Alcuni contributi interessanti sul decreto contro il femminicidio

Prima di convertire un decreto che così com'è non va bene, forse è il caso di leggere Concita De Gregorio, Ida Dominjianni, Loredana Lipperini, Mila Spicola e la mia cara amica Marina Terragni.

Le autrici sono tutte donne, benché l'argomento riguardi la questione maschile, di cui parliamo da tempo, da queste parti.

Per tutte, valgano le parole di Loredana Lipperini, che riprendo:

Non mi piace perché è un decreto repressivo. E molte di noi hanno detto e ripetuto che nessuna repressione e nessun giro di vite porterà a risultati se non si insiste sulla prevenzione. Scuola. Formazione degli educatori. Libri di testo delle elementari. Educazione al genere, all’affettività, alla sessualità. Da subito. Di questo non si parla.

Non mi piace perché non si parla di centri antiviolenza, e tantomeno della loro moltiplicazione e finanziamento, da quanto è dato almeno capire. Non si parla di centri di ascolto per uomini abusanti. Non si cerca di capire, formare e prevenire, ma si pigia sul pedale della guerra fra i sessi, fornendo a chi ancora sputa la parola femminicidio come una caramella mal masticata ottimi argomenti per parlare di espediente securitario.

Non mi piace perché glissa sugli strumenti fondamentali: un osservatorio che monitori i femminicidi, dicendoci quanti sono e come avvengono. Fin qui, le indagini statistiche, come detto centinaia di volte, sono incomplete e generiche.

Non mi piace perché, come ha dichiarato Michela Murgia, la non revocabilità della querela «è una grande responsabilità che lo Stato si assume perché chi impedisce alla vittima di revocare la denuncia deve poter garantire che l’inasprimento degli abusi non ci sarà. O che se ci sarà, la donna verrà protetta. Lo dico perché nella stragrande maggioranza dei casi dal momento della querela le cose per chi ha subito violenze cominciano a peggiorare». Non solo, aggiunge Michela, «io ho sempre creduto che una donna debba avere la libertà di decidere se vuole o meno denunciare. Per questo non sono molto d’accordo con la procedibilità d’ufficio che prevede anche che possa essere il pronto soccorso a inviare una segnalazione a polizia e carabinieri. Questo vale ancora di più oggi: se una donna, a un certo punto, non se la sente di continuare l’iter processuale, deve poter fare un passo indietro. Non è giusto trasferire questo diritto alle forze dell’ordine. È un’ulteriore sottrazione che si fa a chi di violenze già ne ha subite parecchie».

Non mi piace perché, come ha scritto Concita De Gregorio, «dire che la pena sarà di un terzo più severa nel caso in cui le vittime siano incinte o mogli o compagne o fidanzate del carnefice è comprensibile, dal punto di vista del legislatore, perché sì che battere una donna che aspetta un bambino o che ha un vincolo di fiducia con chi la aggredisce è più grave. Ma stabilisce anche una discriminazione culturalmente delicatissima verso le donne che non fanno figli e non hanno legami con un uomo. In che senso uccidere una donna non sposata e non madre è meno grave? Vale forse di meno per la società?».

Non mi piace, perché come ha scritto Enza Panebianco, inserisce misure repressive nei confronti della lotta NoTav, di punto in bianco: «il Decreto passa da un argomento all’altro e, coerentemente con l’idea che è sulle forze dell’ordine che decidono di investire invece che su altro, da quel che leggiamo si occupa anche di rafforzare le misure repressive contro chi si oppone in Val Susa alla realizzazione della Tav. Si parla di messa in sicurezza dei cantieri che si traduce in una maggiore militarizzazione ed espropriazione di quel territorio. In più sono previste punizioni più severe per chi osa varcare i confini dell’area in cui è realizzato il cantiere. Il governo ottiene così consenso su una misura repressiva con l’alibi di norme in difesa delle donne. La lotta contro la violenza sulle donne può essere realizzata legittimando autoritarismo e repressione? È possibile allearsi con chi autorizza le forze dell’ordine a manganellare ed arrestare gli/le attivist* #NoTav in nome della lotta contro la violenza sulle donne?».

Non mi piace perché, a quanto si legge, ha utilizzato la lotta di chi si oppone ai femminicidi e alla violenza sulle donne in chiave rassicurante, consolatoria, paternalista. Perché ha usato quella lotta come un fiore all’occhiello per legittimare l’operato di un governo che definire criticabile è poco.

È un passo, mi dicono amiche e compagne di strada. Per me, è un passo falso, compiuto di fretta e compiuto male. In una parola, servirà a poco. La battaglia è culturale, inclusa quella al cyberstalking.

Mi auguro che esista la possibilità di discuterne ancora, nonostante tutto.

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Cambio di pannolino

Non parlo volentieri della mia vita privata, ma tanto la mia vita non è più molto privata, e quindi vi dirò una cosa che molti sanno già, ma che personalmente non avevo mai provato.

Cambiare un pannolino è il cambiamento più notevole di cui si possa parlare, perché in realtà, mentre lo cambi, cambia qualcosa dentro di te. E quel cambiamento fa pensare all’uso (e all’abuso) stesso della parola, a cui si rifanno un po’ tutti, in continuazione. Pochi se la possono permettere, e la traduzione di «change», nel nostro Paese, sembra essere ancora più faticosa che altrove.

E però il cambiamento di cui sto parlando fa riflettere: circa la questione generazionale, le rottamazioni e i gattopardismi, il dato anagrafico e quello politico e culturale.

L’altro giorno ho incontrato una parlamentare del Pd che mi ha detto: non sapevo fossi diventato papà, non ti ci vedo, sei così giovane. Nel Pd, evidentemente, non bastano trentasette anni nemmeno per diventare papà.

E però trentasette anni sono tanti, non si è più giovani da un pezzo, e la questione allora non è tanto quella di mandare a casa quelli di prima, ma capire chi come scegliere e come selezionare quelli di dopo. I prossimi, se preferite. E rendersi conto che i destinatari del cambiamento, già, sono quelli che verrano ancora dopo.

Per fare questo, gli slogan servono, ma non sono sufficienti. Serve una nuova politica, un progetto plurale e collettivo, che rimetta al centro le cose e i cittadini, nello stesso istante, perché sono le cose a riguardare la vita dei cittadini, e viceversa. I politici sono solo un apostrofo – nemmeno tanto roseo – tra questi due elementi, che devono tornare ad essere centrali in ogni discorso pubblico.

E serve che prima o poi ci si incontri, tra le generazioni, perché è appunto generazione, la parola, da intendersi in tutta la sua complessità. Che ci si incontri e ci si confronti e ci si scontri, anche. Un po’ come fecero Enea ed Anchise, mentre Troia era in fiamme. Per concludere che il pericolo lo avrebbero superato insieme («unum et commune periclum, una salus ambobus erit»), e soltanto se ognuno avesse trovato il suo posto e il suo ruolo. Con Creusa (e la sua ombra, perché la questione femminile c’era già allora) e il piccolo Iulo che li seguiva a un passo.

Ne parlava Virgilio, duemila anni fa, in un passo che tutti dovrebbero rileggersi, ogni tanto, prima di parlare di generazioni. Senza rendersi conto che sta cambiando anche quella a cui loro appartengono. E che quella che ci interessa, è quella che ci seguirà. A un passo.

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La questione maschile

L’8 marzo e gli uomini: raccolgo la sfida e mi metto a disposizione.

I care: è un mio problema di uomo lo sfruttamento commerciale e mediatico della bellezza femminile, che indebolisce le donne inchiodandole a stereotipi umilianti.
È un mio problema che l’agenda politica e quella economica siano decise quasi esclusivamente da vecchi maschi che bloccano qualunque innovazione per il loro vantaggio personale.
È un mio problema la mancanza di welfare e di servizi, freno all’occupazione femminile e allo sviluppo.
È un mio problema l’eccesso maschile che sta danneggiando tutti, donne e uomini. E serve anche il mio impegno perché le cose cambino.

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