“Spiegone” sulla cannabis legale e quello che è successo in Commissione Bilancio

C'è una certa confusione sui giornali e sul web circa la votazione dell'emendamento presentato da Daniele Farina  per il gruppo di Sinistra italiana e bocciato dalla maggioranza che sostiene il governo.

Qualcuno dice che è stata una «provocazione», qualcun altro dice che la legalizzazione ha perso definitivamente, qualcuno ancora dice che non se ne farà nulla comunque.

Ora, l'emendamento proponeva di inserire all'interno della legge di bilancio una norma che consentiva di recuperare risorse per miliardi di euro, ben più di quanto le voci della manovra non riescano a fare. La legalizzazione, come ho spiegato anche nel mio piccolo libro Cannabis, può significare per lo Stato (e quindi per prevenzione e informazione e per la Sanità in generale), tra risparmi e gettito fiscale, 5 miliardi di euro all'anno (una stima cauta).

Poneva la questione in modo diretto, senza tergiversare, e non è un caso che i sostenitori della legalizzazione, anche all'interno del Pd, abbiano sottoscritto il testo, come abbiamo fatto con Luca Pastorino.

Il testo lo trovate alla fine di questo post.

Come potete vedere, compaiono le firme di cinque parlamentari Pd, più altri due dell'area della maggioranza.

Ora, la maggioranza può rispondere che non è così che si introduce la legalizzazione, anche perché la legge è in discussione in altra Commissione. E ciò si può concedere. Ma, arrivati a questo punto, ci sono molti «ma».

Segnaliamo per prima cosa che il segretario del Pd e premier, che è preparato su tutti gli argomenti e sta in tv, radio e streaming dalla mattina alla sera, ne ha parlato per l'ultima volta a maggio, nel corso di una diretta social, nella quale ha dichiarato che l'argomento «non è all'ordine del giorno», benché la proposta fosse già in Parlamento, sottoscritta da un numero altissimo di deputati e senatori, anche del suo partito.

Segnaliamo che la legge non ha fatto passi avanti in Commissione, da luglio, ovvero da quando è passata in aula.

Che una forza di maggioranza ha presentato migliaia di emendamenti per bloccarne l'approvazione.

Che in Commissione si parla ormai esplicitamente di una riformulazione del testo per ridurre la sua portata, con una limitazione della norma alla sola cannabis terapeutica (da armonizzare in tutto il territorio nazionale, perché già presente in alcune regioni) e forse con qualche apertura (minima) sulla depenalizzazione di alcuni comportamenti collegati (l'autocoltivazione, ad esempio).

Quindi, ieri non si è fermata per sempre la legalizzazione. Si è bocciato un emendamento che intendeva introdurla, mentre prosegue l'iter della legge.

Ciò conferma solo il fatto che la maggioranza che sostiene il governo non è favorevole alla legalizzazione. Che il premier non si esprime, mentre i suoi ministri sì (e contrariamente alla legalizzazione). Che il Pd sull'argomento è diviso, tra chi è favorevole, chi è contrario e chi è favorevole ma solo in parte.

Che la legalizzazione può passare soltanto con i voti dell'opposizione, M5s, Sinistra italiana e Possibile, in ordine di peso parlamentare.

Sarebbe democratico dirci, dopo mesi e mesi, che cosa intende fare la maggioranza. Ma ovviamente ce lo diranno solo dopo il referendum. Chissà come mai.

ART. 72.

  Dopo l'articolo 72, inserire il seguente:

Art. 72-bis. 
(Monopolio della cannabis e dei suoi prodotti derivati, nonché destinazione delle maggiori entrate all'emergenza sismica).

  1. La coltivazione, la lavorazione e l'immissione sul mercato della cannabis e dei suoi prodotti derivati, ovverosia i prodotti della pianta classificata botanicamente nel genere cannabis, sono soggette a Monopolio di Stato in tutto il territorio della Repubblica. 
  2. L'Agenzia delle dogane e dei monopoli, di seguito denominata «Agenzia», senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica e nell'ambito delle risorse umane e strumentali previste a legislazione vigente, provvede a seguire direttamente tutte le fasi di lavorazione della cannabis conferita, nonché di concedere all'interno del territorio nazionale licenza di coltivazione della cannabis per l'approvvigionamento dei siti di lavorazione dei siti indicati dalla Agenzia. Il Ministro dell'economia e delle finanze, con decreto da emanare entro due mesi dalla entrata in vigore della presente legge, sentita l'Agenzia, disciplina: 
   a) le modalità di concessione delle licenze di coltivazione della cannabis, le modalità di acquisizione delle relative sementi e le procedure di conferimento della lavorazione dei suoi prodotti derivati, determinando annualmente la specie della qualità coltivabile, le relative quantità e stabilendo il prezzo di conferimento; 
   b) le modalità di immissione sul mercato; 
   c) il livello delle accise; 
   d) il livello dell'aggio per la vendita al dettaglio, e le relative modalità di riscossione e versamento, nonché il prezzo di vendita al pubblico del prodotto; 
   e) le modalità di concessione da parte della Agenzia all'interno del territorio nazionale di licenza di vendita al dettaglio della cannabis e dei prodotti derivati, con particolare riferimento alla determinazione della loro distribuzione territoriale; 
   f) le modalità di vendita al dettaglio da parte dei depositari autorizzati e delle rivendite di generi di monopolio, ai sensi del decreto del Ministro delle Finanze del 22 febbraio 1999, n. 67 e della legge del 22 dicembre 1957, n. 1293.

  3. Le maggiori entrate rinvenienti dall'attuazione del comma 1, opportunamente accertate, fino al limite massimo di 5 miliardi di euro annui, affluiscono ad un apposito fondo istituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri finalizzato ad assicurare la garanzia pubblica per la concessione dei contributi diretti finalizzati all'assistenza della popolazione e alla ripresa economica nei territori interessati dagli eventi sismici del 24 agosto 2016 e del 26 ottobre 2016 che si aggiungono a quelli riconosciuti con lo strumento del credito di imposta di cui all'articolo 51. 

72. 06. Daniele Farina, Ricciatti, Paglia, Marcon, Fassina, Melilla, Sannicandro, Scotto, Airaudo, Franco Bordo, Costantino, D'Attorre, Duranti, Fava, Ferrara, Folino, Fratoianni, Carlo Galli, Giancarlo Giordano, Gregori, Kronbichler, Martelli, Nicchi, Palazzotto, Pannarale, Pellegrino, Piras, Placido, Quaranta, Zaratti, Pastorino, Bruno Bossio, Culotta, D'Ottavio, Locatelli, Cominelli, Tino Iannuzzi, Zaccagnini.

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La moltiplicazione dei 500 milioni (che poi in realtà sono 60)

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500 milioni ai poveri, 500 milioni ai ricercatori, 500 milioni alla Sanità.

Già non sono 500 milioni, come ha spiegato la Ragioneria generale dello Stato, dipartimento del Mef e, quindi, del governo.

La riduzione dei costi del Senato si attesta intorno ai 50 milioni, l'abolizione del Cnel (che avrebbe potuto essere votata dal Parlamento con legge di riforma costituzionale apposita, senza essere sottoposta al voto dei cittadini) vale 8 milioni.

Altre riduzioni sono tutte da verificare, dice la Ragioneria: mi riferisco agli stipendi dei consiglieri regionali (che in alcuni casi, se parametrati sul sindaco della città capoluogo di Regione, potrebbero anche aumentare) e alle spese accessorie dei gruppi consiliari, che valgono ancora meno.

500 milioni corrispondono a un dato inesistente, a una proiezione propagandistica, a una fata morgana.

In compenso Renzi li ha già triplicati: prima 500 milioni per i poveri, poi per ricercatori e infermieri, poi per la Sanità in generale.

Facciamo notare, infine, che nella legge di bilancio sono scomparsi proprio i 500 milioni per i poveri, inizialmente stimati nelle bozze della legge, e spariti all'atto della presentazione al Paese e alla Camera, in particolare, dove si sta discutendo in Commissione Bilancio.

In questo caso è stato Renzi a dire No, a non trovare le risorse per implementare fondo e servizi per i meno abbienti. Esattamente 500 milioni – una cifra piccola, in ogni caso, per affrontare il problema – che non ci sono più.

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Proprio se siete preoccupati dall’effetto Trump, votate No

Se per un attimo riuscite a uscire dallo spin renziano che ha invaso tutti i media a tutte le ore del giorno, fermatevi a riflettere.

Un eventuale Trump che si presentasse alle elezioni politiche si gioverebbe moltissimo della nuova ‘riforma’ e della legge elettorale, concepite entrambe nella fase del Nazareno, «in profonda sintonia» con un Trump ante litteram che risponde al nome di Silvio Berlusconi e di un falco (falchi che spopolavano, prima dell’avvento dei gufi) della destra come Denis Verdini.

Se ci fossero riforma e Italicum un Trump potrebbe vincere le elezioni pur partendo da percentuali molto basse.

Potrebbe affermarsi come «capo» (parola dell’Italicum) in un confronto «presidenziale» al ballottaggio. Potrebbe poi disporre di una Camera di nominati da lui e da preferenziati da lui sostenuti. Potrebbe imporre alle regioni e alle comunità molte scelte, per esempio in campo ambientale e infrastrutturale, con l’«esclusività» di alcune competenze e con la «supremazia». Potrebbe aprire un conflitto con un Presidente della Repubblica che si troverebbe ad avere a che fare con un premier votato direttamente dai cittadini.

Se volete contrappesi e equilibrio, votate No. Se siete spaventati dalla deriva in senso autoritario e demagogico, votate No. Se non vi piacciono gli uomini soli al comando, che si impongono – come ha fatto Trump – anche al di là del proprio partito, che cancellano ogni mediazione, che superano ogni dialettica, votate No.

Se volete regole condivise, le abbiamo già. Quelle nuove non sono condivise con la minoranza parlamentare (quella vera, non un pezzo di Pdl sì e un pezzo di Pdl no).

Se pretendete cautela, ricordatevi come è stata votata questa riforma – tra canguri e sedute fiume – e come è stata approvata la riforma elettorale, con la triplice fiducia (era accaduto solo nel 1953, con la «legge truffa», meno truffaldina, peraltro, di questa).

Se siete spaventati dall’instabilità, sottraetevi alla logica di un premier che ha trasformato un referendum costituzionale in un plebiscito elettorale.

Non sarà certo un sì, infine, a fermare l’arrembaggio di un Trump, nemmeno a voler prendere per buona la retorica propagandistica del governo. Se la maggioranza del Pd vincesse il referendum insieme all’amico Alfano e al falco Denis, ciò non significherebbe affatto che si ferma la corsa delle forze definite populiste.

Soprattutto se, come sta accadendo già, la vera campagna da definire populista la sta facendo il premier catodico: anticasta, antisistema, a bandiere Ue alternate, pronto alla spesa elettorale per recuperare consensi nelle zone del Paese dove i cittadini votano No. Un premier che ha dimenticato l’equilibrio che dovrebbe sempre conservare chi governa il Paese, soprattutto di fronte alla Costituzione. A capo di un governo e di una maggioranza che parlano soprattutto dei nemici e dei pericoli e molto poco della bontà della riforma su cui si devono confrontare non i partiti, come ognun sa, ma gli elettori.

Pensateci. Se non volete un populista. Pensateci.

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La fallacia argomentativa su cui è fondata tutta la propaganda di Renzi

Eccola qui, a proposito dell'«accozzaglia», cosa ha spiegato il premier – insolitamente in tv, perché non ci va mai:

«Se però preferisce che la definisca coalizione coesa tesa a dare un governo al Paese, posso chiamarla coesione, ma preferisco chiamarla accozzaglia, perché penso che tra Berlusconi e Magistratura democratica, Monti e Salvini, Landini e La Russa non ci siano tutti questi punti in comune. Facile dire no».

Oltre al termine carico di disprezzo di cui sopra, si segnala che non vi è alcuna «coalizione tesa a dare un governo al Paese», nessuna «coesione», solo la bocciatura di una riforma che doveva essere popolarissima e che invece lascia perplessi moltissimi italiani, al di là del loro partito di appartenenza.

Nessuna «coalizione», nessuna «coesione». La Russa si candiderà forse con Salvini, forse con Berlusconi, forse con tutti e due, forse con nessuno dei due. Monti probabilmente non si candiderà nemmeno, anche perché è senatore a vita, quindi rimarrebbe in Senato. Landini fa il sindacalista e dubito che se si candidasse lo farebbe con Salvini, che dite? Sono argomenti seri? O sono considerazioni insensate? Vedete voi.

Non c'è nessuna coalizione (peraltro vietata dall'Italicum, la legge elettorale votata con tre fiducie consecutive che ora il premier vuole cambiare). Non c'è nessun programma di governo. Sapete perché? Perché è un referendum sulla Carta costituzionale. Chiara la differenza? L'unico che ha messo tutta la propria 'fiducia' e tutta la residua credibilità su questa riforma per rafforzare il proprio potere è stato proprio chi ora si lamenta degli altri.

Sarebbe dovuto bastare un sì: mentre ormai non bastano decine di trasmissione televisive, non bastano «fiumi di soldi» (cit.), non bastano gli argomenti, quasi tutti negativi.

Curioso che chi propone una riforma epocale sappia solo parlare male di chi si oppone alla riforma. Dovrebbe stare sereno e illustrare soltanto i benefici di un Senato non più elettivo, di Regioni ridimensionate (ma non quelle Speciali!), di consiglieri regionali alla Batman da inviare nella nuova BatCaverna di Palazzo Madama, per usare il linguaggio del comitato elettorale del premier.

Pare che oggi Renzi se la sia presa con i «soloni» che guadagnano troppo. Chissà cosa ne pensa Giorgio Napolitano, che nonostante la sentenza della Consulta del 4 dicembre 2013 (esattamente tre anni fa) ha insistito perché Renzi andasse avanti con le riforme. Riforme contro la «casta», contro «quelli» come lui, come Violante, come mille altri che sono lì esattamente da quei trent'anni di cui parla il premier (trent'anni in cui gli stessi hanno fatto molte riforme, che addirittura ora vogliono cambiare, pur avendole votate).

Brutti argomenti che non usa il No. Li usa lui.

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Il diluvio non arriva il 4 dicembre: è già arrivato (quando è troppo, è troppo)

Dice Renzi che se vince il No il governo Renzi cadrà e che poi l'accozzaglia – come definisce tutti quelli che non sono d'accordo con lui, disprezzando lo strumento del referendum per il quale votano gli elettori, non i partiti – dovrà cavarsela. «Sai che spettacolo», dice. Come se il fronte del No dovesse formare un governo: e per quale assurda ragione dovrebbe farlo?

Ecco, questa è la cosa più falsa. E batte ogni record.

Renzi vuol dire che il Pd, se perde il referendum, non sosterrà né un Renzi-bis né un altro governo, e che si andrà subito a votare? Lo dica. E dica che andrà da Mattarella a dire questo.

Perché se cade questo governo, se ne farà un altro, con la stessa maggioranza di ora e eventualmente con il ricongiungimento familiare di Berlusconi con i berlusconiani già al governo. Sai che novità: Renzi è solo il terzo premier che governa con una maggioranza siffatta, dopo Monti e Letta.

Non saranno De Mita, Dini, D'Alema e le altre figure politiche che proietta nelle sue ineffabili diapositive i protagonisti parlamentari che decideranno il da farsi. È solo una bugia. La responsabilità sarà sua e del partito che guida. E del Presidente della Repubblica, puntualmente dimenticato in queste 'sparate'.

Avere trasformato il referendum in una campagna elettorale a tutti gli effetti è responsabilità di Renzi e del suo partito, sempre che esista ancora un partito dove si riflette circa l'operato di un premier che si comporta in questo modo. Sinceramente, ne dubito.

Qualcuno un giorno si soffermerà sul fatto che il diluvio non arriva il 4 dicembre. È già arrivato. Un diluvio di provocazioni, di parole di troppo, lontane anni luce da un atteggiamento corretto sotto il profilo istituzionale e costituzionale.

Invece di firmare appelli e di accreditare tesi surreali come stanno facendo i media, dovrebbero cercare qualcuno che fermi il diluvio e il delirio di questi giorni. E che lo scriva. Nero su bianco.

Preoccupati dell'instabilità futura, non si rendono conto che l'instabilità politica è già al governo del Paese.

 

 

 

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La vera accozzaglia è la politica del premier stesso (e accozzaglia la sua ‘riforma’)

Certo, molti, moltissimi dicono no in modo diverso a una riforma voluta dal governo. A cominciare da chi il governo non lo sostiene e non ha condiviso le riforme. Sai che sorpresa.

Che poi anche tra i sostenitori del Sì si va da Briatore a Pisapia, da Benigni a Lorenzin, da Tosi a Finocchiaro, da Marchionne a Cuperlo. Per dire.

Appaiono meno distanti tra loro di quanto non siano i sostenitori del No solo perché rappresentano un centro che guarda a destra, come succede appunto nella maggioranza e nel governo, da ormai quasi cinque anni, di cui tre con l'attuale premier. E ormai siamo abituati a pensare che il super centro politico elettorale sia un soggetto unico.

Alfano fa parte del paesaggio, come il Resegone, mentre Brunetta, ad esempio, fa specie più di lui solo perché non sta con Renzi.

Del resto Alfano era solo quello del legittimo impedimento che i cittadini bocciarono al referendum del 2011, insieme a acqua e nucleare.

Lo stesso vale per l'amico Denis Verdini, falco di Forza Italia, che però ora non fa accozzaglia, perché tutti sanno che con il premier le differenze si sono annullate, in questi anni. E non dal Nazareno, da prima.

Ma si fa strada un'altra sensazione: che la vera accozzaglia politica e culturale sia sintetizzata dal premier stesso, capace di fare proprie tutte le battaglie di Berlusconi, ma in grado di portare tutto il Pd su quelle posizioni. Sulle tasse sulla casa, sull'articolo 18, sulle opere pubbliche (dallo Sblocca Italia al Ponte), non nascondendo un vero e proprio fastidio per il parlamentarismo e promuovendo una riforma costituzionale voluta a maggioranza, esattamente come quella di Berlusconi bocciata nel 2006 (o come quella della legislatura precedente del 2001, che la riforma del 2016 però intende ribaltare, sempre a maggioranza, anche su tutti i suoi promotori negli anni precedenti dicevano che non si fanno riforme costituzionali a maggioranza: giammai!).

Peraltro il termine accozzaglia definisce perfettamente l'attuale riforma: un Senato accozzaglia, con deleghe accozzaglia, con procedure parlamentari accozzaglia, con composizione accozzaglia (tanto che i senatori di nomina presidenziale stanno con i presidenti emeriti, con i consiglieri regionali e i sindaci nominati non dai sindaci ma dai consiglieri regionali), con Regioni accozzaglia, perché quelle Speciali diventano ancora più 'speciali' e quelle Ordinarie ancora più 'ordinarie'.

Accozzaglia di questioni diverse in un testo monstre di 47 articoli che sarebbe stato meglio distinguere, dal Cnel ai referendum.

Accozzaglia di argomenti per promuoverla, dalla difesa del sistema all'antipolitica, dal «ce lo chiede l'Europa» alla rivolta contro l'Europa dei burocrati, dalla riforma elettorale per eleggere direttamente il premier (anzi, il Capo, come lo definisce l'Italicum) alla rassicurazione che non cambia la forma di governo. La riforma dell'Ulivo e quella voluta dal Pdl. Tutto e il contrario di tutto. Una vera accozzaglia.

La propaganda del premier in realtà è un'autobiografia.

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Nemesì

Leggo che ci vuole stabilità ma la parola più lontana da ciò che sta dicendo il premier è proprio quella. Perché è il governo a sembrare particolarmente instabile, a cominciare da chi lo guida.

È stato lui a legare queste riforme al proprio destino, per andare al governo prima, per rimanerci poi, costruendo il partito del sì, transpartito legato alla propria figura così da poter liquidare la propria sinistra.

È stato lui a volere un Senato non elettivo (con buona pace di Chiti), un Senato di consiglieri già retribuiti così si poteva evitare di pagarli, un Senato dalle funzioni poco precise, ininfluente, ma solo a patto che la maggioranza sia la stessa della Camera. Ovviamente, la sua di maggioranza.

È stato lui a volere l'Italicum per vincere e stare sereni. È stato lui a ergersi a baluardo contro gli anticasta e ieri in Sicilia è giunto al cortocircuito più totale: attaccare la Casta (lui) in una regione dove governa il Pd con tutti quelli che ha trovato, perché la giunta Crocetta è diventato un crocevia di storie diverse. Non tutte castissime, eh.

È stato lui a spiegare che non gli interessava la copertura a sinistra (bastaunsindaco, tipo Zedda, da indicare senatore, ad nutum, come ha fatto arrivando in Sardegna o un Pisapia, che dice che non vota no), perché si vince a destra e ormai solo l'ambiguità di Berlusconi, che vota no ma così così, può aiutarlo.

È lui che ha iniziato con Ventotene e è finito a Vetotene, per fare un gioco di parole di quelli che gli piacciono tanto, con le bandiere Ue tolte, perché anche la generazione Erasmus chissene.

È lui che ha presentato una legge di bilancio con poche idee e pochissime risorse che ora si inventa il bonus Sud, fuori dalla discussione che il Parlamento sta facendo, all'insegna di una programmazione ormai ridotta all'improvvisazione. 

È lui che ha trascinato il paese in una contrapposizione assurda, mettendo al centro se stesso mentre si stava parlando di Costituzione. Polarizzando, perché gli serve per la prossima campagna elettorale ma allontanandosi dallo spirito stesso della Costituzione e della possibilità di revisionarla, con puntualità e razionalità.

È lui che ha scelto di fare il premier della palude, contando su Alfano e Verdini per diventare premier e avere la maggioranza al Senato e fare (solo con loro) la riforma della Costituzione, che ora dice che quella palude è schifosa e che lui non è più disponibile. Da premier della palude a premier contro la palude. Ovvero contro la propria maggioranza e contro il proprio habitat.

Personalmente il 4 dicembre voterò no, perché la riforma costituzionale peggiora le cose. E il bello è che lo dico da tre anni, da prima che tutto questo percorso iniziasse. Anche quando i sondaggi davano il sì al 70%. Anche se fosse stata una posizione "perdente" come vuole la propaganda del governo. E mi sarei sinceramente limitato a questo: a un voto sulla Costituzione. Se così non è stato è responsabilità del premier e dei suoi. A cominciare dalla ministra della riforme, che anche ieri sera spiegava che con il No non ci saranno più gli 80 euro. Forse per parlare della riforma, nel merito.

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Il senso delle misure e delle proporzioni

ilsensodellemisureedelleproporzioniwebMentre predisponiamo le proposte emendative al decreto fiscale e alla legge di bilancio, abbiamo riflettuto sul senso delle misure e delle proporzioni di ciò che stiamo discutendo.

Abbiamo messo in una tabella le nostre proposte (tranne l'ultima, che è legata al referendum costituzionale, che non abolisce il Senato e risparmia soltanto il 10% dei suoi costi: un non-Senato che continua a costare 450 milioni).

Come potete vedere, la bistrattata legalizzazione della cannabis, tra risparmi e maggiori introiti fiscali, vale più di qualsiasi altra proposta. La riduzione e rimodulazione delle indennità dei parlamentari, nella nostra proposta assolutamente ragionevole e non demagogica, vale più della 'riforma' del Senato.

La stessa eliminazione della Tampon Tax, su cui molta ironia si è fatta da quando l'abbiamo presentata, vale di più.

Così come altri interventi: la Carbon Tax (a invarianza di gettito), così come la destinazione dell'inoptato dell'8 per 1000 alla Repubblica italiana, così come altri emendamenti che abbiamo sostenuto e condiviso, anche se proposti da altri (come l'emendamento Marcon sugli F-35). Così magari ci rendiamo conto di che cosa parliamo.

Ovviamente specificheremo che cosa faremmo di quelle risorse ‘recuperate’ (quasi tutte le voci sono in attivo), per introdurre il reddito minimo, per ritornare a una vera progressività, per ridurre altre tasse in un carico fiscale più equilibrato e ‘giusto’.

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Il partito della nozione

A Bologna il 19 novembre, nell’iniziativa promossa da Possibile, non si farà uso di slogan e di semplificazioni (e di semplificazioni delle semplificazioni), né si terranno comizi, ma interventi di costituzionalisti e studiosi della politica.

Si partirà dalle nozioni più elementari, dai modelli più efficaci, dalle soluzioni più semplici per affrontare un compito così difficile, quello di affrontare un referendum all inclusive, voluto così dal governo e dalla fragile maggioranza che ha votato questa riforma.

Interventi che si svolgeranno sulla base di un lungo e meticoloso lavoro che si è sviluppato in lungo e in largo, dopo aver attraversato il testo della riforma e tutto il Paese nelle iniziative di questi mesi.

Non ci saranno parole roboanti, né toni da fine del mondo (essendo la fine del mondo argomento troppo serio per essere trattato con leggerezza): si parlerà del referendum costituzionale, che dovrebbe essere l’argomento in discussione, nonostante da mesi non sia così. Ovvero se ne parla, ma in realtà si intende spesso, quasi sempre altro.

Ci saranno i rappresentanti dei principali comitati del No a livello nazionale che con noi condividono ispirazione culturale e politica, a cominciare da Alessandro Pace e Stefano Schwarz.

Non c’è bisogno di bufale, di effetti speciali, di esagerazioni per spiegare perché si voterà No il 4 dicembre: sono sufficienti parole chiare, semplici, costituzionali, politiche nel senso più vero del termine, ovvero parole collegate alla Repubblica, alla qualità delle sue istituzioni, al profilo del testo fondamentale che deve essere condiviso, revisionato in modo puntuale, con un approccio cauto e ragionato. Non propagandistico.

Non è un «o con me o contro di me», non è «dopo di me, il diluvio», non è «come la Brexit», non è né il «sistema» né l’«antisistema», non è né una risposta a Trump né a nessun altro.

E sapete perché? Perché è una cosa più importante: è la nostra Costituzione. Che si può cambiare, certamente, ma lo si deve fare bene, altrimenti è assolutamente meglio evitare. E lo si deve fare sulla base di un percorso più rigoroso, di un mandato più chiaro e di obiettivi meno confusi e opachi di chi ha voluto farle così.

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