Vorrei un partito che dicesse: non abbiamo una banca

A Genova mi hanno raccontato le ultime sulla vicenda controversa (eufemismo) della banca Carige. La politica molto (troppo) presente, gli affari e i pasticci senza controllo: una storia italiana, insomma.

Mi piacerebbe che dessimo, d'ora in poi, un segnale, netto, di discontinuità: che dicessimo che vogliamo un partito che non ha una banca e non la vuole avere. E che fossimo noi i primi a voler chiarire situazioni che sono il principale ostacolo a qualsiasi progetto di cambiamento. Nella vita politica e amministrativa e, più in generale, in tutto il Paese.

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La maledizione del Porcellum

Tutti lo vogliono cambiare, giurano di volerlo fare come prima cosa in assoluto, come premessa a qualsiasi altra.

Poi, arrivati a un certo punto, dicono che non fa niente, che si torni pure a votare con il Porcellum che poi lo cambiano noi.

Perché è una vergogna, uno scandalo, una truffa, ma conveniente come poche altre cose nella vita. Come il cacio sui maccheroni, per i leader antichi e nuovissimi.

E così ci è cascato anche Beppe Grillo. Che del Porcellum ha per altro fatto un metodo. Infatti ogni decisione – soprattutto quelle politiche – le prende lui. Con un editto. Gli altri di adeguino.

Fa consultazioni della rete per tutto, ma come già per il governo del cambiamento anche ora non ha pensato di chiedere alla rete che cosa fosse giusto fare o dire o proporre.

Ha scritto un post. Procelloso (porcelloso) e trepido. Altro che megafono, come dicevano in campagna elettorale. Altro che democrazia del clic. Qui, con il clic, si ottiene solo quello che c'è già.

Poi certo lo cambieremo, ma solo la prossima volta. Volete mettere la suspense?

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Il documento di alcuni di noi

C’è molto scetticismo intorno alla via di riforme costituzionali che il governo e la sua maggioranza hanno inteso intraprendere, anche se ovviamente non si tratta più della convenzione di cui si parlava giorni fa, ma di qualcosa di molto più ragionevole.

In merito alla mozione di maggioranza oggi in votazione a Camera e Senato relativa al processo di riforma costituzionale, pur apprezzando i miglioramenti introdotti rispetto all’impianto originario, manifestiamo le seguenti preoccupazioni:

1. la deroga alla procedura di revisione costituzionale rappresenta un oggettivo problema e un pericoloso precedente;
2. l’estensione delle materie soggette a riforma cui si fa riferimento nella mozione configurano una riscrittura sostanziale della seconda parte della Costituzione la quale semmai esigerebbe un sensibile rafforzamento del sistema delle garanzie procedimentali;
3. è quanto meno discutibile che siano le Camere a chiedere al Governo di impegnarsi a varare un disegno di legge costituzionale che introduca una tale deroga su materia eminentemente parlamentare quale quella della procedura di revisione costituzionale;
4. sulla questione della forma di Governo è indispensabile che il lavoro istruttorio del Comitato sia preceduto da un dibattito e un indirizzo del Parlamento;
5. nella parte finale del dispositivo si prospetta anche l’ipotesi, dalla quale dissentiamo, di un solo progetto di riforma complessiva anziché, come si richiederebbe, di provvedimenti distinti per titoli e materie sui quali, in Parlamento, possano liberamente prodursi maggioranze non precostituite e diverse in ragione dei singoli, specifici oggetti. Del resto, tutti i quattro “saggi” nominati dal Presidente Napolitano che si sono occupati della questione, su questo punto concordemente, hanno prospettato, a conclusione dell’iter, referendum confermativi “distinti per singole parti omogenee”;
6. nel testo della mozione si stabilisce un nesso tra il buon esito delle riforme costituzionali e, a valle, l’eventuale e conseguente riforma delle legge elettorale, con il concreto rischio della ennesima, deprecabile stabilizzazione del “porcellum”, in aperta contraddizione con il solenne impegno da tutti proclamato della sua cancellazione.

on.​ MONACO Franco
sen. ​ALBANO Donatella
sen.​ AMATI Silvana
on.​ AMATO Maria
on.​ BINDI Rosy
on.​ BOCCUZZI Antonio
on.​ BURTONE Giovanni
sen.​ CANTINI Laura
on.​ CAPOZZOLO Sabrina
sen.​ CASSON Felice
sen.​ CHITI Vannino
sen.​ CIRINNA’ Monica
on. ​CIVATI Giuseppe
sen.​ COCIANCICH Roberto
sen.​ CORSINI Paolo
on.​ COVA Paolo
on. DECARO Antonio
sen.​ DI GIORGI Rosa Maria
on.​ DI MAIO Marco
sen.​ DIRINDIN Nerina
sen.​ FILIPPI Marco
on. GADDA Maria Chiara
on.​ GALLI Carlo
sen.​ GINETTI Nadia
on. GRIBAUDO Chiara
sen.​ LO GIUDICE Sergio
sen.​ MARINO Mauro Maria
on. ​MARZANO Michela
sen. ​MATTESINI Donella
on. ​MATTIELLO Davide
sen.​ MINEO Corradino
on.​ MIOTTO Margherita
on.​ NICOLETTI Michele
sen.​ ORRU’ Pamela
sen.​ PADUA Venera
on. ​PARIS Valentina
on.​ PASTORINO Luca
sen.​ PEZZOPANE Stefania
on.​ PREZIOSI Ernesto
sen.​ PUPPATO Laura
sen.​ RICCHIUTI Lucrezia
on.​ ROTTA Alessia
on. TENTORI Veronica
sen.​ TOCCI Walter
on.​ ZAMPA Sandra
sen. ​ZAVOLI Sergio

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Almeno una cosa che possiamo dire e fare tutti insieme

Tutte le correnti: marziani, saturnini, gioviali. Potremmo almeno dire, tutti insieme, Camera e Senato, governo e sottogoverno: via il Porcellum subito.

E procedere immediatamente a cancellarlo dalla faccia della politica italiana, per non dare più alibi a nessuno («non vorrai mica tornare a votare con questo sistema elettorale?!»), per fare in modo che se Berlusconi intenderà far cadere il governo per motivi suoi non si trovi un sistema elettorale che lo favorisca («non vorrai mica tornare a votare con un sistema che avvantaggia Berlusconi?!»). E soprattutto per ridare dignità alla vita politica del nostro Paese e al rapporto tra elettori ed eletti. Che è la cosa più importante.

Lo facciamo, Pd, lo facciamo? Con il sistema più veloce, più efficace, prima di fare qualsiasi altra cosa?

Di occasioni ne abbiamo già perse un miliardo. E questo sarebbe proprio un bel modo per ripartire.

Se vi piace, mettete un like e fate girare. Non importa il promotore, come scrivevo qui sotto, ma ciò che viene promosso. E il messaggio si autodistruggerà dopo la sua lettura.

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Fare le cose da fare

Oggi Walter Tocci e il vostro affezionatissimo sottoporranno agli altri colleghi del gruppo la proposta di legge di riforma dei finanziamenti alla politica, di cui da queste parti si discute da giorni.

Prima di depositarla, la condivideremo con i colleghi di Camera e Senato per evitare l’effetto-confusione-totale che spesso l’iniziativa dei gruppi parlamentari provoca, per via della presentazione di una dozzina di progetti diversi tra loro sullo stesso argomento. Pratica da evitare ogni volta che si può e che noi cercheremo di superare, discutendone prima. Non è poi così difficile fare le cose con (un minimo di) grano salis.

Per quanto riguarda invece la proposta, condivisa con Filippo Taddei, di non superare il tetto del Quirinale nella retribuzione (complessiva) degli amministratori pubblici, la nostra indagine prosegue: stiamo cercando di valutare a quanto ammonterebbero i risparmi e le prime indicazioni ci dicono che si tratterebbe di una cifra considerevole. Abbiamo chiesto ad altri amici, come Sandro Brusco, che è stato tra i primi a parlarne, di condividere con noi questa campagna. E ci apriamo, come sempre, al contributo di tutti.

Le famose cose da fare è il caso di iniziare a farle, come ho cercato di spiegare anche a proposito dei lavori del Parlamento. Tutto il resto è noia. Pericolosa. Perché fa venire strane idee. Un po’ a tutti. E il bello è che le idee sono tutte diverse, tra loro. Con i risultati che ormai abbiamo imparato a conoscere.

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L’emendamento del vostro affezionatissimo alla proposta Tocci

Walter Tocci ne parla qui e qui: propone di sostituire il rimborso elettorale automatico con il ricorso al 5 per 1000 sulla base dell’indicazione espressa volontariamente da parte degli elettori di ciascuna formazione al momento della dichiarazione dei redditi. Può anche essere il 3 x 1000, per capirci. Ma il senso della riforma è molto chiaro.

Contro le facili demagogie e le perdenti vaghezze c’è solo la terza via di proposte precise. Su questo ribadisco l’idea che ho lanciato nella riunione della direzione: mantenere il finanziamento, ma passando per una libera scelta del cittadino attraverso uno strumento del tipo 5xmille appositamente riservato allo scopo. Ho fatto una stima e per conservare il finanziamento attuale il Pd dovrebbe chiedere ai suoi elettori delle primarie un contributo pari al costo del biglietto di un autobus ogni mese. Sarebbe come andare ogni tanto ad una manifestazione. Ma soprattutto in questo modo si preparerebbe la strada a una riforma del partito. Tutti i giorni, non solo le domeniche dei gazebo, dovremmo cercare il sostegno del popolo delle primarie. Sarebbe il primo passo per costruire il grande partito popolare che il Pd non è ancora.

Mi sembra un’ottima base di partenza per discuterne, anche se – come spiegavo a Tocci giorni fa – andrebbe associata immediatamente ad altre due proposte.

La prima, che Tocci richiama, è quella di diminuire lo ‘stipendio’ dei parlamentari, come ho cercato di spiegare qui: si può fare subito e dipende dal partito prima ancora che dagli stessi parlamentari, perché i parlamentari del Pd già rinunciano a una parte consistente della propria retribuzione in favore del loro partito. Non cambierebbe nulla a loro se a sua volta anche il partito rinunciasse a quella quota.

La seconda, per quanto riguarda i rimborsi elettorali, è quella di rinunciare subito a tutto ciò che non è stato speso in campagna elettorale, attenendosi al concetto di rimborso fin da ora e promuovendo fin da ora una campagna di finanziamento alternativa, trasparente e rendicontata, in previsione del Congresso del Pd e delle prossime sfide.

P.S.: a proposito del referendum spesso evocato, è il caso di ricordare un aspetto di una qualche importanza, che non cambia però il senso delle proposte che trovate qui sopra.

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L’avrei detta così

Sulla questione dei rimborsi elettorali, su cui da tempo, ben prima dei ‘casi’ Lusi e Belsito, richiamo l’attenzione, l’avrei messa giù parecchio più dura di come non l’abbia invece pensata finora la maggioranza parlamentare.

Avrei detto, semplicemente, che quest’anno avrei fatto meno manifesti, di quelli che riempiono le stazioni e gli aeroporti. Che mi sarei preso il rischio di perdere qualche voto e di guadagnare un pezzo di credibilità. Che mi sarei impegnato, per gli anni a venire, a valutare meccanismi di finanziamento diversi.

Avrei detto che avrei preso in seria considerazione la proposta di legge d’iniziativa popolare che trovate qui:

Abrogazione del sistema di rimborso diretto ai partiti e introduzione di un credito d’imposta del 95% sui contributi che i cittadini decidono di versare alla politica (fino a un tetto massimo di 2mila euro).

Avrei detto che avrei fatto, come partito, almeno gli stessi sacrifici che sono stati chiesti agli italiani. Nella stessa proporzione, e magari anche qualcosa in più.

I partiti, come sempre, hanno dato l’impressione di essere arrivati troppo tardi, fuori tempo massimo. Di non avere anticipato una richiesta che proveniva dall’opinione pubblica e dal buon senso. E di non avere fatto la cosa più ovvia.

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La riforma della Costituzione e il pasticcio che incombe

Non sono d’accordo con l’introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione, per tanti motivi, alcune dei quali richiamati in questo articolo. A esprimere preoccupazione, in questo come in altri casi, non sono – sia ben chiaro – i socialdemocratici del Pd.

Anche quello che si sta prefigurando per gli aspetti istituzionali, è da considerare con grande attenzione e cautela:

Cominciamo dagli obiettivi non raggiunti: lo snellimento quantitativo dei parlamentari è davvero ridotto al minimo, se i componenti delle due Camere nel complesso sarebbero ben 762, malgrado la contemporanea esistenza di ben venti assemblee regionali. Ma poi soprattutto la tanto declamata regionalizzazione del Senato non si realizzerebbe, poiché i 254 senatori continuerebbero a rappresentare genericamente gli elettori residenti nei vari territori e perfino all’estero (ma ci si è dimenticati dei gravi scandali originati dal modo di espressione del voto da parte dei cittadini italiani residenti all’estero?), senza neppure l’introduzione di requisiti per i candidati che possano caratterizzarli come esperti dell’amministrazione regionale o locale.

Ma allora le due Camere sarebbero tra loro assolutamente identiche per sensibilità e conoscenza delle realtà territoriali. Né si dica che una diversa qualificazione potrebbe derivare dalla sola creazione presso il Senato di una Commissione mista fra senatori e rappresentanti regionali (che curiosamente sarebbero i presidenti dei Consigli regionali, soggetti che – al di là del loro valore personale – non sono certo i soggetti regionali più «forti»).

Con un Senato composto da politici assolutamente omogenei a quelli presenti alla Camera, si vorrebbe conseguire la sua «specializzazione regionale» (ciò che in tanti Stati regionali o federali si consegue con un Senato rappresentativo delle autonomie) tramite la sola attribuzione ad esso del compito di occuparsi delle materie regionali: il Senato dovrebbe, infatti, fare le leggi nelle materie nelle quali spetta allo Stato determinare per legge i principi fondamentali (le cosiddette «leggi cornice»), mentre tutto il resto tocca alla competenza delle leggi regionali. Ciò mentre alla Camera dei deputati spetterebbe, invece, occuparsi delle materie di esclusiva competenza dello Stato. Ma questo tipo di distinzione è solo teorica per almeno due motivi di fondo: spesso non esistono confini precisi fra le materie di competenza esclusiva dello Stato e quelle nelle quali lo Stato può adottare solo norme di cornice; inoltre i disegni di legge di norma disciplinano contemporaneamente più oggetti, tra loro intimamente connessi, che ricadono in parte in materie di competenza statale ed in parte di competenza regionale (solo per fare un esempio: a quale Camera sarebbe spettata la conversione dei numerosi decreti legge adottati dal governo attuale e da quello precedente?). Ma se le cose stanno così, come confermato anche da innumerevoli sentenze della Corte costituzionale, il Senato continuerebbe ad essere soltanto un debole doppione della Camera, dalle incerte competenze.

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