#iononstoconviolante (ancora)

Il contributo di Andrea Pertici per articolo 21:

La condanna del sen. Berlusconi ne importa, ai sensi degli artt. 1 e 3 del d.lgs. 235 del 2012 (c.d. “legge Severino”), la decadenza dalla carica, a seguito della delibera parlamentare ex art. 66 Cost.

La Giunta delle elezioni (prima) e l’aula (poi) dovranno quindi accertare che vi sia stata la condanna – e dire il contrario non pare proprio possibile – e quindi deliberare la decadenza.

Questo è parso a qualcuno inaccettabile perché il condannato ha preso – si dice – qualche milione di voti. In realtà, questo è lo Stato democratico di diritto: quello in cui anche chi ha un grande consenso, anche chi è “al potere”, è soggetto alla legge esattamente come gli altri. Il principio democratico prevede che la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. E per le forme e i limiti della Costituzione può accadere che anche chi ha un grande consenso popolare sia sanzionato in base alla legge. Come è accaduto nel caso, a seguito di tre gradi di giudizio, tutti conformi.

Ignorando questi principi, qualcuno continua però a propugnare la inaccettabilità della condanna e ha quindi invocato la grazia e perfino l’amnistia, per la quale, eventualmente, non si dovrebbe partire proprio dalle ipotesi di evasione fiscale (peraltro anche di notevole gravità).

Vista la assai difficile – diciamo così – praticabilità di queste soluzioni (che peraltro non sembrerebbero granché utili visto che l’art. 15 del d.lgs. prevede che l’unica causa di estinzione anticipata dell’incandidabilità è la sentenza di riabilitazione) si ipotizza adesso che la Giunta delle elezioni, o addirittura l’aula del Senato, possano sollevare questione di legittimità costituzionale della “legge Severino”.
Ciò non pare ammissibile.

Infatti, solo un giudice può sollevare questione di legittimità costituzionale. La Giunta delle elezioni non è un giudice, difettando evidentemente di quei requisiti di terzietà ed imparzialità che la stessa Corte costituzionale – e la Corte europea dei diritti dell’uomo – richiedono per tale qualifica.

A ciò si aggiunga che la Giunta non delibera in via definitiva ma, a seguito del suo voto, fa una proposta all’aula. Un motivo in più per escludere che essa possa sollevare questione di legittimità costituzionale. La Corte ha già detto, infatti, che la questione non può essere posta dal giudice istruttore perché questi fa solo una proposta al collegio. Questo sposterebbe la competenza sull’aula, ma se la Giunta difetta dei requisiti di terzietà ed imparzialità ciò vale a maggior ragione per l’aula, massimo organo della rappresentanza politica.

Ancora – e su un piano parzialmente diverso – deve rilevarsi che questa legge è stata approvata solo alcuni mesi fa dal Parlamento (peraltro con una maggioranza essenzialmente analoga all’attuale), senza che mai sia stato insinuato il minimo dubbio di costituzionalità. Come è possibile che in pochi mesi siano sorti tutti questi dubbi?

In ogni caso, se le Camere ritenessero che una legge è incostituzionale la dovrebbero cambiare (e anche molto in fretta!) e non sollevare questione di legittimità costituzionale. Si consideri, in proposito, che quando è stato chiesto alla Corte costituzionale di sollevare di fronte a se stessa questione di legittimità costituzionale delle Norme integrative (dalla stessa approvate) essa ha negato questa possibilità. Ha infatti detto che se avesse ritenuto le stesse incostituzionali, in quanto (in tale sede) legislatore, le avrebbe semplicemente cambiate.

Del resto, le Camere non possono interrogare la Corte costituzionale sulla legittimità costituzionale delle leggi perché questa non è un organo di consulenza tecnico-giuridica del Parlamento e, nel nostro ordinamento, non è prevista, tra le modalità di accesso alla giustizia costituzionale, il ricorso delle minoranze parlamentari. Figuriamoci della maggioranza!

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#iononstoconviolante (segue)

Mi scrive Roberto Zaccaria:

La condanna in via definitiva di Berlusconi a 4 anni di reclusione per frode fiscale inflitta il 1 agosto dalla Corte di Cassazione rende applicabile per la prima volta il decreto legislativo 31 dicembre 2012, n. 235 (in G.U. n. 3 del 4 gennaio 2013 – in vigore dal 5 gennaio 2013) – Testo unico delle disposizioni in materia di incandidabilità emanato in attuazione della legge anticorruzione 6 novembre 2012, n. 190.

In base all’art.1 del decreto legislativo non possono essere candidati e non possono comunque ricoprire la carica di deputato e di senatore coloro che hanno riportato una condanna definitiva a pene superiori ai due anni di reclusione per tutta una serie di reati, tra i quali rientra per l’appunto il reato commesso da Silvio Berlusconi.

Normalmente l’accertamento della condizione di incandidabilità alle elezioni della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica comporta la cancellazione dalla lista dei candidati e questo effetto si determina per la durata di 6 anni a partire dal momento della condanna.

Qualora una causa di incandidabilità, come in questo caso, sopravvenga o comunque sia accertata nel corso del mandato elettivo, la Camera di appartenenza delibera ai sensi dell’articolo 66 della Costituzione. A tal fine le sentenze definitive di condanna di cui all’articolo 1, emesse nei confronti di deputati o senatori in carica, sono immediatamente comunicate, a cura del pubblico ministero presso il giudice indicato nell’articolo 665 del codice di procedura penale, alla Camera di rispettiva appartenenza perché essa assuma le determinazioni di competenza. Come ha opportunamente notato Valerio Onida si tratta di una decisione priva di discrezionalità, ma una semplice presa d’atto dell’esistenza dei presupposti.

Ora per ragioni più collegate ad opportunità politica che per considerazioni strettamente giuridiche, da parte di Violante e dello stesso Onida, si è prospettata la possibilità che la Giunta per le elezioni del Senato o in alternativa l’Assemblea, agendo come un organo giurisdizionale, possa sollevare davanti alla Corte costituzionale, in via incidentale, questione di legittimità costituzionalità delle norme sopra richiamate. Sia Violante che Onida dichiarano di non avere dubbi sulla costituzionalità, ma ritengono che questa procedura possa essere più rispettosa del diritto di difesa. L’effetto di questo intervento sarebbe comunque quello di prendere tempo perché si dovrebbero attendere diversi mesi per la decisione della Consulta.

Personalmente nutro molti dubbi sulla possibilità giuridica di seguire questa strada.

La giunta per le elezioni di Camera e Senato operando nello schema dell’art.66 Cost. non ha mai ritenuto di sollevare questione di costituzionalità davanti alla Corte. Direi che questo atteggiamento è del tutto coerente con la logica della norma costituzionale che attribuisce questa materia alla competenza delle Camere, come avviene anche in altri ordinamenti a tutela di valori di autonomia dell’organo parlamentare.

Il fatto che la Corte costituzionale abbia riconosciuto in alcune decisioni la natura giurisdizionale del modo di procedere della giunta per le elezioni, non cambia le cose. Quelle affermazioni hanno il valore di affermazioni incidentali e comunque riguarderebbero solo il profilo oggettivo dell’attività mentre l’art.23 della legge n.87 del 1957 richiede il duplice requisito soggettivo ed oggettivo (“nel corso di un giudizio davanti ad un’autorità giurisdizionale”) per adire la Corte. Questa caratteristica non si rintraccia certo nella Giunta e a maggior ragione nell’Assemblea.

Sarebbe infine assai singolare, sul piano della valutazione della fondatezza della costituzionalità, che una Camera che ha approvato da pochi mesi il provvedimento normativo in questione senza sollevare il minimo dubbio di costituzionalità (come sarebbe stato ben possibile), si “svegli” ora con questa folgorazione. Ha ben ragione il sen. Casson nel sottolineare che un’organo parlamentare non si rivolge impropriamente al giudice costituzionale per interpretare una legge, ma provvede direttamente a modificarla.

Impossibile poi configurare un conflitto tra i poteri perche sarebbe sarebbe una sorta di auto conflitto che non è certamente ipotizzabile.

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La trattativa

Leggo sul web che il Pdl starebbe cercando la via della trattativa per liberare Berlusconi.

C'è chi parla di grazia e chi fa riferimento al modello Sallusti.

L'interlocutore a cui affidarsi, secondo questi rumors, sarebbe il Presidente della Repubblica, in ragione della stabilità del governo e delle larghe intese. Voglio sperare che sia una illusione (nemmeno tanto pia, per altro) e che non si darà alcuna soddisfazione a questo tipo di richieste.

Perché penso banalmente che i politici siano i primi a dovere rispettare le sentenze, che nessuna trattativa sia ammissibile e che, se vogliamo conservare il briciolo di credibilità che ci è rimasta, non possiamo che preoccuparci per l'introduzione ad personam di una sorta di quarto grado di giudizio.

Non c'è motivo di aggiungere nulla, ma siccome conosco i luoghi comuni che ci accompagnano di questi tempi, mi permetto di fare una domanda: preoccupati come giustamente siamo per il buon nome del nostro Paese all'estero, vi immaginate cosa succederebbe se fosse superata una condanna per frode fiscale? Che cosa ne penserebbero gli investitori e i nostri partner a livello comunitario e internazionale?

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L’uguaglianza di fronte alla legge

Salvo Tesoriero mi scrive, a proposito della Cassazione e delle molte cose che ne sono state scritte.

La sentenza della Corte di Cassazione è stata accompagnata da un profluvio di commenti proporzionale all'importanza che la stessa rivestiva per la vita pubblica italiana. Forse sarebbe il caso di esimersi dall'arricchire il castelletto di parole. Mi piacerebbe – tuttavia – condividere una riflessione, che trovo francamente mistificata nel dibattito.

Credo fortemente che una nuova stagione politica vada costruita – anche – su un nuovo linguaggio. Più aderente alla sostanza, alla realtà. In una parola, più vero. E allora, nella stagione che spero contribuiremo a costruire, alle sentenze – tutte le sentenze – sarà necessario accostarsi con qualche argomento in più del rispetto vuoto e non privo di ipocrisia che si riserva ai simulacri di ogni tempo.

Per essere veramente rispettate le sentenze vanno comprese. Devono essere quindi lette. Approfondite. Discusse nel merito.

Attendo con l'interesse intenso che si deve agli snodi più importanti della vita pubblica la pubblicazione delle motivazioni della sentenza. E spero che in tanti abbiano la voglia sincera, la curiosità e la possibilità di leggerle. Perché – fuori dalla gazzarra quotidiana delle chiacchiere disinformate su temi spesso complessi – proprio quelle pagine, e le richiamate sentenze di merito, forniranno la fotografia storico-giudiziaria di un fatto storico che l'ordinamento ha qualificato come grave reato (frode fiscale) realizzato – tra gli altri – da un assoluto protagonista della vita pubblica di questo Paese.

In assenza della motivazione, lo stesso approfondimento andrebbe dedicato al dispositivo e alla statuizione che esso contiene: come noto, la sentenza di merito è stata annullata – con restituzione degli atti alla Corte d'appello – nella sola parte relativa alla determinazione della sanzione interdittiva; confermata, invece, nel resto. Rigettati, quindi, i motivi di ricorso proposti dalla difesa.
Inutile esercitarsi in considerazioni ripetute ormai da tutti. Rimangono alcuni dati meno valorizzati. Eccone alcuni.

La conferma in cassazione della sentenza impugnata rende irrevocabile il giudizio di fatto e di diritto fondato sull'imputazione. Silvio Berlusconi ha ideato e promosso il sistema fraudolento finalizzato all'evasione fiscale contestato dall'accusa. In questo senso, è priva di ogni fondamento l'argomentazione – diffusa tra i berluscones – secondo cui sarebbe stato condannato perchè non poteva non sapere. Altra era l'accusa: essere stato ideatore della frode. E l'accusa è stata ritualmente provata. Non era il capo più o meno consapevole degli affari aziendali. Era l'ideatore e promotore del fatto-reato. Su questa realtà dovrebbero misurarsi i partiti. Primo fra tutti il Pd, alleato di governo.

La conferma in cassazione rende irrevocabile la condanna e immediatamente esecutiva la pena dal momento che le parti della sentenza non annullate acquistano autorità di cosa giudicata (art. 624 c.p.p.). Il residuo pena di un anno (4 anni cui vanno sottratti i 3 coperti dall'indulto), immediatamente esecutivo, sarà l'oggetto dell'ordine di esecuzione (sospeso) che verrà notificato a Berlusconi dalla Procura di Milano.

Infine, la conferma in cassazione rende Silvio Berlusconi incandidabile e lo espone al voto della Camera di appartenenza in ordine alla perdita dello status attuale e alla conseguente decadenza da senatore (legge Severino sull'incandidabilità dei condannati). E' ovvio che qui si giocherà la vera partita politica.

Ultimo dato: l'eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge era la vera posta in gioco. Non il segno della sentenza. Ma il rigore, il rito, la serietà appunto, dei magistrati coinvolti nella vicenda ci consegnano uno Stato di diritto più forte.

Riuscirà il Pd a difendere questo capitale di credibilità dello Stato offerto dalla magistratura indipendente?

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Condanne e sconfitte

Piero Ignazi dice (molto bene) una cosa importante, che avevo provato a spiegare anch'io:

Che cosa pensa del rammarico di chi dice, «sì però non l'abbiamo battuto politicamente»?

«Che mi pare ovvio che sarebbe stato più piacevole, consumare una vittoria politica. Ma è comunque sbagliata la frase, perché Berlusconi oggi non è stato sconfitto ma condannato. E non è un problema politico, è un problema giudiziario. Chi dice così, confonde piani che non vanno confusi. Giudiziariamente, Berlusconi è stato condannato. Politicamente, anzi elettoralmente Berlusconi era stato sconfitto, perché ha perso 6 milioni di voti. Poi, semmai, è stato resuscitato da questo governo».

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Altra utilità

Don Ciotti chiede di estendere il 416-ter anche alle altre “utilità” che rientrano nel fatto corruttivo collegato al voto di scambio.

Fosse anche l’unica cosa che riusciremo a fare, la dobbiamo fare. Spero sia chiaro a tutti.

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