Attraversiamo!

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Ho letto con piacere il libro di Fabrizio Barca, La traversata. Una nuova idea di partito e di governo, recentemente pubblicato da Feltrinelli, che riporta in copertina l'immagine del cantiere che riprende la Tecla di due post più sotto.

Con Barca discuto da tempo del partito e del governo, da molto prima che iniziasse il suo viaggio in Italia e nel Pd e che ci offrisse il suo documento e la sua elaborazione.

Ci sono cose che dico e che cerco di fare da tempo, in ciò che Barca scrive. In quel partito che si cimenta nel dialogo, nel confronto e nel conflitto, come cercammo di fare in piazza, a Bologna, tra governo e movimenti, nell'autunno del 2011. In quel partito che discute e che delibera, come proponemmo nei nostri referendum dello scorso anno, che purtroppo i candidati di allora presero in scarsa (per meglio dire, nessuna) considerazione (eppure parlavano di reddito minimo, contrasto della corruzione, consumo di suolo, matrimoni gay). In quel partito che trova una misura con la gestione del potere ed è soprattutto luogo di elaborazione e di proposta, capace di offrire al Paese soluzioni che non ci sono (o non sono ancora state valutate dalla politica che ci rappresenta o ci dovrebbe rappresentare). In quel partito a rete che, al di là delle segreterie e delle gerarchie e delle oligarchie (soprattutto), metterebbe immediatamente in comunicazione il ragazzo di Verbania che vuole approfondire il tema dei rifiuti con l'esperto assessore che conosce la norma, per fare un esempio, perché insieme scoprano qualcosa di nuovo.

Sono tutte cose che non sostengo da oggi e non mi interessa che cosa farà Fabrizio Barca al Congresso: so che, come me, ha un giudizio critico sul recente passato della sinistra italiana e pensa che ci voglia un partito profondamente rinnovato anche nelle persone che lo devono rappresentare, e tanto mi basta. La sua «agenzia per la produzione di idee» la farei diventare la Fondazione del Pd (quell'unica fondazione di cui abbiamo bisogno che non sia, per ovvi motivi, come le attuali, in cui ciascun leader si costruisce il proprio comitato elettorale, a dispetto del lavoro comune che tutti dovremmo fare). E il principio per cui uguaglianza e concorrenza leale si richiamano, come spiega diffusamente nei suoi testi, l'ho già fatto mio da tempo, in un'idea di sinistra non proprietaria, sana perché conflittuale e non fintamente unanimistica, che superi il falso dilemma partito liquido vs. partito solido, con cui ci siamo ammorbati in questi anni. Ci vuole un partito organizzatissimo perché sia relazionale e capace di includere chi non ne fa parte. Punto.

La cosa che mi preme è che quel partito che si mobilita e fa mobilitare di cui parla Barca, e che io da tempo definisco «partito ospitale», che riconosce la propria parzialità rispetto al resto della società, e che sa accogliere e organizzare in un dibattito razionale e comprensibile le pulsioni e le mozioni di cambiamento che provengono dalla società, si veda fin da ora. Che non sprechiamo anche questa occasione per parlarne, che iniziamo a misurare fin da questo Congresso la capacità propositiva che tutti diciamo di avere.

Alla «traversata» di Barca rispondo che stiamo attraversando già, in ragione di uno slogan che è stato preso giustamente di mira dalla satira («le cose cambiano, cambiandole»), ma che dà l'idea che il processo e il risultato si richiamino (nel senso della Fenomenologia, non della decadenza, per capirci).

Il futuro nel Pd diventa passato: è accaduto troppo spesso. E il clima di sfiducia che ci accompagna da mesi (e che continuiamo a rinverdire, con le mosse che ormai conosciamo) va superato con il contributo di tutti.

Caro Fabrizio, attraversiamo insieme. Sappiamo che queste larghe intese si superano solo con pensieri e azioni e iniziative e parole di lungo periodo. Troviamole, in questi mesi, altrimenti parleremo di cose che a me non interessano e che lasceranno il tempo che trovano. Molto nuvoloso, con il rischio di rovesci (ripetuti), e un vento che soffia, ma lontano da noi.

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Lettera aperta al tesoriere del Pd

Come già un anno e mezzo fa, Gabriele Guidi (imprenditore e iscritto) torna a occuparsi del bilancio del Pd. Promuovendo le buone intenzioni, ma chiedendo uno sforzo di trasparenza in più, soprattutto a proposito di alcuni temi che ci stanno a cuore: struttura, incarichi e consulenze, ruolo delle fondazioni e bilanci territoriali (poiché il Pd è un partito federale, dal punto di vista economico). E un incontro pubblico per discutere liberamente di questi temi. Un confronto aperto che farebbe bene al congresso che sta per iniziare, e al Partito Democratico in generale. In attesa della risposta, ogni iscritto ed elettore può contribuire a diffondere questa nostra richiesta, sul web o stampandola e distribuendola, nei circoli o tra altri attivisti: col solito spirito aperto ma puntuale, quello del Pd che vogliamo realizzare.

Alla cortese attenzione del Tesoriere PD, Antonio Misiani

Le scriviamo, come semplici iscritti o dirigenti del PD, in riferimento alla sua responsabilità, data dall’articolo 35 del nostro statuto, nella redazione del bilancio del nostro partito.

Innanzi tutto vorremmo complimentarci, il PD rimane l’unico partito nel panorama nazionale a redigere un bilancio certificato da un organismo terzo, ed inoltre abbiamo molto apprezzato il fatto che nelle ultime edizioni siano stati fatti notevoli sforzi verso una maggiore trasparenza, soprattutto delle diverse forme di finanziamento. Dobbiamo però constatare che questa trasparenza è avvenuta soltanto dal lato delle entrate, mentre per quanto riguarda le uscite, rimangono notevoli perplessità sul dettaglio delle informazioni. Riteniamo infatti che, visto il minimo livello di fiducia dei cittadini nelle istituzioni ed in particolar modo nei partiti, un maggiore sforzo di trasparenza sia necessario proprio far riacquistare quella fiducia che nel corso degli anni è andata erodendosi sempre più.

In particolare riteniamo che questa trasparenza debba essere massima nelle seguenti voci:

– Personale dipendente:  lista dipendenti con incarichi-funzioni-retribuzione ( lo stesso dovrebbe essere richiesto a tutte le tesorerie territoriali, in modo da poter avere un vero e proprio organigramma nazionale del PD)

– Spese collaboratori e consulenze : lista dei collaboratori/consulenze, relativi incarichi e retribuzione

– Per le restanti voci di spesa sarebbe sufficiente avere una “classifica” per fornitore, e solamente per quelli più importanti poter arrivare a un livello di dettaglio maggiore possibile.

Ma, oltre a questi, ci sono un paio di temi di fondo che vorremmo mettere in risalto e, possibilmente, affrontare assieme a Lei in un incontro pubblico:

1. Integrazione bilancio PD nazionale con bilanci regionali/provinciali

Comprendiamo perfettamente che essendo il nostro partito, da statuto, un partito federale, le varie organizzazioni territoriali abbiano la possibilità di redigere autonomamente il proprio bilancio, ma riteniamo assolutamente incredibile il fatto che, fino ad oggi, non si sia pensato di “consolidare” almeno civilmente i vari bilanci per poter redigere e avere la situazione complessiva di tutto il PD, e non soltanto di una parte.

2. Completa trasparenza sulle proprietà immobiliari ex-Ds ex-Margherita e relativi affitti delle sedi. E auspichiamo una soluzione definitiva al problema delle varie fondazioni (immobiliari o politiche) che in un modo o nell’altro, e quasi mai alla luce del sole, condizionano le scelte del partito.

Come avrà già capito quello che ci sta più a cuore è che il “nostro” bilancio, possa essere un patrimonio di tutti noi, che possa cioè essere comprensibile da tutti, che tutti noi possiamo svolgere funzioni di controllo e che se ne possa discutere pubblicamente.

Ecco questi ci sembrano gli argomenti che più urgentemente il nostro partito dovrebbe affrontare dal lato della trasparenza dei propri conti (e del proprio funzionamento), e ci rendiamo ovviamente disponibili per discuterle direttamente con Lei in un incontro pubblico.

Grazie per l’attenzione. Distinti saluti,

Gabriele Guidi

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Il cielo stellato sopra di me

Oggi Repubblica, nella sua pagina dedicata alle correnti del Pd, che sembra Wikipedia, e che ha più ritratti del Louvre (tutti con l'espressione della Gioconda), mi ha dedicato un pianeta della galassia democratica. Sono soddisfazioni.

Il punto, però, è che bisogna cambiare sistema solare. E non iscrivere quello che c'è già, alla propria corsa, ma andare in cerca di qualcosa di nuovo. Il pianeta che ancora non c'è, dove dimorano – nemmeno si trattasse di un racconto di Voltaire – i delusi, gli astensionisti, gli amministratori che non si fila mai nessuno, gli attivisti giovani e i ragazzi dentro che continuano a montare feste, a frequentare mercati e ad animare consigli comunali, ma nessuno interpella mai.

In quel pianeta vivono abitanti che diffidano degli attuali dirigenti del Pd (li considerano marziani) e non intendono fare più sconti a nessuno. Non credono agli atteggiamenti saturnini di chi vorrebbe tornare malinconicamente a quello che c'era prima, non si fidano dei satelliti dei pianeti più grossi che intendono aggirarsi per sempre intorno alle posizioni consolidate, non pensano che orbite troppo lontane e distanti tra loro possano convergere.

Hanno la luna, ma gliel'hanno provocata gli ultimi sei mesi. Luna piena, fin dalla notte dei 101.

A loro è dedicato, almeno per me, questo Congresso. Con me non ci sarà nessun ministro dell'attuale governo, né alcun rappresentante della numerosa falange dei killer di Prodi: quelli che finiscono in -ani – che sembra di stare su Star Trek – hanno già trovato il posto dove andare. Anche i vulcaniani, con le loro orecchie a punta. Con me ci saranno sindaci di piccoli Comuni che fanno innovazione e sostenibilità, giovani occupanti del Pd e della sinistra, pericolosi amici della Costituzione ed eversivi del Mattarellum, compagni di tutte le età e nuovi amici che vogliono cambiare le cose. Tutte o quasi.

Che pensano ci voglia un partito, ma non il partito che conosciamo già. Che vogliono mandare a casa tutti ma sulla base di una rottura dello schema che abbia più profondità e nello stesso tempo più futuro.

Gli altri, affezionati al loro pianeta, sono già convinti del risultato: e cambiano spesso idea. Prima volevano il Congresso chiuso, ermeticamente. Ora, che hanno trovato il candidato, gli va bene pure il Congresso aperto. E anche subito, e sono gli stessi che il Congresso hanno fatto in modo di rinviarlo.

Sono convinti di sapere come andranno a finire le cose, perché lo sono sempre: infatti le cose non vanno a finire mai come dicono loro. Ma non fa niente. Hanno un pianeta da difendere.

Non si estingueranno con un meteorite, però. Ci vuole cultura e politica, un nuovo metodo e contenuti che cambino le cose. Quando guardate il cielo, sforzatevi di indirizzare lo sguardo più in là, verso sinistra. Le altre costellazioni si sono spostate già. E si confondono tra loro, in un disegno che sembra un arabesco. O un gomitolo di complicazioni, come dice il Gadda che trovate in libreria.

Trovereste alcuni segnali di vita. E alcune luci, che a poco a poco si accendono.

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Rompere gli schemi

Ieri il Salamella Tour è arrivato a Cortona, uno dei posti più belli del mondo.

La serata era organizzata presso la balera, dal palco maestoso del liscio. In mezzo la pedana era vuota in un modo inquietante, tutto intorno centinaia di persone, che aspettavano il liscio e si sono invece trovate una riflessione sulla ruvida situazione del Pd.

Se ci pensate, quello spazio vuoto davanti a noi costituisce una metafora notevole dell'attuale complessa situazione, perché proprio da quello spazio vuoto dobbiamo ripartire, perché rappresenta fedelmente gli elettori che non lo sono più e gli elettori che non votano più noi. Insieme, fanno un grande partito, il partito più grande, all'insegna della Storia delle delusioni del centrosinistra, che potrebbe diventare un corso di laurea: esami in Bicamerale, interventi Nato, caduta di Prodi (in tre annualità, 1998, 2008, 2013), un monografico su Cossiga e uno su Mastella, Monti e Rimonti.

Dopo una prima ora di conversazione dal palco, ci siamo trasferiti in libreria, inseguiti dal suono della discoteca, accesa per l'occasione, nello spazio delle domande. E c'è subito da segnalare una novità: dai 101 di aprile siamo passati alla domanda sui prossimi 101, ovvero sul terrore che il Pd faccia pasticci sulla decadenza (cosa che porterebbe a compimento la nostra, di decadenza).

Le domande erano diverse, ma la convergenza che ho voluto scorgere e che ha ispirato le mie risposte è stata la seguente: che dobbiamo rompere lo schema, che dobbiamo ripensare le regole del gioco (non a quelle del Congresso), che dobbiamo spingerci più in là nella comprensione della realtà.

Non basta più parlare genericamente di rinnovamento, si deve dire anche con quali cose e quali persone lo si intende promuovere: il Civoti è all'origine di questa esigenza, per fare emergere un gruppo che sia finalmente capace di rappresentare gli elettori, con metodi nuovi, partendo dalla competenza e dalla fedeltà, certamente, ma non al capo corrente, bensì agli elettori e agli impegni che si prendono (vedi alla voce Imu e non solo).

Rompere lo schema significa non parlare dell'inceneritore di Parma, ma di quello di Reggio Emilia, spento dal Pd. Significa parlare di conflitto d'interessi, ma non di quello di Berlusconi, che si mostra da sé: di quello che riguarda quasi tutti, nel Paese della pappa. Significa non fare retorica sul rapporto con gli elettori, ma adottare le decisioni che gli elettori hanno preso (vedi referendum sull'acqua) e quelle che ci hanno indicato (vedi legge elettorale). Significa essere costanti e coerenti sulla via della riduzione delle tasse giuste (non di quelle sbagliate) e del contrasto dell'evasione fiscale, soprattutto quando essa si manifesta in dimensioni smisurate. Significa dare diritti a chi non ne ha mai avuti e provare cose nuove che in Europa ci sono già (vedi alla voce reddito minimo).

Rompere lo schema significa provare a forzare i limiti delle forze politiche attuali, che non hanno più molto senso, se è vero che a febbraio metà degli elettori si sono spostati, dalle forze politiche tradizionali, verso un altro luogo o in molti casi verso il non luogo dell'astensione. Provare ad aprire un progetto e un percorso nuovi, che prendano spunto soprattutto da ciò che manca e abbiamo mancato (che è parecchio). Che non assuma quello che c'è già, perché in questo schema così dichiaratamente conservatore, noi abbiamo perso in partenza.

A Cortona vive Scanzi, che ripetutamente mi ha rimproverato perché resto nel Pd e mi ha invitato a costituire un soggetto politico nuovo. Per me – qui sta la ragione dell'equivoco – quel soggetto politico nuovo, da costruire su basi ripensate, è il Pd. In cui entrare per uscire dalla situazione attuale, una volta per tutte.

Per questo il Congresso è decisivo: perché è l'unico Congresso o quasi (altri partiti sono difficilmente contendibili, per usare un eufemismo), perché quel patrimonio di storie, esperienze, speranze non deve andare perduto. E sto parlando degli elettori, soprattutto, e di chi ha dedicato la propria vita alla politica, per cambiare.

Sono certo (e l'ho misurato ieri sera, come nelle altre serate estive) che di questo siano convinti molti, moltissimi elettori del Pd e della sinistra italiana. Che hanno bisogno di un leader a cui affidarsi, è chiaro, ma anche di un progetto politico e culturale che ci porti fuori da questi schemi, ormai esausti. E che dia senso al concetto di nuovo, che per sua natura è molto più impegnativo del vecchio.

Soltanto così faremo la nostra parte. Se non lo faremo, saremo una piega della destra e del conservatorismo italiano, che è già molto popolare e rappresentato, non solo dalla politica, ma da tutta la società.

So che è complicato, lo so bene: ma essere conservatori è molto più agevole del provare a cambiare le cose, in profondità e nella struttura stessa della nostra democrazia e dei rapporti sociali. Ogni tentativo che ci liberi dall'ignoranza e dalla superficialità, da un rapporto sbagliato con il potere e dalla illegalità in tutte le sue forme, è il benvenuto. Ed è l'unico tipo di tentativi che ci interessano e che sono compiutamente di sinistra, a mio modo di vedere.

La cima della montagna è lontana, e la salita impervia: ma solo se arriveremo in cima, scopriremo che cosa c'è dall'altra parte. Che è il posto dove vogliamo andare.

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Caro Stefano, c’è davvero bisogno di un nuovo partito?

Caro Stefano (nel senso di Rodotà),

ho seguito la conferenza stampa tua, di Maurizio Landini e Gustavo Zagrebelsky. Ne ho apprezzato toni e contenuti e mi è sembrato uno dei pochi momenti nei quali si sia fatta politica, nelle ultime stravolte settimane.

Se non abbiamo idee forti, siamo morti, mi scrive un amico caro. E l'altra sera ne ho discusso con Jacopo Fo, che giustamente richiamava la politica alla concretezza che solo un cambiamento radicale di punti di vista può assicurare.

Solo mi chiedo e ti chiedo, rivolgendomi a te con la stima di sempre: dove lo facciamo, questo dibattito? Qual è l'occasione vera e largamente partecipata per discuterne? Quali modalità di emergenza (parola rovesciata in questi giorni, per le solite urgenze del solito qualcuno?) adotteremo?

Perché sono dispiaciuto, ma le nozze scozzesi (tua definizione) del M5s proseguono, nonostante il parere (altrettanto dispiaciuto) di milioni di elettori. Perché di piccole etichette a sinistra ne abbiamo già viste molte, abbiamo apprezzato albe radiose e vertiginosi tramonti.

Come sai, penso che l'unico luogo di dibattito sia il Congresso del Pd. L'unica speranza – che certo appare paradossale – di cambiare le cose in profondità. L'unico modo per non consegnare alla destra (perché questo stiamo facendo) e all'indistinto tutto il patrimonio di passioni, esperienze, anime (belle, anzi bellissime) che hanno formato una storia preziosa, da Dossetti a Berlinguer, da Pertini ai ventenni di oggi, che ci guardano con speranza e smarrimento, ma che sono giovani davvero. E liberi più di quanto lo siano state le generazioni di mezzo, nelle terre di mezzo di una politica compromissoria e inconcludente, incapace di cambiare prima di tutto se stessa.

L'unico modo per portare i diritti degli ultimi e di coloro che rischiano, che investono sul futuro, che studiano e che lavorano al governo del Paese, e non all'opposizione di un altro governissimo (o, forse, governino) così.

Vorrei un tuo parere e, te lo dico spudoratamente, vorrei contare su di te. Sarebbe un peccato disperdere e disperderci, proprio ora, senza trovare una chiave comune per cambiare. E riscattare il presente, il passato e anche il futuro.

So benissimo che è un disegno folle, secondo le consuetudini di oggi, e le convenienze di tutti e di ciascuno. Ma io penso che la sinistra proprio questo debba fare, proprio questo debba essere.

Con affetto,

pippo

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Caro Guglielmo, caro Roberto

La lettera sottoscritta da alcuni colleghi a cui ovviamente aggiungo anche la mia adesione (che non è stata immediata, tra l’altro, perché com’è noto, la fiducia non l’ho votata).

A Epifani e Speranza

Caro Guglielmo, caro Roberto,

abbiamo deciso di aprire un confronto a viso aperto con voi sul passaggio difficile che il nostro paese e il partito che abbiamo contribuito a fondare stanno vivendo. A partire da una premessa: noi sosteniamo il lavoro che state mettendo in campo, in condizioni difficili ed eccezionali, sul fronte del partito e in parlamento. Il risultato dei ballottaggi, pur in un quadro di astensionismo molto oltre i livelli di guardia, restituisce alla nostra gente un pezzo di quella fiducia persa nell’avvio drammatico di questa legislatura. Ma il sostegno al vostro lavoro e i risultati elettorali non possono farci tacere di fronte ad errori palesi che si sono commessi e che si continuano a commettere nel nostro partito rispetto ai quali ci sentiamo di fare tre considerazioni.

1) Superare le correnti è diventata la dichiarazione più frequente di ogni dirigente del partito democratico. Ma l’appartenenza a vecchie filiere, spesso ormai prive di significato politico, rimane invece il criterio esclusivo che guida le scelte nell’attribuire ruoli nel partito. E lo è stato anche in parlamento dove non sono stati valorizzati ad esempio i tanti parlamentari, portatori di competenze, democratici liberi, eletti con le primarie e che attraverso questo meccanismo di selezione hanno rinsaldato un rapporto con l’elettorato e i territori che il porcellum ha definitivamente cancellato. Il pluralismo politico e culturale è un valore a patto che non si trasformi in una sommatoria di compartimenti stagni, meccanismo esclusivo per la spartizione delle cariche. Il partito sul territorio e più in generale il nostro elettorato non si riconosce, ormai da tempo, in questa fotografia e sta a noi restituire un quadro più realistico di cosa è oggi effettivamente la nostra comunità politica, superando ora e non al congresso, uno stato di correntismo asfittico che rischia di soffocare il partito. Costruiamo da subito l’anagrafe delle competenze tra gli eletti. Chiediamoci chi sa fare che cosa, prima di qualsiasi domanda sulle appartenenze.

2) Abbiamo votato la fiducia al governo delle larghe intese. L’abbiamo fatto responsabilmente ma con addosso una ferita che difficilmente potrà rimarginarsi e che non riusciamo a motivare negli incontri con i nostri militanti ed elettori. Questo governo non nasce da una fatalità. Sono stati commessi errori irreversibili e abbiamo aspettato, invano, di ascoltare in queste settimane un’autocritica piena. Lo diciamo pensando anche che Pierluigi Bersani abbia pagato più di tutti e forse più del dovuto. I nomi dei 101 che ogni singolo militante ed elettore ci chiedono quotidianamente forse non li conosceremo mai. Ma ci sentiamo di rigettare con forza la tesi, che spesso abbiamo ascoltato, secondo la quale il disastro sia stato generato dalla irresponsabilità dei deputati alla prima legislatura e non, come crediamo, da vecchi rancori mai sopiti. Oggi sosteniamo lealmente il governo Letta e pensiamo che in questa vicenda il Pd debba fare il Pd. Dobbiamo marcare cioè una nostro profilo, in aula, nel lavoro delle commissioni e fuori dal parlamento, che sia chiaro. Senza autocensure per timori, spesso infondati, che dire delle cose “democratiche” possa far cadere il governo. Non ci interessa la competizione mediatica. Siamo interessati ai contenuti, alle cose da fare, alle risposte che giovani e meno giovani disoccupati da nord a sud, piccole e medie imprese, mondo della scuola, i ceti più deboli, aspettano e si aspettano da noi. Dividiamo il lavoro dei gruppi parlamentari in macroaree, mettiamo ordine all’iniziativa parlamentare, apriamo una discussione in anticipo sui temi più sensibili e facciamola vivere contemporaneamente nei nostri circoli e nel paese.

3) Siamo interessati al percorso congressuale ma siamo anche molto preoccupati che non lo si stia mettendo sui giusti binari. Fare un congresso aperto non può essere solo un problema di regole, che pure sono importanti. Il tema è se vogliamo che si parli, da subito, dei contenuti, dei nodi che per anni non abbiamo sciolto. Non ci riconosciamo nella telenovela mediatica sul nostro partito che racconta solo di posizionamenti strumentali attorno a questo o a quel leader. Promuoviamo da subito alcune tappe di avvicinamento al congresso per avviare una discussione seria, con circoli ed elettori su tre grandi questioni: il ruolo dei partiti e il grande tema della rappresentanza in questa difficile transizione democratica, il modello di sviluppo e la visione di paese nel nuovo quadro europeo, la prospettiva istituzionale e le riforme per far diventare l’Italia una democrazia partecipata e che decide.
Cari Guglielmo e Roberto vi scriviamo tutto questo non perché siamo professionisti del disagio interno, di quelli che pensano che gli avversari politici siano sempre dentro il partito. Lo facciamo perché non vogliamo restare inerti in un passaggio lacerante per il progetto a cui crediamo e che pensiamo sia l’unico possibile in questo momento, quello del Partito Democratico. Ci mettiamo a disposizione per un contributo positivo e di proposta e da noi troverete sempre dialogo e sostegno ma ci aspettiamo coraggio, condivisione e innovazione nelle scelte difficili che abbiamo davanti. Il paese sta soffrendo e noi vogliamo essere percepiti dagli italiani non come coloro che aggravano questa sofferenza ma come chi sta facendo quotidianamente lo sforzo per contribuire ad alleviarla.

Arlotti, Bargero, Beni, Berlinghieri, Capozzolo, Carella, Cenni, Cimbro, Cocci, Decaro, D’Ottavio, Fabbri M., Fossati, Gadda, Galli C., Gribaudo, Guerra, Guerini G., Incerti, Iori, Laforgia, Maestri, Malpezzi, Manfredi, Manzi, Marzano, Miccoli, Morani, Moretti, Mura, Pastorino, Patriarca, Rocchi, Rostan, Rotta, Sanna, Scuvera, Simoni, Tentori, Tidei.

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Attenti al catoblepa (e non solo)

Del documento di Barca abbiamo parlato più volte (qui, qui, qui e ancora qui, con un’interlocuzione pubblica direttamente con l’estensore).

L’ultima riflessione, che muove dal testo e dalla sua presentazione, ieri, all’ambasciata del Regno Unito a Roma (e da tante altre cose lette e sentite in questi giorni, a proposito del ‘BarcaTour’ in giro per i circoli), è dedicata a due aspetti che trovo molto importanti (non da ora: ne scrissi molto tempo fa, in occasione del Congresso precedente, in Nostalgia del futuro).

Il primo riguarda la questione a cui Barca ci sollecita, perché si affermi una consuetudine diversa nelle relazioni tra i diversi livelli del Pd, non solo in senso verticale (e piramidale), ma anche in uno scambio orizzontale, che metta in comunicazione le sedi del partito non solo per ragioni territoriali. Sembra incredibile, ma il Pd funziona ancora provincia per provincia, con una struttura federale che spesso lo è solo per via di una filiera centralistica che si diffonde, come se fossimo tante matrioske. E se la rete da sola non basta – come si sente ripetere in tutte le conversazioni (che spesso si riferiscono a Grillo, come se il web lo avesse inventato lui) – la logica della rete si deve imporre nelle relazioni interne di un partito del Tremila.

Il secondo, strettamente legato al precedente, è che il documento di Barca ci riporta a una discussione alla pari, dentro e fuori, teoria e prassi, che mancava da tempo nel dibattito del centrosinistra. E credo che questo non possa che fare bene, al partito. Che un uomo di governo scriva con le cautele e l’umiltà necessaria a chi nel partito c’è da tempo (o da sempre). Che si apra al confronto per far emergere le buone idee e le buone pratiche (e mi viene in mente che fino a qualche anno fa il Psoe aveva una banca dati delle buone pratiche, che forse dovremmo pensare di importare). Che vi sia un dibattito che prescinda dalle convenienze di questo o di quello, ci dice che è possibile superare la logica per cui ciascuno parla ai ‘propri’, senza la possibilità che ci sia un movimento trasversale, tra le correnti (anche dette, con mirabile eufemismo, sensibilità).

La ricerca, insomma, invita al confronto. E all’individuazione della soluzione dei problemi, sulla base di uno schema libero e curioso del meglio, che è il primo punto da recuperare se vogliamo ripartire, prendendo la rincorsa sotto il profilo dei contenuti e delle strategie organizzative. Perché vogliamo ripartire, giusto?

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