Nemesì

Leggo che ci vuole stabilità ma la parola più lontana da ciò che sta dicendo il premier è proprio quella. Perché è il governo a sembrare particolarmente instabile, a cominciare da chi lo guida.

È stato lui a legare queste riforme al proprio destino, per andare al governo prima, per rimanerci poi, costruendo il partito del sì, transpartito legato alla propria figura così da poter liquidare la propria sinistra.

È stato lui a volere un Senato non elettivo (con buona pace di Chiti), un Senato di consiglieri già retribuiti così si poteva evitare di pagarli, un Senato dalle funzioni poco precise, ininfluente, ma solo a patto che la maggioranza sia la stessa della Camera. Ovviamente, la sua di maggioranza.

È stato lui a volere l'Italicum per vincere e stare sereni. È stato lui a ergersi a baluardo contro gli anticasta e ieri in Sicilia è giunto al cortocircuito più totale: attaccare la Casta (lui) in una regione dove governa il Pd con tutti quelli che ha trovato, perché la giunta Crocetta è diventato un crocevia di storie diverse. Non tutte castissime, eh.

È stato lui a spiegare che non gli interessava la copertura a sinistra (bastaunsindaco, tipo Zedda, da indicare senatore, ad nutum, come ha fatto arrivando in Sardegna o un Pisapia, che dice che non vota no), perché si vince a destra e ormai solo l'ambiguità di Berlusconi, che vota no ma così così, può aiutarlo.

È lui che ha iniziato con Ventotene e è finito a Vetotene, per fare un gioco di parole di quelli che gli piacciono tanto, con le bandiere Ue tolte, perché anche la generazione Erasmus chissene.

È lui che ha presentato una legge di bilancio con poche idee e pochissime risorse che ora si inventa il bonus Sud, fuori dalla discussione che il Parlamento sta facendo, all'insegna di una programmazione ormai ridotta all'improvvisazione. 

È lui che ha trascinato il paese in una contrapposizione assurda, mettendo al centro se stesso mentre si stava parlando di Costituzione. Polarizzando, perché gli serve per la prossima campagna elettorale ma allontanandosi dallo spirito stesso della Costituzione e della possibilità di revisionarla, con puntualità e razionalità.

È lui che ha scelto di fare il premier della palude, contando su Alfano e Verdini per diventare premier e avere la maggioranza al Senato e fare (solo con loro) la riforma della Costituzione, che ora dice che quella palude è schifosa e che lui non è più disponibile. Da premier della palude a premier contro la palude. Ovvero contro la propria maggioranza e contro il proprio habitat.

Personalmente il 4 dicembre voterò no, perché la riforma costituzionale peggiora le cose. E il bello è che lo dico da tre anni, da prima che tutto questo percorso iniziasse. Anche quando i sondaggi davano il sì al 70%. Anche se fosse stata una posizione "perdente" come vuole la propaganda del governo. E mi sarei sinceramente limitato a questo: a un voto sulla Costituzione. Se così non è stato è responsabilità del premier e dei suoi. A cominciare dalla ministra della riforme, che anche ieri sera spiegava che con il No non ci saranno più gli 80 euro. Forse per parlare della riforma, nel merito.

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Il senso delle misure e delle proporzioni

ilsensodellemisureedelleproporzioniwebMentre predisponiamo le proposte emendative al decreto fiscale e alla legge di bilancio, abbiamo riflettuto sul senso delle misure e delle proporzioni di ciò che stiamo discutendo.

Abbiamo messo in una tabella le nostre proposte (tranne l'ultima, che è legata al referendum costituzionale, che non abolisce il Senato e risparmia soltanto il 10% dei suoi costi: un non-Senato che continua a costare 450 milioni).

Come potete vedere, la bistrattata legalizzazione della cannabis, tra risparmi e maggiori introiti fiscali, vale più di qualsiasi altra proposta. La riduzione e rimodulazione delle indennità dei parlamentari, nella nostra proposta assolutamente ragionevole e non demagogica, vale più della 'riforma' del Senato.

La stessa eliminazione della Tampon Tax, su cui molta ironia si è fatta da quando l'abbiamo presentata, vale di più.

Così come altri interventi: la Carbon Tax (a invarianza di gettito), così come la destinazione dell'inoptato dell'8 per 1000 alla Repubblica italiana, così come altri emendamenti che abbiamo sostenuto e condiviso, anche se proposti da altri (come l'emendamento Marcon sugli F-35). Così magari ci rendiamo conto di che cosa parliamo.

Ovviamente specificheremo che cosa faremmo di quelle risorse ‘recuperate’ (quasi tutte le voci sono in attivo), per introdurre il reddito minimo, per ritornare a una vera progressività, per ridurre altre tasse in un carico fiscale più equilibrato e ‘giusto’.

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Il partito della nozione

A Bologna il 19 novembre, nell’iniziativa promossa da Possibile, non si farà uso di slogan e di semplificazioni (e di semplificazioni delle semplificazioni), né si terranno comizi, ma interventi di costituzionalisti e studiosi della politica.

Si partirà dalle nozioni più elementari, dai modelli più efficaci, dalle soluzioni più semplici per affrontare un compito così difficile, quello di affrontare un referendum all inclusive, voluto così dal governo e dalla fragile maggioranza che ha votato questa riforma.

Interventi che si svolgeranno sulla base di un lungo e meticoloso lavoro che si è sviluppato in lungo e in largo, dopo aver attraversato il testo della riforma e tutto il Paese nelle iniziative di questi mesi.

Non ci saranno parole roboanti, né toni da fine del mondo (essendo la fine del mondo argomento troppo serio per essere trattato con leggerezza): si parlerà del referendum costituzionale, che dovrebbe essere l’argomento in discussione, nonostante da mesi non sia così. Ovvero se ne parla, ma in realtà si intende spesso, quasi sempre altro.

Ci saranno i rappresentanti dei principali comitati del No a livello nazionale che con noi condividono ispirazione culturale e politica, a cominciare da Alessandro Pace e Stefano Schwarz.

Non c’è bisogno di bufale, di effetti speciali, di esagerazioni per spiegare perché si voterà No il 4 dicembre: sono sufficienti parole chiare, semplici, costituzionali, politiche nel senso più vero del termine, ovvero parole collegate alla Repubblica, alla qualità delle sue istituzioni, al profilo del testo fondamentale che deve essere condiviso, revisionato in modo puntuale, con un approccio cauto e ragionato. Non propagandistico.

Non è un «o con me o contro di me», non è «dopo di me, il diluvio», non è «come la Brexit», non è né il «sistema» né l’«antisistema», non è né una risposta a Trump né a nessun altro.

E sapete perché? Perché è una cosa più importante: è la nostra Costituzione. Che si può cambiare, certamente, ma lo si deve fare bene, altrimenti è assolutamente meglio evitare. E lo si deve fare sulla base di un percorso più rigoroso, di un mandato più chiaro e di obiettivi meno confusi e opachi di chi ha voluto farle così.

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Sistema, antisistema, anti.

Il lunedì le riforme ce le chiede l’Europa e dobbiamo essere più autorevoli in Europa con il Sì.
Il martedì togliamo le bandiere dell’Europa perché altrimenti vince il No all’Europa.
Il mercoledì chiediamo il voto per il Sì contro i populismi del No.
Il giovedì facciamo i populisti e spieghiamo che lo si fa soprattutto contro la kasta, il referendum.
Il venerdì ci dimettiamo, ma il sabato no, scherzavo.
La domenica si vota: No.

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Decisamente no, contro le leggende metropolitane, da qualsiasi parte esse provengano

Nella campagna referendaria meno costituzionale di tutti i tempi, in cui ci affastellano argomenti che con la Costituzione non c’entrano un fico secco, contrapposizioni inaudite tra vecchi e nuovi amici (bersaniani che danno del bersaniano a Bersani, dalemiani renzizzati che schifano D’Alema, populisti che danno del populista a tutti quanti, ma mai a se stessi), c’è bisogno di tornare a una lettura più precisa e puntuale della ‘riforma’, pensando anche al fatto che il processo stesso della revisione costituzionale che stiamo discutendo avrebbe dovuto essere più preciso e puntuale di quanto non sia stato.

Circolano leggende metropolitane, gigantesche bufale e appelli tipo anno Mille, che non hanno alcun senso di esistere.

A proposito dei costi della politica, argomento principe per l’attuale principe della politica italiana, si parla di 500 milioni di risparmi, quando quelli accertati dalla Ragioneria generale dello Stato – dipartimento che dipende dal Mef e quindi dal governo – parla di una sessantina di milioni accertati e di altri difficili da definire e quantificare, anche perché non sono affatto certi e dipendono da ciò che accadrà, nell’eventualità che questa riforma sia salutata dal consenso dei cittadini. E comunque, per essere chiari, non si tratta affatto di 500 milioni, una previsione che è frutto solo della propaganda del governo, così come l’aumento di punti di Pil o altre cose inverosimili che ci è toccato leggere anche in documenti ufficiali della Confindustria.

Ora, così come per i costi, ci sono versioni pressapochistiche e enfatizzate fino all’esasperazione, da una parte e dall’altra.

Come il fatto che dalla parola «comunitario» si passi all’espressione «Unione europea» che da parte degli euroscettici di ogni schieramento (con o senza bandiera) è vissuta come uno scioglimento della Costituzione nella soluzione acida delle politiche dei burocrati di Bruxelles.

La migliore che ho sentito è dei sostenitori del Sì del Trentino: la riforma è ottima anche perché qui da noi non si applica. Che è forte, come ragionamento, e spiega molte prese di posizioni tattiche che – ancora una volta – con la Costituzione non hanno nulla a che vedere.

Per tutto questo e per un rispetto che non dovrebbe mai mancare verso la Costituzione e verso gli elettori, con Andrea Pertici abbiamo curato un eBook che tratta i nodi fondamentali del percorso della ‘riforma’ e del cammino verso il referendum del 4 dicembre.

Un lavoro di tre anni, noioso per la coerenza degli argomenti (che noi non abbiamo cambiato, come hanno fatto molti altri) e dettagliato sui singoli punti in discussione.

Potete scaricarlo qui. Ed è abbinato al sito iovoto.no con le faq, le infografiche, la rassegna dei migliori contributi, gli appuntamenti e le nostre iniziative in merito. Che alla fine del tour RiCostituente saranno state duecento, da Aosta a Sciacca.

Per saperne di più, e affrontare con lucidità la ‘riforma’, ci vediamo a Bologna, all’Estragon, sabato 19 novembre, a partire dalle ore 10.

Per viaggiare informati, verso il 4 dicembre.

decisamenteno

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Rocco Schiavone, la cannabis e i libri di Manzini

Avrete saputo che la pattuglia di gasparrosi avversari della legalizzazione, sbandieratori dell’ipocrisia giovanardesca, lorenzinici amici del proibizionismo si sono molto indispettiti perché il personaggio della serie tv più popolare del momento si fa le canne. Per Rocco Schiavone si tratta della «preghiera laica del mattino», espressione mutuata da Hegel, che però si riferiva alla lettura dei giornali.

Inconcepibile che Rocco faccia uso di cannabis, come accade – dicono le statistiche – a cinque milioni di italiani. Che magari non ne assumono tutti i giorni, ma ne fanno uso, appunto, pur avendo vite normali, comuni, da «perfetti cittadini».

Ma l’aspetto più gustoso è che la politica intervenga su una fiction che evidentemente non conosce affatto. Perché tutta la struttura narrativa dei romanzi di Manzini – colpiti dalla ramanzina di Gasparri – muove dal suo trasferimento ad Aosta, voluto proprio da un politico potente.

Ironia della sorte o vera e propria nemesi letteraria, in cui incorrono i malcapitati conservatori che fanno di ogni erba un fascio (metafora influente, in questo e altri casi).

Noi continueremo a leggere Manzini, a guardare Rocco Schiavone e a pensare che la cannabis andrebbe affrontata con parole, prese di posizioni e soprattutto cultura diverse.

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Castissimo me

castissimo

Su Repubblica, giornale molto vicino al premier, oggi leggiamo che al premier «non interessa più coprirsi a sinistra» (sai che novità) e che punterà tutto sui messaggi anti-casta.

Ora, non possono non sorgere spontanee alcune considerazioni.

La prima: il premier fa parte della cosiddetta “casta”, come molti altri “grandi elettori” delle riforme. Giorgio Napolitano fa abbastanza parte della “casta”, che cosa ne dite? Lo stesso vale per Luciano Violante e per molti altri promotori del sì. Ex-segretari di partito se ne contano in entrambi gli schieramenti, con una certa prevalenza nel fronte del Sì. Casti tutti quanti, però se si usa l’argomento si dovrebbe stare più attenti. Anche tra gli ex-premier c’è chi come Letta vota sì, per intenderci. Anche se si fa finta che Letta non sia mai esistito (et pour cause).

Poi è vero: D’Alema è per il No, ma i più autorevoli dalemiani sono per il sì. Bersani è per il No, ma tutti i bersaniani eletti in Parlamento hanno cambiato casacca, ministri compresi. Lo stesso vale per Monti. E per lo stesso Berlusconi. Diciamo che certa propaganda anti-casta addita molti di loro come sostenitori del No, ma si dimentica i castini che li hanno sempre seguiti e che ora sono per il Sì.

Non solo: alla “casta” della politica pare si sia abbracciata anche la “casta” dei grandi poteri, se è vero che ieri sera in tv scorrevano le immagini di un Boccia più renziano di Renzi.

In secondo luogo, l’occasione per essere anti-casta – nell’accezione più diffusa del termine – governo e maggioranza l’hanno avuta e l’hanno persa: si tratta della discussione sulle indennità dei parlamentari, che non hanno voluto affrontare. Né ora che siamo in campagna referendaria né prima, in questi lunghi anni di governo. Eppure c’erano proposte misurate come la nostra, in campo, e si poteva intervenire. Ma evidentemente si è anti-casta, ma solo fino ad un certo punto.

Da ultimo, ma per primo: staremmo discutendo della Costituzione, non di una becera campagna elettorale. Peraltro, staremmo discutendo – secondo il mainstream – di una riforma che i suoi sostenitori vorrebbero fosse concepita come «baluardo contro la demagogia e il populismo».

Ora, se è lo stesso baluardo a fare demagogia, a invertire gli elettrodi dei costi della democrazia e quelli della politica, a furoreggiare contro i «politici» e contro la «casta», mi spiegate perché ci si dovrebbe rifugiare nella demagogia del sì come antidoto a quella del no? E se a tutto ciò si aggiunge uno spiccato anti-parlamentarismo di tutto l’impianto della riforma e soprattutto della sua propaganda, un attacco ribadito in ogni occasione contro gli schiaccia-tasti (cit.) e le discussioni delle aule parlamentari, chi difende davvero le istituzioni?

Capite che non ha alcun senso e che se si va avanti così, nel breve volgere di qualche settimana, perderà senso tutto quanto?

Non dubito che il premier sia casto, nel senso che lui stesso indica agli elettori, sedendo dietro la sua scrivania a Palazzo Chigi o in volo sul suo aereo presidenziale, in perenne esposizione televisiva (manca solo che conduca il meteo), nella tv pubblica che ha disegnato per buttare fuori dalla Rai la “casta” e rimanerci più o meno da solo. Castissimo.

Solo che oltre a essere casti, bisognerebbe anche essere cauti.

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#Castaunsì

Pensavamo di avere visto il peggio con i manifesti “meno politici” stampati e affissi dai politici, ovvero da deputati e senatori del partito del governo, guidati dal capo (parola dell’Italicum) dei politici che ha fatto politica tutta la vita. Abbasso i politici, però.

Un messaggio superato di slancio dal comitato Basta un sì, che ha fatto la foto alla “casta”, senza considerare che la “casta” (se proprio si vuole inseguire il “populismo” che si dice di voler contrastare) è quella che governa il Paese da quattro anni. Dalla legislatura precedente. Una “casta” in cui si abbracciano destra e sinistra fino a confondersi.

Una “casta” di cui fanno parte ministri come Alfano che ormai appartengono al paesaggio (come il Resegone) e sono lì da anni. E probabilmente rimarranno lì per sempre.

Una compagine di governo e di maggioranza (eterna, che rimarrà così anche dopo il 4 dicembre) di cui fanno parte personalità come Franceschini e Fassino e Castagnetti o Buttiglione che sono “casta” almeno quanto D’Alema e Bersani, che hanno fatto i segretari di partito come loro da vent’anni a questa parte.
Un gruppo di disinteressati, poi, come metà degli eletti del Popolo della libertà, perché Berlusconi vota No, ma molti suoi delfini votano sì (e delfini fa rima con Verdini e gli amici di Cosentino).

Un pacchetto sostenuto dagli industriali e da tutto l’establishment, da Boccia a Briatore, diciamo.

Però sono loro della “castissima” a parlare di “casta”, per sconfiggere gli anticasta, eh.

Casta un sì, in effetti.

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A chi è capitato di votare come la destra al referendum?

Al referendum sull’acqua pubblica del 2011 – gli ultimi referendum celebrati nel nostro Paese – Pd e casapound votarono nello stesso modo. Curioso che i sostenitori del sì se ne siano scordati.

Come capita e può capitare in ogni referendum, che da posizioni diverse si converga sul sì o sul no.

Poi il Pd una volta al governo smentì quel risultato con provvedimenti che andavano in tutt’altra direzione. Ma questo è un altro discorso.   

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