli.

Ci chiediamo da anni come possiamo uscire dall'agenda che B ci impone: abbiamo una piccola, grande occasione per farlo. E per discutere di temi che i nostri elettori sentono profondamente. Che riguardano la loro vita e il nostro futuro.

Acqua e energia, con le proposte che il Pd ha presentato in Parlamento, con la sfida di un servizio idrico efficiente e non scalabile e di un piano energetico compiuto e credibile. Senza perdere di vista il bene comune, neppure per un momento.

P.S.: e siccome ci sono le Amministrative, consiglio di aggiungere anche il consumo di suolo. Così, per cambiare, partendo dalle nostre città e dalle responsabilità che ciascuno di noi dovrebbe assumersi nei confronti del nostro paesaggio (e di quel poco che ne rimane).

La prima della classe (la classe non è acqua)

Siamo in aula. Si vota il progetto di legge sulla riforma degli Ato. Nel frattempo, proprio ora, a Palazzo Chigi, il governo sta discutendo la proroga dei termini della riforma, rinviando di un anno la data di scadenza. Però in Lombardia, la stessa maggioranza, non ci sente. Non le interessa aspettare la sentenza della Corte costituzionale a cui ha fatto ricorso la Regione Veneto (ancora una volta espressione della stessa maggioranza. Non vuole attendere i risultati del referendum chiesto da un milione e mezzo di cittadini, un quinto dei quali sono lombardi. Non vuole sapere nemmeno cosa deciderà il governo B. No, la Lombardia vuole andare avanti. Ed essere, per quanto riguarda la disciplina "privatizzazione dell'acqua", la prima della classe. Del resto, la classe non è acqua. Appunto.