Allearsi con il proprio contrario

Allearsi con il proprio contrario

Leggo l’intervista di Laura Boldrini al Corriere, che invita – tipo Pisapia – a unire la sinistra, non importa se sulla Costituzione si sia votato sì o no. E aggiunge una serie di cose da fare, molto condivisibili, che rappresentano l’esatto contrario delle cose fatte dal Pd in questi ultimi due anni, dal Jobs Act in avanti.

Molto credibile l’alleanza con chi ha fatto l’esatto contrario di ciò che ci si propone di fare.

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La combinata disposta: definizione di autocritica

Anna Finocchiaro, relatrice della legge Boschi e solertissima sostenitrice del sì alla riforma Boschi, nonché relatrice dell’Italicum – una “combinata disposta” in persona  – diventa ministra al posto di Boschi, che diventa sottosegretaria alla Presidenza.

Quando l’autocritica si spinge troppo in profondità.

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Hanno lasciato la politica (una promessa l’hanno mantenuta)

Una promessa l'hanno mantenuta: dicevano che avrebbero lasciato la politica. E lo hanno fatto. Hanno lasciato la politica per optare, ancora una volta, per il potere. A cui non riescono a rinunciare, nemmeno per un po', nemmeno se è consigliabilissimo farlo in certi passaggi.

Hanno lasciato la politica, hanno dimenticato la sostanza, hanno trascurato le parole e i modi.

Parlano di unire la sinistra, dopo averla divisa (e averla divisa da se stessi) e dopo aver diviso il Paese, come non era mai capitato. Sulla Costituzione, oltretutto.

Parlano di sconfitta, ma la imputano ad altri, insultando chi hanno escluso dalle decisioni. Prima rinunciano alle persone e alle loro storie, poi le canzonano, poi danno loro la responsabilità degli errori che commettono.

Parlano di alternative che non ci sono, e poi dicono che bisogna votarli per paura delle alternative. Che quindi ci sono. Incredibile.

Parlano di stil novo e come già nel 2014, quando evocai Rumor, ritroviamo modalità archeologiche, da governi fotocopia inizio anni Ottanta, con ministeri che ritornano da chissà dove per dare ospitalità ai più fedeli.

Parlano di leggi elettorali che non vanno più bene per colpa degli elettori (!), quando le hanno votate per una Camera sola con la fiducia (triplice), riproponendo la stessa logica della legge dichiarata incostituzionale tre anni fa. Il 4 dicembre 2013. Una data che ritorna.

Parlano di tutto, dappertutto. Erano certi di vincere facile, poi hanno perso male. Nel frattempo hanno occupato tutte le posizioni di potere, tutte le trasmissioni, tutti i luoghi di visibilità, confondendo le istituzioni con se stessi.

Parlano di un congresso già vinto, anche quello pensato come un plebiscito, perché squadra che perde non si cambia, e non si cambia nemmeno l'atteggiamento di arroganza e superficialità.

Sì, hanno lasciato la politica. Ad altri. E quando distruggi il centrosinistra, è probabile che siano gli altri schieramenti a giovarsene. A meno che non si cambi passo subito, senza i tatticismi di chi non è d'accordo, ma si adegua. Senza una vera e propria strategia, solo per inerzia. A meno che non si rompa davvero, per fare altro. Politica, per esempio. Che non è solo potere. È cultura. È rappresentanza. È senso della realtà. È cura delle persone. E del loro voto.

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Alfano e il Resegone

Durante la campagna referendaria insistevo sulla figura e sull’opera di Angelino Alfano. Deriso da molti, è il ministro più importante non soltanto dell’ultimo governo ma, da 8 anni a questa parte, è figura indispensabile per qualsiasi esecutivo, con qualsiasi ‘modulo’.

Solo il ‘tecnico’ Monti non lo vide al centro della scena. Ma è stato alla Giustizia, alla Vicepresidenza, all’Interno e agli Esteri. All’inizio della sua carriera da ministro lo chiamavano Lodo. Fu bocciato dal referendum del 2011 – oltre a acqua e nucleare, ricorderete, c’era il referendum Alfano – ma lui ha saputo resistere. Ha avuto problemi con una donna kazaka, ma lo salvò Letta. Poi quando Letta ebbe problemi con un uomo fiorentino, Alfano non ricambiò la gentilezza. Il fratello è diventato argomento di dibattito pubblico circa la meritocrazia – dopo la sinistra ferroviaria, la destra postale -, ma Alfano non si è scomposto. Come non ha fatto una piega di fronte alle polemiche che hanno letteralmente circondato il Cara di Mineo.

Inizio a sospettare che Alfano farà il “ministro comunque”, qualsiasi sarà la nuova maggioranza nella prossima legislatura. Come dicevo, fa parte del paesaggio, come il Resegone per i lombardi.

Chi durante la campagna referendaria ci chiedeva che cosa ci facesse Brunetta vicino a noi, non se ne preoccupa più da tempo, di sedere accanto a lui. Alfano non rappresenta un problema. E quando propone cose come l’abolizione dell’articolo 18, l’innalzamento della soglia del contante o il ponte sullo Stretto, tutti ridono, ma poi seguono le istruzioni del “ministro comunque”.

Recentemente Delrio e Franceschini hanno fatto capire che loro non intendono rinunciare ad Alfano nemmeno per il futuro. Alleato di destra speculare al Pisapia alleato di sinistra, entrambi amici di un Pd che ha la vocazione maggioritaria ma un po’ meno di prima.

Un belvedere.

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Gli autori in prestito (oggi)

Due ore di pausa dalla crisi di governo per parlare di letteratura, a Reggio Emilia, oggi, a partire dalle ore 17.30 nell'ambito della rassegna Autori in prestito (ci vediamo alla Biblioteca Panizzi).

Autori di riferimento e, appunto, in prestito, saranno Julian Barnes, Il senso di una fine (e anche Il rumore del tempo); Peter Cameron, in particolare Un giorno questo dolore ti sarà utile; Stig Dagerman, La politica dell'impossibile; Alexander Langer, in particolare Il viaggiatore leggero e molti altri ancora.

Chi passasse da quelle parti, è il benvenuto.

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La critica liberale di Critica liberale

Critica liberale dedica una parte del suo ultimo numero al vostro affezionatissimo. Lo trovate qui.

Poscritto. Una finestra di opportunità

L’ultimo punto della disamina di scenario suggerisce una considerazione a parte, non più obiettiva ma propositiva, volta ad aggiungere al quadro una ipotesi di possibile leva da attivare nel panorama dei ceti medi riflessivi, dei settori non massimalisti della reazione al disagio sociale, e della borghesia colta e riformista.

L’unico documento politico, ormai da molti anni a questa parte, esplicitamente e sinceramente attento ai contenuti e ai valori da ultimo descritti resta il Patto Repubblicano lanciato nel 2014 da Pippo Civati.

In quanto giovane e post-ideologico, e immune dai rancori della Prima Repubblica, resta lui il più plausibile federatore di un’area ampia di riformisti, capace di animare il dibattito a sinistra, riaggregare le identità dei vecchi laici delle diverse parrocchie liberali, repubblicane e socialiste, farle aprire a un moderno ambientalismo non ostruzionistico, mettertele in contatto con generazioni più giovani di idee, professioni e interessi, con domande di politica di progresso in parte inediti ma nella loro sostanza innovativa affini alle tradizioni del riformismo laico.

Borghese e laico a sua volta, perfino nello stile, nella figura e negli atteggiamenti, colto, ricercatore di filosofia e quindi conscio della storia delle culture politiche, problemista e attento a una costruzione informata delle politiche, Civati pare fatto apposta per tentare di mettere insieme un settore oggi inesistente di offerta politica, non sedotto dalle sirene neocentriste (quando non apertamente conservatrici) del renzismo, estraneo ai singulti della storia ex comunista, ma nemmeno soddisfatto di una testimonianza radicalizzata. Un cuscinetto elettorale posto tra le crisi amletiche del PD e i sogni palingenetici della sinistra radicale; magari per offrire all’uno e all’altra un ponte programmatico pensato e razionale, ma orientato sul piano valoriale nel senso della democrazia laica e liberale. Con l’obiettivo vantaggio di sistema, se si vorrà davvero voltare pagina rispetto alle recenti logiche di selezione della domanda e restrizione della rappresentanza, di potere riassorbire una parte almeno dell’ormai debordante astensionismo elettorale (non a caso non verificatosi nel referendum, con il 70% degli aventi diritto che ha espresso il proprio voto).

Civati, oscurato mediaticamente dopo la sua uscita dal PD, ha avuto anche le sue colpe in questi mesi. Dando per scontata la deriva neocentrista del PD, ha dato l’impressione di tentare una impossibile aggregazione alternativa di tutta la sinistra possibile (che aveva le sue case, i suoi voti e i suoi santini) ed ha mancato perciò di costruirsi una identità nel senso magari più limitato, ma elettoralmente più riconoscibile, di sponda per i soliti happy five million di italiani colti, laici democratici, riformisti, liberali, socialmente sensibili.

Molte sono le incognite che sono state illustrate rispetto alla possibilità di porre rimedio ora; ma nell’incoraggiante momento di confusione dell’intero quadro politico, e di conseguente velo d’ignoranza, si apre anche per lui, come per tutti i potenziali soggetti federabili, una ulteriore finestra di opportunità, a parere di chi scrive solo a condizione di muoversi nel senso dianzi descritto.

Può darsi che non ce ne sia nemmeno il tempo.

Ma muovendosi immediatamente, con una operazione non identitaria, ma politicamente colorita, chiara e riconoscibile (e non velleitariamente ecumenica) potrebbe chiamare a raccolta i dispersi, per dar loro uno spazio a sinistra nell’ipotesi che l’attuale crisi lasci spazio non a una ricomposizione di interessi di corto respiro, ma a una vera nuova fase della politica italiana, come dopo il 1993.

Si tratta di una prospettiva, come detto, in sé non certa, e forse nemmeno probabile. Ma possibile sì.

Più delle parole gentili, per cui ringrazio, mi interessano due cose. La critica, a cui mi piace rispondere con umiltà. E la proposta, che si può sviluppare insieme.

Della prima, dirò che quando sono uscito dalla maggioranza ho proposto una formula completamente diversa dal passato, ovvero la creazione di comitati locali di tutti coloro che non si riconoscevano nella maggioranza e nel pensiero allora ritenuto unico (quello del «non ci sono alternative»). Una formula che superasse sigle e recinti, che purtroppo chi aveva sigle e recinti non ha voluto cogliere, tanto che ancora permangono gli stessi partiti e movimenti di un anno e mezzo fa. Possibile non voleva aggiungersi, voleva sciogliere e coagulare. Non ci siamo riusciti perché non lo si è voluto fare.

Se è poi diventato un partito autonomo è per la ragione che spiegherò tra un attimo, non prima di avere precisato per la milionesima volta che non si tratta di formare un soggetto a sinistra del Pd, perché il concetto è insieme residuale e vago. A sinistra del Pd, che ha scelto di abbandonarla, c'è moltissimo, essendosi il Pd spostato altrove, per stessa convinzione di chi lo guida e ne fa parte. E però non è una solo una collocazione geografica che ci interessa, ma una scelta antica e modernissima insieme, che rinnovi i valori e le sfide, con soluzioni che valgano per oggi e soprattutto per domani.

David Hume scrisse, aprendo un suo celebre libro:

Quando scorriamo i libri di una biblioteca, persuasi di questi princípi, che cosa dobbiamo distruggere? Se ci viene alle mani qualche volume, per esempio di teologia o di metafisica scolastica, domandiamoci: Contiene qualche ragionamento astratto sulla quantità o sui numeri? No. Contiene qualche ragionamento sperimentale su questioni di fatto e di esistenza? No. E allora, gettiamolo nel fuoco, perché non contiene che sofisticherie ed inganni.

Se scorriamo le interviste di questa settimana, di questi mesi e forse di questi anni, chiediamoci: contengono scelte chiare in campo economico e sociale, con una chiara prospettiva sul futuro? Contengono risposte all'enorme questione costituzionale – sovranità, democrazia, rappresentanza – che si è aperta, ben prima dell'orrido referendum? Contengono parole di responsabilità verso il futuro, fatte di numeri e di diritti? O, piuttosto, contengono fumose strategie di alleanze, contro qualcuno, per evitare che vincano gli altri, circa il meno peggio, per vincere assolutamente anche a costo di perdere assolutamente?

Molte persone vivono nel peggio, senza lavoro, senza casa, altre senza prospettive. Quando sentono parlare di «meno peggio», a loro, giustamente, non basta. Vogliono una prospettiva forte, impegnativa dal punto di vista indivuale, e di senso collettivo. Non vogliono il compromesso, vogliono la decisione. Non di uno solo, una decisione che maturi, che rappresenti, che provi a risolvere. Non una scorciatoia, uno slogan, un tweet. Un'idea di Paese e di democrazia. E parole che seguano alle cose.

Perciò ci vuole un profilo di governo, radicale e libero. Repubblicano, nel senso di rispettoso della cosa pubblica, di ciò che unisce. Costituzionale, nel senso dei principi da attuare. Laico, perché sarebbe ora. Autonomo, ovvero non condizionato dalla compatibilità con questo o con quello.

Lo scrivevamo già nel Patto repubblicano, nei principi che ci uniscono e nei programmi che dovrebbe esserne diretta conseguenza, come nella politica italiana capita sempre più raramente. Lo scrivevamo pensando alla ricchezza e al pluralismo delle tradizioni politiche del nostro Paese, annullate in una logica di governo incentrata soprattutto, quando non esclusivamente, sul potere, nel potere. Lo scrivevamo pensando che dobbiamo procedere, verso obiettivi politici condivisi con la società, non solo quella «civile» (espressione politicistica anch'essa). Lo scrivevamo pensando a una dimensione europea di un messaggio che se rimane solo nazionale ha poco senso e non tutela nemmeno gli interessi della comunità che vorrebbe rappresentare e tutelare.

Dicevo: se Possibile è diventato un partito è per due ragioni, che rispondono alla domanda di Critica liberale. Per fare politica, ci vuole un'organizzazione e soprattutto un luogo politico e democratico. Quindi un partito, anche se come Possibile varrebbe l'iconografia di Magritte, perché non è certo un partito classico, né burocratico. E, seconda ragione ancora più significativa, perché Possibile è una formula, che corrisponde a quel progetto originario. È cioè interessato a fare le cose che avete letto qui sopra con tutti coloro che vorranno farle. Senza alcuna urgenza di primazia, senza alcuna volontà di imporsi, in uno schema aperto, leale e però concreto, perché di convegni non se ne può più.

A noi interessa «l'eterno ritorno dell'uguale», ma non quello del ceto politico o della nostalgica identità, quello del simbolo che abbiamo scelto: quello che ci ricorda che superare le disuguaglianze è urgente e tutt'altro che contraddittorio con la necessità di rendere le persone più libere.

Non ci siamo, quindi. Con umiltà, come consiglia Stephen Hawking. A cui aggiungerei e approfondirei: condivisione. Profonda. Della realtà. Delle cose che riguardano la vita delle persone. Non gli schemi politici astratti.

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L’unica cosa peggiore del dibattito sulla sinistra è il finto dibattito sulla sinistra finta

In filosofia della scienza qualcuno diceva che una teoria scientifica si regge in piedi anche moltiplicando quelle che potremmo chiamare eccezioni. Fino a quando la teoria non si rivela superata. Anche per via, potremmo dire, delle troppe eccezioni.

Ecco, mi pare che il tentativo di fare la sinistra del Pd fuori dal Pd e speculare a una destra del Pd fuori dal Pd appartenga a quel tipo di tentativo. Nessuno mette in discussione Renzi e ciò che c’era prima di lui, rispetto al quale quelle di Renzi sono state solo variazioni aggressive sul tema. Larghe intese trasformate in un patto politico con Ncd, che non a caso Delrio propone come alleato anche alle prossime elezioni: come fanno peraltro tutti quelli che attribuiscono il 40% del sì al Pd (e quindi ai suoi alleati). Un programma che ha scelto le migliori ciliegie del programma della destra, sul lavoro, l’ambiente, le infrastrutture, le politiche economiche e fiscali. Una gestione del potere totalizzante, perché si deve vincere, a qualsiasi costo, anche quello di perdere.

Che poi il problema non è nemmeno l'alleanza con il centrodestra: è che centrodestra e centrosinistra si sono confusi fino a non riconoscersi più. E fino a portare Aldo Cazzullo, oggi, sul Corriere, a affermare che questo era un governo di centrosinistra. No, caro Cazzullo, questo era un governo di larghe intese, trasformato in un accordo politico con una parte della destra e con un accordo – poi svanito – sulle 'riforme' con quasi tutta la destra.

Non ero d’accordo con questo schema, che non ha fatto altro che far crescere nel Paese un risentimento verso la sedicente sinistra. Non ero d’accordo con chi ha spiegato che si doveva puntare tutto su una leadership anche a costo di dimenticare parte consistente della propria storia e anche del proprio programma elettorale delle ultime elezioni. Che si era dimostrato insufficiente per ragioni completamente diverse rispetto a ciò che è accaduto dopo: era insufficiente in termini di credibilità e radicalità.

Non ero d’accordo con le riforme, bocciata quella costituzionale, da rifare quella elettorale. Non ero d’accordo con le politiche economiche basate su bonus e precarietà.

Curioso che oggi nessuno lo dica apertamente, nel momento in cui si vuole rifare il centrosinistra devastato da quelle politiche e da quelle scelte in questi anni.

Lo schema non regge più, ha concesso spazi incredibili a chi – tra mille contraddizioni – si è attribuito i temi della Costituzione, della democrazia, della questione morale, del cambiamento radicale. Della difesa degli ultimi.

Una scissione che si era già registrata nel 2013, che il renzismo avrebbe dovuto riassorbire (e invece il 5 stelle non è mai stato così alto) e che è stata negata ovvero assunta direttamente con i toni populistici della campagna referendaria del sì, anticasta e demagogica.

Da tempo ho cercato di spiegarlo, dentro e fuori il Pd, fino a uscirne perché non ritenevo più serio sostenere un governo che continuava imperterrito a fare le cose che faceva, senza alcun ripensamento. Anzi. Con tutta l’arroganza possibile. Che non mi pare affatto scemata.

Se si vota tra tre mesi, non sosterrò quel pacchetto. Non credo vincerà e in ogni caso non vedo alternative, come mi hanno detto per anni, gli strateghi che governano il Paese.

Penso che si debba rompere con quello schema, non allearvicisi. Che si debba cambiare completamente rotta. Che ci si debba porre altre domande e altri obiettivi, perché le domande (non solo le risposte) sono sbagliate e non corrispondono a quelle che si fanno gli elettori.

Penso che non si debba rivotare un centrosinistra che non c’è più, essendo diventato un grande centro, del potere, dell’establishment, della decisione dall’alto, dell'arroganza. Penso che si debba rivoltare quel modello. E che solo facendo così si possa tornare a parlare di qualcosa che una buona parte degli elettori possano trovare credibile. E possano tornare a fidarsi.

Penso che non si debba votare qualcosa perché altrimenti vincono gli altri: che è una forma di benaltrismo rovesciato. Il «meno peggio» apre la strada al peggio. E dopo vent'anni di antiberlusconismo, che il cosiddetto centrosinistra alleato della destra e diventato destrorso esso stesso, dica che bisogna votare anti, dopo aver governato per anni, è abbastanza sorprendente.

Senza quel passaggio di rottura e di vero rinnovamento culturale prima che politico, senza alcuna autocritica, senza alcuna revisione delle politiche che si sono fatte negli ultimi anni, immaginare di ricostruire il centrosinistra è semplicemente impossibile.

E il dibattito sulla sinistra, lanciato dalla Repubblica, è finto, come quella sinistra di cui parla. Che non a caso sulle altre pagine riparte da chi è stato al governo in questi anni. dalle correnti di questo o quel ministro (il partito del governo, come si diceva nell’Ottocento, e le correnti del governo), da chi ha votato tutto quello che non andava bene. E non ha nemmeno la decenza di ammetterlo.

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A volte ritornano subito

Questo è il commento di Dario, un amico, all'osteria sotto casa. Ed è la sensazione del dopo voto.

Nessuna pausa di riflessione, nessuna sospensione sabbatica, i toni e i metodi di sempre.

La direzione-specchio del Pd di ieri ne è la dimostrazione plastica, come lo è stato il disagio di Walter Tocci

Il punto è che ci ritroviamo con due leggi elettorali per Camera e Senato, come richiesto da una parte del Pd e come votato nel pacchetto fiducia all'inizio del maggio 2015 (per i commentatori più incauti, vorrei precisare che non sottoscrissi quella proposta e che non votai quella legge). Con una legge, l'Italicum, che favorisce gli altri, pur (o, forse, proprio) perché è stata pensata per se stessi. Anzi, per se stesso.

Ormai tutti sembrano ammettere che abbia vizi di costituzionalità: notevole.

Ci ritroviamo allo stesso punto dell'avvio di questa legislatura (per i commentatori più incauti, per me si poteva tornare a votare già allora, nel 2013 o nel 2014, dopo il congresso di allora, ma poi partì il governo Napolitano che sarebbe dovuto durare due anni e successivamente il nuovo segretario del Pd, eletto esattamente tre anni fa, decise di andare avanti fino alla fine della legislatura). Come allora lo spauracchio è la vittoria degli altri, argomento che consente di fare un po' quello che si vuole. Tutto e il contrario di tutto. E di farsi del male, anche.

Intanto fioccano riflessioni sulle alleanze, escluse dallo schema renziano dell'Italicum, come ricorderete: mentre Pisapia propone l'alleanza con il Pd ma senza Ncd, Delrio in tv spiega che si deve andare al voto con gli alleati del centrodestra. Per evitare che vincano gli altri, ovviamente. Senza alcuna riflessione su ciò che è stato, senza alcun giudizio politico se non sul posizionamento e la convenienza.

Quando Renzi prese il potere adottò l'immagine delle vite dei videogiochi a simboleggiare gli anni della legislatura e rivolgendosi ai parlamentari disse: ne avete usata solo una, perché buttare via le altre quattro? Ora di vita ne rimane solo una, forse mezza, anche nessuna.

Fate presto, insomma, come titolava quel giornale. Fate in fretta, traduce subito il renzismo di governo. Anche a costo di bluffare pesante: perché quando si appella al (fantomatico, sotto il profilo politico) fronte del No per formare un governo, sa benissimo di prendere in giro il Parlamento e se stesso. In Parlamento il Pd gode del premio di maggioranza dichiarato incostituzionale il 4 dicembre 2013. Premio che ha utilizzato senza fare una piega per riformare male la Costituzione. E che ora finge di non avere.

L'unico che può dare una forma al disastro combinato dal partito di maggioranza è il Presidente della Repubblica. A cui diremo quello che trovate qui, con un'aggiunta: che tutte le leggi elettorali a disposizione in Europa sono meglio dell'Italicum. E che ci sembra giusto consentire ai cittadini italiani di tornare a votare con una legge elettorale democratica, senza trucchi, senza sproporzioni, senza inganni. Tutto il resto fa parte di una campagna elettorale che è già iniziata. E per qualcuno non era mai finita.

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Il giorno dopo

Leggo molto nervosismo nel fronte governativo, paragonabile a quello con cui è stata vissuta tutta questa campagna referendaria. Che per alcuni sembra non voler finire, nonostante l'esito inequivocabile. Continuate così, fatevi del male.

Nessun dubbio circa l'operazione condotta magistralmente per far vincere gli altri. Nessun ripensamento. Solo attacchi agli 'altri', definiti ininfluenti e però decisivi per far perdere il loro leader: che pare invece sia stato bravissimo a contribuire alla propria clamorosa sconfitta. Senza ascoltare nessuno che gli consigliava diversamente. No, ora è colpa di chi gli consigliava di fare diversamente, non sua.

Ora si rimprovera l'Italicum agli altri, come se l'avessero votato gli alieni. Dice che si fa fatica a rifare una legge elettorale, infatti sarebbe la prima legislatura a dover fare due leggi elettorali.

Ora ci si chiede come si possa fare un governo trovando una maggioranza in Parlamento, come se i due precedenti, fatti dalle stesse persone, non fossero la stessa, identica cosa. E come se la maggioranza non fosse la stessa, identica maggioranza. E come se chi si affaccia ora – Berlusconi, nel suo ricongiungimento familiare con Alfano e Verdini – non fosse al centro della strategia con cui si è avviato tutto quanto, con il patto del Nazareno, la mossa che tutti ritenevano geniale, con Berlusconi decaduto solo da qualche settimana. Il governo pensava di averlo liquidato con Mattarella, ma forse non era così liquidato. Se ci pensate Berlusconi dice: facciamo insieme la legge elettorale. Non è la stessa cosa di tre anni fa, ai tempi della «profonda sintonia»?

Ora si afferma che gli italiani abbiano votato no solo per andare contro al governo, mentre – se ci pensate – gli argomenti a favore del sì (soprattutto gli ultimi, autorevoli, da Prodi a Scalfari) erano proprio il rovescio: si votava sì per sostenere gli equilibri di governo, non sul merito della riforma. Ma in una notte tutti fingono che non sia stato così.

Se crediamo ai dati demoscopici, nel No sono paritarie le ragioni di merito rispetto a quelle politiche. E per il sì non è molto diverso. L'unica differenza è che per il No si sono espressi, praticamente in tutto il Paese, sei milioni di persone in più.

Nessuno si chiede perché con una 'riforma' inizialmente popolarissima e nonostante il dispiegamento di mezzi mai visto per sostenerla, i risultati siano questi.

Nessuno riflette sul proprio operato: leggo senatori che celebrano i cervelli in fuga all'estero, che hanno votato bene, mentre quelli rimasti in Italia sono cervelli evidentemente bacati. Leggo influencer far capire che i meridionali hanno votato male, mentre hanno votato male anche in Valle d'Aosta e in Friuli, ma non conta. Leggo quelli che paragonavano il referendum a Brexit parlare delle borse e poi non parlarne più perché non sono crollate, come forse si auguravano, in una strana inversione del concetto di gufi.

Leggo i giornali che hanno sposato il sì, negando qualsiasi rappresentanza ai No come il mio, continuare in una rappresentazione parziale, che non spiega le cose, o almeno ne spiega solo una parte.

Leggo tutti quanti cascare nella propria retorica, anche se la retorica si è dimostrata perdente.

Leggo chi dice che bisogna riunire il centrosinistra insultare nel tweet successivo quelli di sinistra con cui si dovrebbe riunire.

Secondo me prendete un bel respiro e riflettete. Senza acrimonia. Che non vi fa bene.

Poi tornate a insultare quelli come Civati, che tanto ci siamo abituati, tranquilli. E non perdiamo il nostro stile, nonostante le valanghe di sarcasmo e di cattiveria che ci avete sempre riservato.

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L’Italicum non va bene, giusto, ma chi l’ha votato, l’Italicum?

Adesso dicono tutti: adesso, pensa te, vorranno votare con l'Italicum!!!

Ma chi l'ha votato, l'Italicum, con fiducia, come era accaduto solo una volta nell'Italia repubblicana?

Personalmente, non volevo l'Italicum, né lo voglio. Per le stesse ragioni noiose che vado ripetendo da quando lo inventarono i nazareni, mentre ci spiegavano che era il sistema migliore del mondo. Perché premio e ballottaggio non vanno bene. E perché ha un sistema di collegi troppo grandi. E una attribuzione dei seggi del tutto discutibile.

Segnalo in più che in Parlamento la maggioranza ce l'hanno sempre gli stessi – nonostante i comprensibili drammi della serata – e dire che dovranno essere gli altri a decidere fa un po' sorridere.

E poi, scusate, ma non c'era un documento del Pd – collegato al nome di Gianni Cuperlo – per la riforma del sistema elettorale? E non c'era un impegno di tutta la maggioranza di governo, in proposito? Oppure non era vero neppure quello?

Abbiamo già parlato del bue che dà del cornuto a se stesso. Dobbiamo rifarlo?

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