Il vero Capitan Findus

Mentre il senatore Roberto Cotti apre il dibattito con una lettera al suo gruppo per formare un nuovo governo (il gruppo è quello del M5s, la proposta quella di un governo della società civile aperto a tutti i gruppi), Grillo chiude a qualsiasi alleanza, rendendo più stabile proprio la precarissima alleanza che contesta.

Perché poi ti puoi mettere a strepitare (a volte strepito anch'io, conosco il genere), ma se hai 150 parlamentari e ti chiami fuori, poi non è che ti puoi lamentare più di tanto.

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La casalinga di Quartucciu (poi non ne parliamo più)

Almeno per un po’, ma questa cosa delle espulsioni va chiarita sotto alcuni profili.

Oggi il vicepresidente della Camera del M5S spiega che i dissidenti sono la metà dei 42 che si sono espressi contro l’espulsione di Adele Gambaro. Quindi, da fonte certa, abbiamo un numero di chi non è d’accordo e ha in mente un progetto politico diverso, così dice l’esponente del M5S, anche se dice che non sa di quale progetto politico si tratti.

Di tutta questa vicenda, mi colpisce un aspetto. Che siano rivolte accuse a chi è parlamentare dopo essere stato disoccupato, perché vive con i genitori, in posti come Quartucciu (la mia è una citazione di una battuta di un collega del M5S indirizzata a Paola Pinna, la prossima ‘espellenda’ dal gruppo di Grillo).

Ecco, personalmente avevo capito che il M5S volesse dare rappresentanza proprio a quell’Italia, dei giovani che stanno in provincia, senza la possibilità di uscire di casa, senza avere ancora trovato una soluzione professionale coerente con i propri studi: esclusa ed espulsa dal potere, dal lavoro, da una politica che non funzionava e non funziona. Pensavo che fosse il partito dei non-rappresentati, degli espulsi, appunto, ma non pensavo che il senso fosse quello rovesciato di questi giorni. Delle casalinghe di Quartucciu, senza che questo fosse un elemento da disprezzare, ma piuttosto da rispettare e da promuovere, come invita a fare la nostra Costituzione.

Pensavo che fossero loro i cani da riporto (citazione dal ripetuto attacco di Grillo nei miei confronti) verso la democrazia e la critica e la libertà del dibattito, per molte persone che da tutto questo erano state allontanate. E mi colpisce che il ‘reato’ contestato a Gambaro sia quello di lesa maestà, che per Grillo, quello di non rispettare alcuna maestà, è da sempre un vero genere letterario, che non risparmia nessuno.

Ecco che cosa penso, senza malizia, ma con molta delusione, da osservatore e da elettore prima che da eletto. Da eletto posso solo aggiungere che polemiche come quelle delle ultime ore non portano al cambiamento, ma al suo contrario.

Tutto qui, caro Beppe e cari commentatori del M5S. Prendetevela pure con me, ma temo di essere il bersaglio sbagliato. E, evidentemente, non solo il solo.

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Ma quale scouting?!

Post definitivo (almeno per me) sul gossip Pd-M5S. Mi dicono che anche Becchi – che non ho il piacere di conoscere – mi accusa di scouting nei confronti dei parlamentari del M5S. Scouting, come sapete, è l’espressione (infelice) di Bersani, che in campagna elettorale introdusse il termine quando pensava di vincere le elezioni e di allargare la maggioranza ai talenti eletti dal movimento di Grillo. Da allora, se prendi un caffè con un collega, o lo incontri in ascensore o al guardaroba, stai facendo scouting.

Vorrei chiarire alcune cosette di una qualche importanza.

La prima, sono mesi che ripeto che nelle settimane decisive (che sono passate, chiaro?) il Pd avrebbe dovuto parlare con Grillo. Direttamente. E Grillo avrebbe dovuto manifestarsi, perché quando prendi il 25% dei voti, sulla spinta dell’indignazione, del disagio e del progetto del cambiamento, devi cercare di cambiare. Non travestirti sulla spiaggia, andare avanti con le intemerate, fare lo spiritoso con tutto e tutti, compresi gli amici, compresi i parlamentari che hai contribuito ad eleggere. Questa è una mia opinione, certamente, ma non è solo mia. E ho l’impressione che siano in molti a condividerla.

La seconda è che i parlamentari del M5S sono parlamentari come gli altri: tutto questo paternalismo, neanche si trattasse di ragazzi delle medie in gita, da parte dei commentatori più autorevoli (e anche dei leader più o meno occulti del M5S), non va bene. Se due parlamentari si parlano, è un bene. E rientra nella categoria del confronto, non della campagna acquisti.

A proposito della campagna acquisti, faccio notare – punto tre – che si tratta di una campagna cessioni, piuttosto. Una campagna avviata dallo stesso Grillo, con i suoi strali e anche – più banalmente – con il suo ritmo di strappi quotidiani, di dichiarazioni al fulmicotone, di scatole di tonno, tombe maleodoranti e attacchi alieni.

Ho spesso rimproverato ai miei leader di essere pachidermici (non pensare all’elefante, soprattutto quando l’elefante sei tu), ma stare dietro a Grillo per un gruppo parlamentare non è semplicissimo. Se poi Grillo attacca Rodotà, dopo che i parlamentari del M5S ne hanno fatto una bandiera, è un po’ complicato spiegare che sono loro che non capiscono. Perché non lo capisce proprio nessuno.

La quarta, che mi riguarda, è che i colloqui con i parlamentari del M5S, che a un certo punto sono stato tra i pochi ad avere (ricordate il Soldato Ryan?), sono nati quando stavamo cercando di fare il governo del cambiamento ed eleggere un Presidente della Repubblica del cambiamento (nel senso di un Presidente della Repubblica che non fosse lo stesso di prima, e ispirato allo schema che negava, di fatto, il governo del cambiamento). Allora ci siamo conosciuti, ci siamo delusi a vicenda, ci siamo intristiti e non abbiamo mai smesso, però, di pensare che sarebbe stata meglio un’altra cosa. Tra Pd, Sel e M5S, sì. Sai che strano.

Non capisco che cosa ci sia di malizioso, di criptico, di spregevole in tutto questo. E se qualcuno ha deciso che si può fare a meno dei propri parlamentari, non accusi gli altri. E le loro vite (le vite degli altri, appunto). Prenda in considerazione l’ipotesi che le persone hanno una dignità, un pensiero libero (soprattutto se eletti con l’imperativo di individuare tutte le contraddizioni del sistema, guarda caso) e si muovono sulla base di un mandato che li ha portati a rappresentare un Paese intero (così dice la Costituzione e anche il buon senso).

Con loro, nonostante mille articoli facciano pensare il contrario, non mi sono mai incontrato a cena o in case private. Al massimo mi sono incontrato nella casa comune, quel Parlamento che dovremmo venerare e riempire di contenuti e di entusiasmo (come ripeto da quando il M5S voleva avviare le commissioni, ricordate, e il Pd non era d’accordo, purtroppo ma non per caso). E penso che tutto questo clima contribuisca a rafforzare quell’altro, che era più «morto» (cit.) degli altri ed è al governo. E se la gode. E magari sì, sta pensando di fare scouting, con i suoi metodi, già noti alle cronache.

Tutti gli altri, non fanno scouting, fanno politica. E mi rendo conto che un parlamentare, per chi propaganda la democrazia diretta, senza filtri, direttamente da Facebook, sia un problema di per sé (ontologicamente, direi), ma i parlamentari quello devono fare. Parlarsi, confrontarsi e cercare di capire se esiste qualcosa di meglio. Esattamente quello che sto facendo e che stanno facendo altri, nelle due Camere.

E se Grillo avesse voglia, finalmente, mi piacerebbe fare un po’ di scouting (scherzo) con lui, e parlarne faccia a faccia, per me sarebbe molto interessante: perché non averlo voluto fare prima (e non sono stato certo io a non volerlo) è stato un errore. Di quelli epocali.

Com’è un errore, purtroppo, continuare a dire che fare così significa inseguire il M5S, come ripetono i polli da batteria del Pd. Perché personalmente ‘inseguo’ solo un sogno di cambiamento (parola non mia, di cui si è fin troppo abusato, per poi non cambiare nulla). E non lo faccio da ora, ma da quando gli strateghi che ora mi rimproverano continuavano a snobbare quella ‘cosa’ che è in Parlamento con gli stessi voti che abbiamo preso noi. Loro inseguivano (senza virgolette) Casini e Monti, per dire. Li abbiamo stremati, a furia di inseguirli.

P.S.: il teorico dello spezzatino (un governo con un po’ di parlamentari di Grillo e un po’ di Lega a piacere) non ero io. Non mi sono mai (mai) augurato divisioni del M5S o di altri: personalmente, proponevo il piano C, che è stato sconfitto, dai 101 e non solo. Anche da una certa ottusità del Pd. Tutto questo è passato, speriamo solo di non dimenticarlo troppo in fretta.

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Il furbo e i fessi

Beppe Grillo mi cita ancora sul blog a proposito di Rodotà, a cui rinnoviamo gli auguri per i suoi splendidi ottant’anni.

Il M5S non è nato per diventare il Soccorso Rosso di Vendola e Civati, di Delrio o di Crocetta. E’ una forza popolare che è del tutto indifferente alle sirene della sinistra e della destra che in realtà sono la faccia della stessa medaglia. Assistiamo all’assurdo di un governo che vuole combattere l’evasione fiscale sostenuto da Berlusconi, condannato in secondo grado per evasione fiscale. C’è poi un piccolo aspetto umano, certo in politica non c’è riconoscenza, né me la aspetto. Ma se il professor Rodotà aveva delle critiche da farmi forse poteva alzare il telefono, lo avrei ascoltato. Invece ha scelto il Corriere della Sera per una critica a tutto campo a pagina intera subito dopo le elezioni amministrative.

Non è un soccorso rosso, il suo, è un soccorso azzurro. Perché il M5S, chiamandosi fuori, rimette al centro della scena politica Berlusconi, che Grillo non a caso cita come assurdità dei tempi che corrono. Questa è politica, da fessi quanto si vuole, ma è così. E il fatto che i deputati e i senatori del M5S se ne siano accorti e si interroghino sulle conseguenze è un bene, ma non per me, per il Paese. Che si aspetta altro. Da noi, ma anche da loro. Che stiamo passando per fessi: il furbo sta benissimo.

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Il pericolo più grande

Certamente il M5S prenderà molti voti anche alle elezioni politiche del 2013, perché alle cinque stelle corrispondono le mille incertezze della politica istituzionale, e il cielo dell’economia italiana è parecchio nuvoloso e la politica non sembra scorgere nemmeno l’orsa maggiore, in questo momento.

Detto questo, vorrei ripercorrere le ultime esternazioni di Grillo, che ha scelto toni prima leghisti, poi da destra vera e proprio nel corso dell’ultima campagna elettorale.

Forse perché ha compreso che, dopo i voti recuperati soprattutto a sinistra, nella fase che stiamo attraversando ce ne sono parecchi da recuperare anche dall’altra parte.

Ecco i temi frequentati nell’ultima campagna elettorale: la proposta di uscire dall’euro e, sostanzialmente, di fare default; un certo riferimento alla rivolta fiscale, con toni molto vicini a quelli un tempo adottati dalla Lega; il duro confronto con Napolitano,
con la citazione dei «fucili partigiani» da imbracciare nuovamente; il confronto tra la politica di chi governa il Paese e la mafia, con la prima che si comporterebbe peggio della seconda, perché «strangola» le persone (la mafia, invece).

Poi ovviamente ogni dichiarazione è stata precisata, come farebbe qualsiasi politico navigato. Però intanto si è valutato “l’effetto che fa”. E allora chi segue la politica pensa che vadano benissimo il wi-fi, la rete, il consumo di suolo, e l’ambiente dimenticato, e la critica alla partitocrazia. E il limite dei mandati. E le liste pulite. E il no ai vitalizi. E che la partecipazione dei giovanissimi alla mobilitazione dia un bel volto a questa indignazione e alla richiesta di spazi democratici più aperti e inclusivi.

Il pericolo è però che il disegno stellare di Grillo si stia componendo in una costellazione che assomiglia a quella di un nuovo (ma antichissimo) animale politico, che è insieme il più grande paradosso della politica italiana d’ogni tempo: quell’animale che tutto vuol cambiare e che, consapevolmente o inconsapevolmente, sta facendo di tutto perché nulla cambi.

Ecco che cosa può comportare un’azione che mira a distruggere tutto quanto, a confondere le posizioni di ciascuno in un grande guazzabuglio, senza rendersi conto (o, forse, rendendosene conto perfettamente) degli effetti a cui può portare un movimento impetuoso che adotta tutti gli argomenti possibili, con l’uso più spregiudicato e forzato della parola pubblica, per fare breccia, a qualsiasi costo (in termini politici), in un elettorato sempre più confuso.

Questa non è antipolitica, è politica, e spero sia chiaro una volta per tutte. Ed è una politica che, se non si chiariranno alcuni elementi essenziali della sua proposta, al termine del ‘processo’ favorirà i difensori dello status quo. E le cause giuste si perderanno in un frastuono che finirà con il giustificare i tappi infilati da tempo nelle orecchie dell’attuale classe politica.

Tratto da La rivendicazione della politica, scritto nell’agosto del 2012 (lo trovate qui a fianco).

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Le diarie

Come sapete non sono prevenuto nei confronti del M5S, anzi: ho cercato in tutti i modi di aprire canali di relazione e di confronto con loro, e non solo negli ultimi giorni.

Mi sorprende, però, che il dibattito politico più acceso si stia svolgendo intorno alla diaria, anzi a quella parte di diaria da restituire. A un certo punto, ho temuto che dopo le parlamentarie e le quirinarie, i ‘grillini’ lanciassero anche le diarie, consultazioni in rete per decidere quale sarà il loro stipendio.

In campagna elettorale, avevo segnalato che l’argomento esiste, ma che i 2500 euro tutto compreso di cui parlavano dai palchi del M5S non stava né in cielo, né in terra. In poche settimane, mi hanno dato ragione.

Subito dopo il voto, ho spiegato che i parlamentari del M5S guadagnavano più di quelli del Pd, anche se nessuno ci credeva. Ora posso affermare con certezza che se la legislatura durerà solo qualche mese – come è molto probabile – i parlamentari del Pd non guadagneranno niente: sì, perché per candidarsi hanno versato trentamila euro e ogni mese sono tenuti a versarne al proprio partito almeno duemila. Fate due conti e scoprirete che tutto quanto percepiremo nei prossimi mesi andrà al nostro partito (che farebbe bene a lasciarli allo Stato, così ci faremmo almeno una bella figura).

Ciò che mi domando, però, è se – con tutto quello che è successo – non ci siano cose più importanti del dibattito sulla diaria. Se il M5S non intenda aprire una riflessione su che cosa fare in Parlamento, rendendosi intelligibile anche agli altri colleghi. Sarebbe ora. Perché la strategia Findus, del congelamento totale, non sta dando grandi frutti. Anzi, sta crioconservando Berlusconi. Una volta risolta la questione della diaria, sarebbe il caso di parlarne, no?

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Perdere un treno pur avendo sessanta giorni a disposizione

Questa è una storia che i giornali di oggi non hanno raccolto e che invece la dice lunga sul tempo e le occasioni che abbiamo perduto dopo le elezioni.

La notizia è interessantissima, almeno per me: i deputati e i senatori del M5S hanno votato ieri su ciò che la loro delegazione doveva portare a Napolitano.

Si sono misurate due posizioni: quella oltranzista, per cui bisognava soltanto dire di no al governo delle larghe intese e sottrarsi all’alleanza Pd, Pdl e Sc; e quella aperturista, secondo la quale sarebbe stato il caso di fare nomi, al Presidente della Repubblica, per provare ad aprirsi un varco nelle maglie sempre più strette di quello che i grillini chiamano inciucio.

Fin qui, niente di speciale. La cosa più curiosa è però registrare che la prima ipotesi è passata per un solo voto. E i nomi che, per un solo voto non sono stati fatti, sono quelli delle quirinarie, per capirci, e altri nomi di quel cambiamento che non c’è stato (si vocifera che anche nel M5S qualcuno abbia fatto il nome di Matteo Renzi).

Ora, a me pare clamoroso, e vi spiego perché. Sono giorni che il M5S arriva in ritardo su ogni partita, aiutato dai malintenzionati (almeno per me) del Pd.

All’appuntamento dello streaming, avrebbero potuto offrire a Bersani un nome diverso dal suo, anche per stressare la sua volontà di cambiamento, ma non lo hanno fatto. Eliminato Bersani, soprattutto grazie ai toni sprezzanti del capogruppo Lombardi, così, si sono eliminati anche loro. E anche se avevano il tono di chi la sa lunga, anzi lunghissima, non se ne sono nemmeno accorti.

Per di più, né loro, né gli altri si sono accorti che in quel non-dialogo, ad un certo punto, Vito Crimi diceva: sul merito delle proposte possiamo anche essere d’accordo. Che non so se vi rendete conto, che cosa significa, di questi tempi, essere d’accordo sul merito delle proposte.

Personalmente, lo scrivevo da settimane, prima dello streaming, ma non c’è stato modo di discuterne concretamente. O, meglio, hanno preferito così: fuori Bersani, ne avrebbero discusso volentieri. Solo che preferivano non trovare altre soluzioni, fare altri nomi. Li avrebbero fatti dopo. Cioè, mai.

Poi si è passati al romanzo Quirinale, hanno fatto le primarie, c’erano i nomi di Rodotà e Prodi, e mi sono detto: dai che ce la facciamo. E invece, sempre per le responsabilità del Pd (che non nascondo di certo) e i suoi tentativi di fare le larghe intese dall’altra parte, ci si è cullati con l’idea che Rodotà potesse diventare Presidente, senza considerare quello che stava succedendo intorno. Che andava, semplicemente, nella direzione opposta.

E allora, in un rapido susseguirsi di incontri, ho cercato di condividere quella cosa ovvia che avete visto tutti. Che su Rodotà una parte del Pd non sarebbe mai venuta, ma non c’è stato verso. Anche i cinquanta voti in più a Rodotà spuntati alla quarta votazione (quando il candidato era Prodi) non li hanno insospettiti: pensavano fossero voti ‘veri’, che sarebbe cresciuto ancora, Rodotà, che invece, guarda caso, è sceso (i franchi tiratori avevano finito il loro lavoro). E al Colle saliva, anzi restava, Napolitano.

Ne abbiamo parlato in piazza Capranica (mentre il Pd, sullo sfondo, esplodeva), in piazza Di Pietra (fino a tarda notte), in cortile, in Transatlantico. Inutile. Eppure Prodi era il crocevia, ma ogni discorso, in un andamento ciclico perfetto, finiva non con una risposta, ma con una domanda: «perché non Rodotà?». Tanto che oltre al soldato Ryan, ad un tratto mi sono sentito un po’ come Rain Man in quella scena. Inutile spiegare che la posizione era tautologica, che Rodotà non avrebbe mai avuto i voti, che così non avremmo avuto né Prodi, né Rodotà. Inutile immaginare che qualcuno dei deputati a cinque stelle – in una sorta di dalemismo 2.0 – votasse per Prodi, confidando che qualcun altro avrebbe votato Rodotà, annullandone l’effetto malizioso e consegnando all’aula un numero di voti analogo (senza che nessuno se ne accorgesse). Quest’ultimo argomento era ancora meno compreso dei precedenti.

Va detto che il M5S ne ha tentata un’altra, alla fine del primo giorno delle votazioni (quel fantastico giovedì): avrebbe dovuto proporre al Pd un incontro per proporre un accordo su Rodotà presidente e il governo del cambiamento. Ho sommessamente fatto notare ad alcuni di loro che se avessero detto quelle cose direttamente senza proporre una-proposta-di-invito-per-un-incontro-in-cui-fare-la-proposta sarebbe stato più utile.

Solo che giovedì la riunione è finita tardi, tra loro, e non hanno esplicitato le loro intenzioni, che sarebbero emerse soltanto quando era ormai entrato Prodi nella partita. Cioè nel momento più sbagliato, condannandoci al cortocircuito perfetto. La sera precedente, si sono limitati a decidere se era il M5S a dover invitare il Pd, o il Pd a dover invitare il M5S. Hanno deciso per questa seconda soluzione, e hanno dovuto invitare il Pd a invitarli. Intanto, mentre il grillo traccheggiava, la volpe faceva capolino in Parlamento.

E così, mentre qualcuno cercava di fare campagna per Rodotà, convinto che alla fine i voti si sarebbero trovati, partiva l’ultimo treno. Una Freccia con a bordo Napolitano. E Berlusconi ad attenderlo all’arrivo. Un treno superveloce, precipitosissimo, che era impossibile rincorrere, dopo avere passato due mesi sulla banchina, fissando gli altri convogli, indicandoli con il dito, ma senza pronunciarne la destinazione. Con le proprie convinzioni, legittime e legittimate, per carità, in tasca e nessun biglietto per far partire il cambiamento.

Sia ben chiaro: a me dispiace. E mi dispiace che le cose siano andate diversamente. Ed è colpa del Pd, di sicuro. Ma la responsabilità è anche del M5S e, soprattutto, dei suoi ritardi e delle sliding doors che abbiamo lasciato chiudere. Una dopo l’altra. Senza crederci abbastanza.

Le spiegazioni possono essere due: o c’è un disegno (molto probabile, soprattutto per i leader) o c’è una grande ingenuità (molto meno, ma non tra i parlamentari, che in alcuni momenti sono stati sinceramente confusi) o entrambe le cose.

C’è però una contraddizione che non riesco a spiegarmi: perché Grillo si è posizionato a sinistra (e così a sinistra), perdendo secondo me più di un voto a destra, senza voler raggiungere l’obiettivo? Perché Rodotà era una bandiera, ma era una bandiera che parlava solo agli elettori del Pd, a quelli che a febbraio non hanno votato Pd e a quelli che forse (dopo questo disastro) non lo voteranno più. Si è collocato nello spazio di Vendola, per capirci, e ha continuato però a non voler aprire un vero confronto. E se lo ha fatto, lo ha fatto giusto con quel minuto di ritardo. Che ci farà perdere molti mesi. Forse anni. Chissà perché.

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Metti una sera alla Camera

Ieri sera sono rimasto in aula, con il M5S che occupava, perché credo che sia venuto il momento (per la verità, il momento è arrivato già un secolo fa) di “rompere lo schema” e di provare a forzare una situazione che dallo stallo passerà presto al panico.

Non mi interessava tanto la questione della costituzione delle commissioni, per altro molto rilevante, come ho cercato di spiegare più volte, in questa sede e nel dibattito con i colleghi: mi incuriosiva la possibilità di superare gli steccati e di parlarsi francamente, nel luogo deputato, appunto, al Parlamento (che si chiama, appunto, così, perché è sede del confronto e del dibattito, non certo della polemica e della contrapposizione).

E, informalmente, tra i banchi degli uni e degli altri, il confronto è iniziato, con parole meno astiose e impostate, nel tentativo di provare a portare la “rottura dello schema” non solo al confronto delle forze politiche, ma al governo del Paese.

Per fare le cose, bisogna iniziare a farle. E ciò vale per il lavoro del Parlamento, ma vale soprattutto per la politica. Perché sotto lo streaming finora c’è stato poco, pochissimo. Più una tensione nervosa (e la conseguente tenzone delle varie tifoserie), che una tensione politica. Perché oltre a parlare – come se fosse una formula omerica – di «governo del cambiamento», bisognerebbe avviare una pratica politica del cambiamento: che finora si è vista pochissimo. Una novità che per essere tale miri alla sostanza delle questioni, non alle vuote formule del politicismo che sta travolgendo tutti quanti e, tra i primi, proprio gli esponenti del M5S.

L’occasione è grande e grandissimo il rischio di lasciarcela sfuggire. Per fare qualcosa di tradizionale, perché questo Paese delle rivoluzioni preferisce parlare. Per farle, c’è sempre tempo. Facciamo mai?

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Fare in venti giorni gli stessi errori che si rimprovera agli altri di avere fatto in vent’anni

Scusate il titolo tipo Wertmüller, ma quando ci vuole, ci vuole.

Perché leggevo l’intervista a Tommaso Currò, oggi, su Repubblica, e pensavo che il dibattito interno al M5S assomiglia sempre di più a quello delle altre forze politiche. Sì, proprio quelle che il M5S ha avversato. Perché Currò dice cose ovvie, che personalmente su un altro fronte ripeto da settimane, e però è considerato un traditore dai suoi. Ognuno vale uno, già.

In pochi giorni siamo passati dal vaffanculo alla prorogatio, al ricorso a formule super politicistiche che sembra di essere tornati ai tempi dei giovani turchi (quelli della Dc, non gli attuali), al tatticismo più esasperato.

E Currò lo dice: se auspichiamo il governo tra Pd e Pdl, in verità, non facciamo altro che creare le condizioni contro le quali ci siamo sempre opposti.

Se abbiamo detto di avere un progetto di Paese e poi stiamo a guardare il governissimo Pd-Pdl, tradiamo la nostra prerogativa di mandare a casa la vecchia classe dirigente.

Se a me dicessero: puoi fare il nome del premier e del Capo dello Stato, puoi realizzare metà del programma per cui ti sei candidato, puoi dare un segnale di cambiamento che riguardi le strutture stesse della politica, mi precipiterei, altro che storie.

Ancora Currò ricorda che la fiducia è un passaggio tecnico. Ed è semplicemente vero. Speriamo che l’ovvietà si imponga come rivoluzionaria. Perché lo è.

P.S.: se posso, aggiungo una nota per sdrammatizzare. Luciana Littizzetto da Fabio Fazio si disperò per la mancata elezione di Bocchino (nel senso di Italo). In realtà un Bocchino in Parlamento c’è: si chiama Fabrizio e sta al Senato. E dice le stesse cose di Currò. Avanti così.

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Il Grillopardo

Ne avevo parlato qui, e ci sono tornato spesso in campagna elettorale, quando vedevo aleggiare la sindrome del «tanto peggio, tanto meglio» che sembra essere la cifra di questo Paese più di ogni altra.

Vedo che anche Marco Travaglio, figura non certo riducibile alla mia, dice e scrive le stesse cose.

Ora il disegno si è quasi compiuto: e non è lo sfasciare tutto, è il consolidare tutto. Chissà quanti elettori del M5S se ne renderanno conto. Dubito che vogliano rendersene conto i ‘capi’. Anzi: loro se ne rendono conto benissimo, ma vogliono il 100% prima di iniziare a discutere. Già sentita anche questa.

Leggo che si irridono i saggi: facile. Il problema è che sarebbe stato più saggio fare un nome nelle scorse settimane e non inventarsi nuove caricature per le prossime.

Certo, direte voi, lo si è visto mille volte e non è una novità. E avete ragione.

La novità più dolorosa è un’altra: che il M5S ha vinto certamente per l’attacco alla politica, ma il suo boom (annunciatissimo per chi lo avesse soltanto voluto vedere) è determinato da una questione che la politica ha colpevolmente sottovalutato: che è la questione sociale. Ovvero, le difficoltà che attraversano l’Italia. Lo stato di indigenza di molti cittadini e molte famiglie. La necessità di trovare (avere!) soluzioni subito, anche attraverso scorciatoie più o meno probabili. L’attesa per un segnale che la classe dirigente – non solo la politica, no, tutti quanti – non dà da mille anni.

Prendere i voti per motivi così seri e così emergenziali e poi trincerarsi dietro un progetto «trentennale», con l’idea di dissolvere le istituzioni, è una scelta pericolosa. Molto. Non solo per gli obiettivi, ovviamente, ma anche perché si perde più di un’occasione, nell’eterno «frattempo», nella perenne «transizione» della politica e della società italiane. Che non a caso non si capisce dove stiano andando.

Congelare i propri eletti, dopo averli scaldati come una supernova (sarà per questo che parlano di stelle), lo è ancora di più.

Ora a decidere saranno gli altri, scrivono parecchio goduti quelli della classe dirigente sopra richiamata (gli stessi che sorridevano per il piano C, ma che ne temevano l’applicazione). Quelli che sono lì da sempre, e che hanno avuto più voti e più responsabilità in questi anni. E si candidano a trovarne ancora, di voti. Come se nulla fosse accaduto.

Lo tsunami è passato. Prevederne un altro è possibile, certamente. Lasciare «il tempo che si trova» ancora di più. Spero che, al di là delle convenienze di parte, qualcuno voglia rompere lo schema.

Personalmente, sono da sempre pronto a farlo. Mi piacerebbe trovare qualcun altro, dall’altra parte, disponibile a lavorarci. Quantomeno a parlarne. Pensate che ingenuo: pensavo che il Parlamento si chiamasse così, perché in quel posto ci si incontrava per discutere, per conto degli elettori di ciascuno. Mi sbagliavo?

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