La domanda delle domande

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Ieri a Ravenna, di fronte a centinaia di persone, la domanda delle domande che mi è stata formulata in vari modi è la seguente: che cosa dici tu che gli altri non dicono?

La prima cosa: il governo delle larghe intese, a prescindere dalla maledettisima decadenza, non può durare due anni. Si può e si deve votare a marzo, dopo legge elettorale e legge di stabilità, e se non avessimo buttato via quattro mesi a parlare dell'Imu e quasi due a parlare della condanna di Berlusconi, il risultato lo avremmo già. Nel Pd, così chiaramente, l'ho sentito dire solo da Goffredo Bettini. Gli altri prendono tempo. Personalmente lo dico dal primo giorno di questa strana avventura.

La seconda: con Sel bisogna fare un unico soggetto politico, che recuperi tutti i pezzi dispersi del centrosinistra, le generazioni di delusi e di disaffezionatissimi, per costruire finalmente un partito che vada da Prodi a Rodotà, e recuperi quei milioni di voti che abbiamo perso perché ci siamo posti la questione del cambiamento in modo radicale e comprensibile solo dopo la fine della campagna elettorale. Vendola che ne pensa? Gli va di rischiare e di estendere a una platea più ampia le sue posizioni, o tutto sommato gli va bene così?

La terza: ci vuole discontinuità con il passato, per quanto riguarda la nostra rappresentanza, la struttura interna, la rete da costruire con i nostri elettori, il superamento delle gerarchie burocratiche, un cambiamento nella gestione del potere, un rinnovamento profondo e soprattutto culturale. Niente 101, banche, fondazioni, correntismi di ogni sorta. Chi è competente e libero, anche se vota altri candidati, sarà sempre promosso, nel Pd che ho in mente. È d'altra parte un po' difficile cambiare tenendosi tutto quello che c'è. E personalmente preferisco avere nessuno dietro e molte persone davanti.

La quarta: c'è bisogno di investire sul leader e però sul partito. La contrapposizione è farlocca: ci vuole l'una e l'altra cosa. E investire nel partito significa fare in modo che gli elettori e i militanti siano considerati alla pari dei dirigenti e degli strateghi, siano informati, possano discutere e decidere insieme a tutti quanti sono interessati. Significa costruire un soggetto politico profondamente ripensato che ospiti la discussione che attraversa la società italiana, i suoi movimenti, le cose nuove che emergono. Che intorno a questi temi emergenti, organizzi un dibattito e offra un percorso per portarli al governo. Significa elaborare e studiare, con meno ossessione per la dichiarazione di domattina e più impegno per descrivere un futuro diverso. Significa prendere posizioni che magari non sono già maggioritarie, ma lo possono diventare, e riconoscere le posizioni che sono già maggioritarie ma che la politica sembra non voler vedere, con una ostinazione pari solo al desiderio di autoconservarsi. Sono cose che sostengo da sempre e che hanno accompagnato tutti i miei precedenti 'tentativi' di cambiare il Pd, la sua politica e il Paese che ci candidiamo a governare.

Scusate se è poco.

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Giocare d’anticipo

Da Amor Loci di Elena Granata e Paolo
Pileri, p. 247.

Mentre tutto si rinvia e si confonde, è il caso di rompere lo schema, e giocare d'anticipo. Sul modello di futuro a cui guardiamo. Che non è la prossima settimana, il futuro. Inizia ora, ma guarda un po' più in là.

La capacità di giocare d’anticipo ovvero quella forma di pensiero che riesce a lavorare sul senso profondo che muove le azioni piuttosto che sulla loro forma.

Giocare d’anticipo significa dilatare l’orizzonte dell’agire politico, immaginare una responsabilità che si allunga sui tempi lunghi della natura e del cambiamento; significa comprendere meglio gli effetti ambientali delle nostre azioni concrete e sapere scorgere le priorità d’azione con intelligenza; significa coltivare quella speranza di cui parlava Vaclav Havel, che non è la convinzione che una determinata cosa andrà bene, ma la certezza che essa ha un senso, indipendentemente da come andrà a finire.

Questi cinque nodi che abbiamo richiamato potranno trovare soluzioni concrete e proposte applicabili solo se crescerà di pari passo una cultura civile in grado di attribuire valori collettivi al territorio, di riconoscersi entro il proprio paesaggio, di identificarsi con un sistema di regole e di limiti per l’interesse comune.

[…]

Quindi, ci piace una politica che punta al consumo zero di suolo ma ancora di più una politica che promuove una cultura attenta al suolo e a quanto sia necessario e benefico tutelarlo.

Ci piace una politica che salvaguarda il diritto alla casa ma ancora di più una politica che promuove un modello di abitare improntato al riuso del patrimonio edilizio esistente e si industria nel far sì che sia più conveniente riusare ciò che esiste piuttosto che costruire ex novo.

Ci piace una politica che si industria per creare occasioni per sostenere le aziende agricole locali e biologiche, ma ancora di più una politica che si attiva per un’educazione alimentare dei suoi cittadini spiegando così perché ha più senso un’alimentazione sana e sobria.

Ci piace una politica che si impegna nella raccolta differenziata di rifiuti ottenendo rese sempre più alte ma ancora di più una politica che si attrezza a spiegare ai cittadini che è necessario produrre meno rifiuti e quindi modificare i propri modelli di consumo.

Ci piace una politica che incentiva le auto elettriche ma ancora di più una politica che ci aiuta a muoverci a piedi, in bicicletta o con i mezzi pubblici.

Ci piace una politica che tutela il paesaggio nel proprio comune con operazioni culturali o anche materiali ma ancora di più una politica che, riconoscendo che la natura e il paesaggio vanno oltre i confini comunali, si impegna in atti cooperativi di tutela del paesaggio.

Ci piace una politica che prevede abitazioni energeticamente performanti ma ancora di più una politica che spiega ai cittadini che spesso non abbiamo bisogno di tutta quell’energia nei nostri ambienti di vita e in tutte le ore del giorno e li mette in condizione di cambiare stile di vita.

Ci piace una politica che agisce praticamente, pensa ecologicamente e si prefigge di ristabilire una relazione affettiva tra uomo e ambiente.

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Il vostro moderatissimo

Il mio intervento di oggi, pubblicato dal Manifesto:

Galli della Loggia ieri sul Corriere ha proposto l'ennesima caricatura della sinistra che non capirebbe i moderati (dopo il voto di febbraio, vere e proprie figure mitologiche) e mi cita in chiusura di pezzo per canzonarmi, perché non sono abbastanza di destra, probabilmente (mi dispiace tanto, davvero).

Ora, la mia sinistra, che ora non c'è (perché lo spazio è occupato da chi fa cose diverse da quello che dovrebbe), si rivolge ai moderati e a quelli che non lo sono (o che non si manifestano come tali) con poche e comprensibili proposte.

La prima: si riducono le tasse sul lavoro e non quelle sul patrimonio. Contestualmente si contrasta l'evasione fiscale, con lo scopo dichiarato di abbassare nuovamente le tasse per chi produce, chi rischia e si mette in gioco. Promessa mancata degli ultimi anni, grazie a chi sappiamo tutti quanti (il decadente).

La seconda: si deve riformare la legge elettorale, restituendo ai cittadini la possibilità di guardare in faccia i propri rappresentanti e di scegliere quelli in cui si riconoscono. Il ritorno al Mattarellum è in questo senso la cosa più ovvia, come per altro notò anche il poco accorto Grillo, quando consentì che il gruppo del M5s votasse a favore della mozione Giachetti (rispetto alla quale ci suicidammo, noi del Pd).

La terza: si introducono quelle norme di sano liberalismo (non di finto liberalismo, specialità italica) che possono restituire competitività al sistema Paese. La prima delle quali è il conflitto di interessi, che non riguarda solo Berlusconi, ma un po' tutti quanti. Così i moderati bravi potranno averla vinta sui moderati amici degli amici. La legalità (leggi Severino) dovrebbe per altro esser cosa moderata come poche altre, ma tocca ai poco moderati ricordarlo.

La quarta: siccome la moderazione è una cosa squisita ma un'intera generazione non ne comprende il significato, si procede a dare a tutti i lavoratori un contratto unico e si provvede a un reddito minimo per chi moderatamente cerca un lavoro. E una moderata speranza a chi in Italia non ha spazio, e infatti lo cerca altrove. E, se mi è consentito, non è meno giusto cercare di rappresentare quelli che non ne possono più, di questa situazione (eccheccazzo).

La quinta: ci vuole il riconoscimento pieno del diritto di cittadinanza per gli omosessuali e una nuova stagione di cultura per i diritti di tutte e tutti. Perché il nostro è soprattutto un problema culturale che non ci fa vedere un sacco di cose: la differenza, la bellezza, il futuro. E il senso che tutto questo dà alla vita delle persone.

Ecco, non sono moderato, secondo il linguaggio politicistico di Galli, ma credo che i moderati lo capiscano benissimo, quello che intendo fare.

E lo condividano pure, magari decidendo la prossima volta di non votare più due noti moderati come Berlusconi (prima) e Grillo (recentemente), che hanno fatto incetta di voto moderato.

Da ultimo, tre o quattro considerazioni: l'attuale governo, come già il precedente, è un governo di moderati. Lo sono tutti. Sono talmente moderati, che non sono riusciti ancora a prendere una decisione che sia una sulle questioni che elencavo qui sopra. Talmente moderati che si confondono ciellini, ex-radicali, bocconiani, destri e sinistri.

E moderata è anche l'Europa, tanto che pretende che ogni volta che ci andiamo, noi del Sud, dobbiamo metterci le pattine.

E moderati, pacificati, fecondati (!) sono anche i toni che il protocollo prevede, tanto che se uno non è d'accordo e dice la sua, diventa immediatamente fighetto o professionista del conflitto. Antipatico, se chiede lumi sulle spese militari. Irrispettoso, se si domanda il perché di quello che succede alla Costituzione.

Ecco, io penso che ci debbano essere due alternative in campo. La Berlusconi & Figli, da una parte, e quelli che hanno un'idea diversa dalla destra. E, se posso, anche diversa dalla sinistra che oggi conosciamo: perché mi chiedo che cosa sia tutta questa corsa al centro, anzi, proprio verso destra, che sembra contagiare tutti quanti. Dopo avere inseguito Casini e Monti (che ora giacciono sfiniti, vittime certamente delle nostre persecuzioni), ora ci toccherà inseguire qualcun altro, che prenda i voti al centro? Per poi magari scoprire che si chiama Casaleggio?

Rivendico il diritto di dire le cose in cui crediamo, che è l'unica cosa che funziona sempre. E che ci rende credibili (perché ci crediamo). Sono, siamo stanchi di dover negare noi stessi. Lo abbiamo fatto per tanti anni e possiamo dirlo con moderazione: non funziona. Mai.

Chi non è d'accordo, bisogna cercare di convincerlo, certo. A volte, però, bisogna anche cercare di sconfiggerlo. Democraticamente, alle elezioni, che sono moderatissime: carta e matita, per sentirci liberi e rappresentati.

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All’attacco

Mentre si cerca di capire quali sono le intenzioni di lungo periodo (che io, com'è noto, accorcerei parecchio), ci sono un po' di cosette da affrontare per fare di necessità (la maledetta necessità) virtù (almeno un po', perché non se ne può più).

Se il Pd volesse, potrebbe passare all'attacco (e sarebbe anche ora). Potrebbe farlo sull'Imu, su cui finalmente qualcuno inizia a dire chiaramente che toglierla a chi la può pagare è una follia totale, in un momento del genere, soprattutto.

Se vogliamo rinfrescare l'agosto, e non passare tutto il tempo a fare le previsioni del tempo e a parlare di regole, diamo l'impressione di volerci cimentare su poche cose radicali perché realistiche e realistiche perché radicali.

Lo stesso vale per la legge elettorale, su cui si deve lavorare anche a Ferragosto, che abbiamo buttato via tre mesi, sbagliando tutte le valutazioni.

Lo stesso sulle questioni che riguardano le questioni economiche e sociali, che abbiamo finora affrontato con troppa timidezza e senza quello slancio strutturale di cui avremmo assoluto bisogno.

Perché va bene la stabilità, ma la conservazione è un'altra cosa.

Andiamo all'attacco, perché al centro del campo di palloni ne abbiamo già persi a sufficienza.

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I 101 giorni di Roberto

Roberto Fasoli e i 101 giorni del governissimo.

Abbiamo già pagato un prezzo abbondante al nostro senso di responsabilità verso Monti e i centristi con le ultime elezioni politiche.

Perché dovremmo replicare? A mio parere le elezioni ce le siamo giocate non avendo avuto il coraggio di dire alcune cose in modo netto e una parte dei nostri elettori nelle ultime settimane ci ha voltato le spalle, non andando a votare, o ha votato Grillo per “darci una lezione” come qualcuno ci è anche venuto a dire.

Bersani lo ha ammesso dopo il voto: credevamo di aver capito la gravità della situazione, ma non era così. Cosa sarebbe successo se avessimo messo al centro della campagna elettorale il programma in otto punti per un Governo di cambiamento frettolosamente messo da parte non solo dal Movimento 5 stelle dopo le elezioni? A mio parere forse le cose sarebbero andate diversamente. Ma è facile dirlo ora con il senno di poi. Ciò che non capisco è perché oggi, dopo che abbiamo visto cosa è successo, continuiamo come prima.

Rischiamo di essere ricattati da un centrodestra che ha il terrore di tornare al voto non potendo nemmeno più mettere in campo il suo unico e riconosciuto capo carismatico dopo la definitiva condanna di questi giorni. Perché dobbiamo farci ricattare?

Capisco che anche in casa nostra la situazione non è semplice ma ci sono alcune cose sulle quali ritengo tutti siano d’accordo che vanno immediatamente messe in campo per riconquistare la fiducia del nostro elettorato.

Faccio alcuni esempi per farmi capire.

Sull’Imu si deve dire in modo chiaro che non c’è alcuna abolizione e tantomeno resituzione. Si toglie la tassa sulla prima casa fino ad un valore limite di imposta, abbiamo detto attorno ai 500 euro, e si compensa con un leggero inasprimento crescente di imposta a carico di chi di case ne ha molte più di una e si assegnano ai comuni i fondi raccolti. Punto.

Sull’Iva non si applica nessun aumento e si recupera con un leggero ritocco delle aliquote che si pagano sui conti correnti e sui fondi investiti, anche qui fatto salvo un tetto, a tutela dei piccoli risparmiatori. Non servono grandi interventi.

Sono le due uniche piccole patrimoniali sulle quali possiamo intervenire tassando beni e ricchezze dei più agiati per salvaguardare le persone che sono in maggiore difficoltà di fronte alla crisi. Non sfugge a nessuno che il nostro paese detiene un record in termini di disuguaglianza sociale amplificatasi con la crisi.

Sulle pensioni abbiamo depositato recentemente tre disegni di legge intelligenti che puntano a correggere le più vistose ingiustizie della manovra Fornero. Mi domando: cosa aspettiamo a portarli in discussione? Troverebbero un consenso molto vasto nel nostro elettorato e non solo.

In termini di politica europea dopo esserci finalmente convinti che serviva una svolta cosa aspettiamo a dire con forza che la politica dell’austerità deve finire perché aggrava la situazione economica e quindi chiedere e ottenere un cambio di marcia a livello internazionale? Capisco che non è facile, ma se non lo diciamo chiaramente finiamo per essere in tutto e per tutto condizionati dalle vicende legate alla campagna elettorale tedesca.

Sulla legge elettorale mi pare che abbiamo rivisto la follia di rinviarla a dopo le riforme istituzionali, ma bisogna avere il coraggio di abolire subito il Porcellum per avere la possibilità di fare una nuova legge che garantisca maggioranze certe e governabilità come forse solo un maggioritario a doppio turno può fare.

Sul tema dei diritti delle persone dobbiamo con forza affermare alcune cose rifiutando di accettare compromessi che non sarebbero capiti da un’opinione pubblica che è già più aventi di molti politici.

Se queste cose non piaciono al centrodestra se ne farà una ragione e se crede di poterci ricattare con la minaccia della crisi bisogna fargli capire che non è detto che si debba andare subito alle elezioni con questa legge. Si possono trovare altre formule in Parlamento che garantiscano una breve transizione che realizzi le riforme sopra indicate, vari una nuova legge elettorale e poi si arrivi al voto.

A quel punto i cittadini saranno chiamati a scegliere e non saremo più visti come gli unici responsabili di una situazione che abbiamo in larga parte subito.

Oggi abbiamo il dovere del coraggio senza il quale la responsabilità diventa inettitudine e genera abbandono in ampi strati di cittadini che vogliono tornare ad essere pienamente orgogliosi di un partito che è nato per cambiare l’Italia e il modo di fare politica e non per omologarsi ad altre formazioni politiche che hanno ampiamente deluso.

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Viva la libertà!

101 punti per raccontare quello che è successo, quello che sta succedendo e quello che succederà, se cambieremo il corso delle cose.

1. Il Congresso deve essere aperto, oggi più che mai.
2. Deve essere partecipato dagli elettori vecchi e nuovi (nuovissimi) e rivolto in primo a luogo ai delusi, di una delusione che ha conosciuto strati geologici diversi (c'è quella antica, c'è quella dell'astensionismo crescente, quella del segnale-di-un-voto-dato-a-Grillo, quella del «perché non Rodotà?», quella di Prodi, quella per il governissimo tutto politico Pd-Pdl). Pare che in un mese abbiamo perso un milione e mezzo di voti. Per non parlare di quelli che avevamo perso in precedenza.
3. La questione della separazione delle carriere tra segretario e premier è una questione importante, ma il bello di un Congresso è che una discussione del genere si può affrontare al Congresso (non prima, non certo ora, sicuramente non da parte di chi sei mesi fa votò nella stessa assemblea nazionale per separare le due figure solo temporaneamente).
4. Chi ha governato il Pd negli ultimi anni deve lasciare ad altri, senza prefigurare nulla: l'azzeramento consentirà di scegliere un nuovo gruppo dirigente, nella massima libertà e autonomia.
5. Il problema del Pd non sono gli «indisciplinados» eletti con le primarie (come ha dichiarato Enrico Rossi), ma le logiche correntizie che ancora lo strutturano (se proprio c'è stato un limite di quelle primarie, è stato averle fatte tra Natale e Capodanno, come avevamo chiesto che non fosse fatto, guarda caso).
6. Il Pd si chiama così perché dovrebbe essere democratico: e invece il dibattito in questi giorni è stato annichilito, non sono stati consultati gli elettori, nei passaggi decisivi non sono stati consultati nemmeno i parlamentari.
7. A che cosa serve avere fatto partecipare tre milioni di elettori sei mesi fa, se poi si prescinde da loro nella partecipazione alla campagna elettorale e nella soluzione per cui si opta per il governo? Che fine ha fatto l’albo degli elettori del Pd? Lo vogliamo finalmente utilizzare per consultarli, gli elettori, e per farli partecipare al prossimo Congresso?
8. Il Pd deve diventare un luogo ospitale e trasparente e razionale, per tutti coloro che si muovono nella società. Non solo le organizzazioni tradizionali, eh, anche i soggetti nuovi e portatori di diritti e di cambiamento.
9. Il Pd è un partito dell'alternanza di governo: il governo con il Pdl deve immediatamente chiarire i propri obiettivi (quelli realistici, visto che siamo continuamente chiamati al realismo, giusto?).
10. Facile dire che non ci sono più alternative, dopo avere contribuito a demolirle tutte.
11. La rete è una straordinaria opportunità per organizzare la politica, altro che storie.
12. Cambiamento e governo, come abbiamo provato a spiegare, devono andare insieme. Non c'è uno senza l'altro. Due settimane fa lo ripetevamo tutti, spero che non ci siamo dimenticati anche di questo.
13. Prima di sciogliere una coalizione di governo, sarebbe il caso di discuterne. E il Congresso del Pd deve considerare Sel come il primo degli interlocutori. Fino a tre settimane fa avremmo dovuto costituire un unico partito, ora sembra che non ci siamo nemmeno mai conosciuti.
14. La prossima volta che si presenta un candidato come Stefano Rodotà, siete pregati di non rispondere con strani giri di parole, né con l'attribuzione del candidato stesso a questo o a quello. Ciò che conta – sempre – è la sostanza.
15. Le parole sono importanti: parlare per un mese di cambiamento, e poi riproporre l'alleanza politica che ha sostenuto Monti con l'elezione dello stesso Presidente della Repubblica suona paradossale, almeno un po'.
16. Riusciamo a mandare in tv qualcuno che spieghi che corruzione e conflitto d'interessi non sono solo soluzioni moralistiche (contro Berlusconi), ma questioni di senso politico ed economico e vere e proprie priorità per tutti (appunto, non solo per Berlusconi)?
17. La numero 17 è la legislatura presente, che non può durare all'infinito.
18. Sono opportuni e preziosi tutti i contributi alla discussione, ma si ricorda che la politica si fa, facendola.
19. Riusciamo a raccogliere tutti i progetti di legge che riteniamo essenziali per descrivere il profilo del Pd?
20. Se si sceglie un segretario ora (nel senso di sabato), per rispetto dell'intelligenza e della sensibilità di tutti, deve essere un segretario pro tempore, di garanzia e di scopo.
21. Evitiamo che il Pd adotti per il partito lo stesso metodo di discussione alla rovescia che è stato utilizzato per la formazione del governo.
22. Quelli del Pd negli ultimi giorni non sono stati errori (magari casuali), come si sente ripetere spesso: sono state scelte politiche.
23. Chi cita in continuazione Berlinguer e Moro, prende un po' troppo seriamente l'attuale governo (per dirla gentilmente). E soprattutto il modo in cui ci siamo arrivati.
24. Non ho niente contro i nomi che sono stati fatti in questi giorni per guidare il Pd, purché si candidino al Congresso se vogliono fare i segretari, e all'assemblea se vogliono fare i 'reggenti' (brutta parola, ma ci siamo capiti).
25. Il richiamo all'ordine lo condivido solo se è preceduto dal dibattito e se il richiamo è, appunto, successivo al dibattito (per sua natura i dibattiti sono aperti, altrimenti si chiamano in un altro modo).
26. Come nel film citato nel titolo, mi pare che esista da qualche parte un gemello del Pd, lasciato ai margini, che dovrebbe finalmente irrompere sulla scena.
27. Al centrosinistra italiano, dopo i risultati elettorali, s’impone una profonda analisi del potere in questo Paese e sui legami tra politica e grandi gruppi industriali (Grillo è partito da lì).
28. L'Europa non può essere solo un termine di riferimento retorico o metafisico, ma un luogo di iniziativa politica.
29. Il Pd non adotterà più l'aureo argomento dell'emergenza e della necessità (anche nella versione perifrastica: «per il bene del Paese).
30. La questione dell'uguaglianza si deve imporre, perché la sinistra italiana è l'unica sinistra nel mondo che non ne parla quasi mai (non nel senso di «siete tutti uguali»: quello ce lo sentiamo ripetere spesso).
31. Uguaglianza per me è un sinonimo di concorrenza leale (vedi al punto 16).
32. Oltre ai costi della politica, ci sarebbero i costi della Pubblica Amministrazione, che valgono qualche miliardo in più, a cominciare dai super-stipendi che superano (appunto) quelli del Presidente della Repubblica.
33. Cambiare il sistema di finanziamento della politica, può cambiare il modo di fare politica. Anzi, lo impone, questo cambiamento.
34. Quando restituiremo i 34 milioni di euro di rimborso elettorale che non abbiamo speso (più dell’80% del totale)?
35. Non facciamo gli ipocriti: lo sapevamo anche prima che certi argomenti, al governo con Berlusconi, non avremmo potuto affrontarli.
36. Prima di tagliare anche una sola tassa sul patrimonio, è il caso di abbassare le tasse sul lavoro e sulla produzione.
37. Qualcuno aveva scritto un mese fa che c'erano 120 parlamentari che non volevano votare Prodi. Era una giornalista del Corriere, che diceva che esisteva una lettera già pronta contro l’ex premier. Secondo me, per arrivare al punto 101, si può chiederle un aiuto.
38. Perché nessuno parla più di contrasto all'evasione fiscale (capisco che quelli del Pdl non capirebbero, ma così non ci capiscono più i nostri)?
39. Senza il punto 38, è un po' scandaloso andare a chiedere sconti agli altri Paesi europei.
40. A questo stesso proposito, come va la convenzione con la Svizzera per la tassazione dei capitali illegalmente esportati?
41. Non bisogna spostare il Pd più a sinistra o più a destra (più a destra è difficile, di questi tempi): bisogna riposizionarlo nel campo che sta occupando, non sempre virtuosamente.
42. Il «mai» con il Pdl di qualche settimana fa rischia di trasformarsi in un «mai più» con il Pd, per molti elettori, vale la pena di ricordarlo.
43. La legge elettorale va presentata subito, altrimenti potrebbe diventare – com’è già accaduto in passato – uno straordinario alibi per ‘tirare avanti’ con la presente legislatura.
44. Lo so che non abbiamo vinto le elezioni. Appunto, mi verrebbe da aggiungere.
45. Oltre a perdere i voti di chi non ci capisce dal punto di vista politico, rischiamo di perdere tutti quelli che votano con il portafoglio (per usare un’espressione un po’ volgare ma comprensibile). L’obiettivo per i cittadini è arrivare alla fine del mese, non alla fine della legislatura.
46. L’argomento della concretezza è corretto: infatti, chi è scettico nei confronti di questo governo lo è soprattutto perché teme che non riuscirà a fare le cose più importanti e utili, anche per via dell’alleato principale.
47. Se si toglie l’Imu (per altro ideata da Berlusconi) e si introduce una tassa nuova, chiamiamola tassa Berlusconi. Non è una battuta.
48. Se Berlusconi è sinonimo di Imu, il Pd – che non vuole essere sinonimo di Berlusconi, giusto? – quali tormentoni dell’estate sceglierà?
49. Non citare più il giaguaro, potrebbe essere scambiato per un gattopardo. E noi con lui.
50. Nessuno giochi al «tanto peggio». Siccome il «meglio» è al di là della nostra portata, concentriamoci sul «bene». E sosteniamo tutte le cose buone che riusciremo a fare, al di là del giudizio più generale sulle scelte che abbiamo fatto in questi mesi.
51. Impegniamoci a fare nel partito quello che non siamo riusciti a fare in Parlamento.
52. Perché nessuno ha preso sul serio il piano C (governo Pd-M5S con premier scelto da entrambi), che avevo proposto in questa sede, prima di dire che con il M5S ci avevamo provato davvero?
53. La scissione più grave non è tra di noi, ma tra noi e gli elettori.
54. Chi si è dichiarato contrario al governo con il Pdl, poteva almeno evitare di entrare a farne parte (così, uno sfogo).
55. Se prima abbiamo presentato otto punti, quali sono quelli attuali?
56. Pluralismo è discutere prima, con calma e con finale aperto, e votare poi. Non il contrario.
57. Per il futuro, e per ridurre le emissioni, è il caso di spegnere i caminetti, semplificare la burocrazia del partito e rendere tutto esigibile (comprensibile, anche).
58. Né Blair, né altri modelli del passato: ci vuole una ricetta per l’Italia e per il suo futuro (a me viene sempre in mente quando Benigni si autodefiniva l’«Anna Magnani svizzera»).
59. Controcorrente (che poi è il titolo dell’ultimo libro di Massimo D’Alema, per dire).
60. I diritti non sono negoziabili, né rinviabili. In Parlamento, il Pd sosterrà Kyenge e don Ciotti e le battaglie sacrosante per la cittadinanza e la lotta alla corruzione, principale problema economico, civile, culturale e politico del Paese?
61. Ci vuole un rapporto costante con gli elettori. Siamo nel 3000. Si può fare, con poche e democraticissime soluzioni, che non negano il confronto né sostituiscono la relazione de visu, ma le danno altre possibilità.
62. Non è un caso, quello che è successo, ma il frutto di precise scelte politiche. Soprattutto quando queste scelte politiche sono maturate attraverso il voto segreto e non espresso.
63. Il partito deve essere ospitale, non esclusivo. Non è il momento di chiudersi, ma di spalancare le porte.
64. Non dimentichiamo che il nostro compito è precisare, spiegare, delimitare ciò che faremo al governo. Non ne abbiamo mai discusso ed è tutto ancora molto vago.
65. Rispetto al punto precedente, si fa notare che è saltata la convenzione per le riforme prima che ne potessimo discutere. Siamo arrivati tardi alla sua ideazione e anche al suo smantellamento.
66. Al congresso, basta con le liste utili solo a permettere alle correnti di contarsi: Socialdemocratici per Tizio, Liberisti per Caio, Cattolici per Sempronio. Non ha senso.
67. Con i tesserati che calano di anno in anno, i tre milioni di elettori delle primarie dobbiamo coinvolgerli di più, non di meno. E non mettere gli uni contro gli altri, come ancora – incredibilmente – si sta facendo.
68. Chi vuole un congresso aperto alla partecipazione dei nostri elettori non vuole affatto mortificare il ruolo dei militanti, al contrario: ne vorrebbe di più, più motivati, soprattutto più considerati.
69. Usiamo il compagno Excel (o foglio di lavoro, per chi si vuole sottrarre alle logiche ‘proprietarie’): raccogliamo nomi, cognomi, indirizzi mail e numeri di telefono da 10 anni, e li conserviamo nei sotterranei. Che spreco.
70. La campagna elettorale non si fa solo il giorno prima delle elezioni, si fa dal giorno dopo fino a quelle successive, contattando chi ci ha votato e coinvolgendolo sulle decisioni che dobbiamo prendere, raccogliendo le sue necessità.
71. I nostri circoli sono il nostro punto di ascolto verso la società, ma sono privi di mezzi e non sono degnati di attenzione. E così appassiscono.
72. I referendum sull'acqua pubblica sono l'esempio di scuola di cosa non va nel Pd. I nostri militanti raccolsero le firme e ne capirono subito l'importanza, i nostri vertici ci arrivarono all'ultimo minuto.
73. Mai più posizioni interscambiabili: non possiamo esser contro la corruzione in campagna elettorale, e poi dimenticarcene per non scontentare l'alleato Berlusconi.
74. Continuare a oscillare tra la protesta di piazza e di maniera e la retorica della governabilità, foss'anche con Berlusconi, non è opportuno. Si può avere un partito di sinistra e di governo, alternativo alla destra, come c'è in tutti gli altri Paesi normali?
75. Un partito forte nella sua organizzazione, ma più snello nel suo apparato, e che soprattutto non abbia la necessità di occupare sottogoverno e partecipate per l'esigenza di far mantenere (allo Stato) la sua classe dirigente.
76. Per cortesia, mai più dibattiti vuoti tra modello socialdemocratico e liberale. Non se ne può più.
77. Negli anni pari sostenitori di rigorosa austerità, in quelli dispari promotori della spesa pubblica. Tra finte e controfinte, possiamo tutelare i servizi ai cittadini, sempre più degradati, e tagliare le sacche di spreco nella PA che ci sono, è inutile far finta di no? Il debito pubblico non è un'invenzione dei media, dopotutto.
78. Possiamo, allo stesso modo, combattere le oligarchie e le consorterie aprendo i troppi mercati chiusi di questo Paese, e tutelare chi invece in questi anni si è visto la propria attività venire spazzata via dalla deregulation?
79. Prendiamone atto, siamo al governo con uno che non è solo un tycoon dei media, ma anche un signore del mattone. Non proprio il modello di sviluppo che dovremmo perseguire. Almeno cerchiamo di resistere alla retorica secondo cui l'edilizia è l'unica fonte di sviluppo, perché la difesa dell'ambiente e del suolo lo sarebbe allo stesso modo e anche di più (il consumo di suolo era uno degli otto punti, già).
80. Speriamo che non si ripresenti in aula un voto riguardante giovani ragazze a proposito delle quali bisogna certificare o meno il grado di parentela con capi di Stato stranieri. Non si sa mai.
81. La domanda ricorrente: «sì, ma qual era l'alternativa?». L'alternativa era puntare i piedi per un governo leggero, con scopi chiari, durata breve, personalità neutre. Non si è voluto. Ora ci cucchiamo Formigoni, Lupi, Biancofiore e compagnia. Cosa pensavamo, che Berlusconi tenesse in cantina una riserva della Repubblica?
82. «Riduzione del danno», l’avevamo chiamata. Perché deve essere chiaro, come ha scritto Veltroni, che questa è un’emergenza, non una soluzione auspicabile, né una svolta epocale (e chi lo dice, dovrebbe trattenere la gioia).
83. Il voto a Grillo è legato certamente alla casta e al sistema di potere della politica tradizionale, ma le sue ragioni vanno ricercate nel disagio sociale ed economico che vive larga parte della popolazione. Non scambiamo le cause per gli effetti.
84. Non adottare più in futuro l’argomento: «se fate così, mandate Berlusconi al governo». Ha già funzionato.
85. Se ci fossimo scusati, tutti quanti, come ha chiesto di fare qualche nostro circolo, i nostri elettori avrebbero apprezzato.
86. Dopo il tramonto della convenzione per le riforme, siamo intenzionati a rivedere le stime di durata di questo governo (si è parlato di 18 mesi: confermiamo?).
87. Se il governo farà buone cose, gli scettici di oggi saranno i primi a riconoscerlo.
88. Se il governo riconoscesse gli scettici di oggi, farebbe cose buone per il mortificatissimo popolo che lo sostiene (almeno una sua parte).
89. «Non è colpa delle stelle (o di Twitter) se servi siamo, ma nostra», Shakespeare.
90. Il problema non sono Ds e Margherita, ma che ancora se ne parli e si ragioni in questi termini.
91. Segue la precedente: se Letta è premier, non ci vuole un segretario che venga dalla sinistra, come si sente ripetere. Ci vuole un segretario del Pd.
92. Il prossimo segretario del Pd deve parlare con Grillo. Sì. Gli chieda un caffè, in streaming, in mondovisione, ma ci parli. E si confronti. Più o meno come si è fatto con Berlusconi (sic). Non averlo fatto, è stato uno stupido errore.
93. #OccupyPd lo usammo nel 2011. Tanto tempo fa. L’idea era che del Pd ci si dovesse occupare, entrarci, per cambiarlo. Idea ancora valida, se il Pd non deciderà di chiudersi (esattamente per lo stesso motivo, ma al rovescio).
94. Quanti sono gli elettori del Pd che hanno scelto il M5S? Sono troppi per poterci parlare?
95. Nessuno gioca al tanto peggio, tanto meglio, ma al tanto prima, tanto meglio (in tutti i sensi, per il governo e per il partito) sì.
96. Perché siamo stati così lenti e precipitosi nello stesso tempo?
97. Scusate le ripetizioni: vale per questi 101 punti, ma anche per quanto è successo in Parlamento (coazione a ripetere).
98. Chissà perché quello che è successo nelle ultime tre settimane mi ha ricordato così da vicino il 1998.
99. Dov'è finita la riflessione sul 99%? Il Pd, oltre a dare concretezza e senso alle politiche europee, ha intenzione di occuparsi di ciò che succede nel mondo?
100. Il numero massimo dei membri della direzione politica nazionale.
101. Chi sono i 101? E perché, caso unico nella storia dell’umanità, non si dichiarano? Hanno pure vinto, perché schermirsi?

E per voi, qual è il punto?

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Le 10 cose da fare subito (e ora è subito)

Sia chiaro che queste cose non le dico da oggi, fanno parte di un 'pacchetto' pubblicato quasi un anno fa.

Sono dieci stelle, diciamo così, che compongono un firmamento, che può funzionare con questo Parlamento e che possono essere utili al Paese, che è la cosa più importante.

Ho avuto il piacere di discuterne già con il M5S, a Bergamo, quest'estate. Si partiva proprio dalle 10 cose e i rappresentanti della formazione di Grillo che ne discutevano con me dissero di essere d'accordo per il 95% di quanto proponevo. Credo che non abbiano cambiato idea.

Tutte queste cose le avevamo poste anche in occasioni delle primarie del centrosinistra, come ricorderete.

Eccole:

Dieci cose da fare subito

a cura di Giuseppe Civati

1 – Legge sul conflitto di interessi
Ineleggibilità e decadenza automatica da cariche istituzionali per i detentori di concessioni pubbliche. Ma anche un giro di vite ai doppi incarichi, e all’ingerenza dei partiti nelle nomine dei consigli di amministrazione di partecipate e fondazioni bancarie. Non è una norma 'contro' qualcuno, è una misura per il Paese.

2 – Nuova legge elettorale
Le posizioni in Parlamento su questa materia sono le più varie, e alcune ancora da scoprire. Due, però, sono le esigenze: ridare ai cittadini la possibilità di scegliersi i parlamentari e consentire che dalle urne emerga un Governo stabile. In attesa di adeguare il sistema istituzionale con cambiamenti alla Costituzione che difficilmente questo Parlamento potrebbe affrontare (il dimezzamento del numero dei parlamentari dipende dai tempi: se saranno ristrettissimi, non avremo il tempo di approvare la riforma costituzionale). Per quanto riguarda il sistema elettorale, doppio turno e collegi uninominali potrebbero essere la base di partenza.

3 – Legge contro la corruzione
Ridefinizione dei cosiddetti reati “spia” della corruzione (sanzioni efficaci per il falso in bilancio, per incominciare), introduzione della fattispecie di autoriciclaggio, modifica della disciplina sul voto di scambio politico-mafioso, riforma razionale dei termini di prescrizione del reato, introduzione – in aggiunta alle sanzioni detentive (spesso ineffettive) – di un sistema di danni punitivi che imponga ai condannati per reati di corruzione e affini di risarcire un importo triplo o quadruplo rispetto al danno arrecato.

4 – Riforma della politica
Legge sui partiti, con obbligo di trasparenza e certificazione dei bilanci da parte di un ente terzo, riduzione dei compensi e delle indennità per parlamentari e ministri (come spiegavo, se il Pd rinunciasse al 30% che chiede ai propri parlamentari, potremmo ridurre gli emolumenti della metà), da allineare alla media europea. Tetto massimo per gli stipendi dei manager della pubblica amministrazione e di società controllate o partecipate. Obbligo della discussione e del voto in Parlamento per le leggi di iniziativa popolare.

5 – Riduzione delle spese militari
Cancellazione delle commesse di acquisto dei caccia F35, sulla base di un percorso trasparente e razionale.

6 – Cancellazione dell’Imu sulla prima casa
Per tutti i possessori, fino a un tetto di 500 euro, come Bersani ha spesso ripetuto in campagna elettorale. In più, l'Imu deve diventare più progressiva e essere 'restituita' progressivamente ai Comuni.

7 – Reddito di cittadinanza
Da istituire sul modello di quello adottato nel resto d’Europa, finanziato con una riforma generale delle attuali forme di welfare a partire dalla cassa integrazione. In questo caso, va detto, la proposta del M5S non ha copertura finanziaria, ma il principio – come sostengo da prima che questa campagna elettorale iniziasse – è auspicabile, perché la riforma degli ammortizzatori sociali è una riforma inevasa ormai da quindici anni (per un'intera generazione di lavoratori).

8 – Revisione della spesa
Stop alle grandi opere inutili e dispendiose, rafforzamento delle infrastrutture locali esistenti, investimenti in energia rinnovabile, agenda digitale e innovazione tecnologica, anche attraverso un ripensamento del «patto di stabilità» verso un «patto di sostenibilità» che liberi, per queste finalità, le risorse agli enti locali.

9 – Riforma del sistema bancario
Separazione tra le banche d’investimento e quelle tradizionali. Rafforzamento dello strumento della class action e delle authority che vanno rese enti indipendenti e in grado di intervenire duramente e prontamente sulle violazioni.

10 – Sostegno all’economia
Incentivo al microcredito, destinazione dei proventi della lotta all’evasione fiscale all’abbassamento delle tasse su chi lavora e produce.

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Ci tengo

L'ora delle decisioni (revocabilissime) si avvicina e seguo il dibattito che si sta sviluppando qui. Manca solo una candidatura a sindaco di Roma (scherzo), ma il finale per i commentatori di Ciwati è apertissimo. Prevale forse il consiglio di non schierarsi e di puntare diritti al prossimo Congresso del Pd, ma anche su questo c'è chi dice «ora o mai più».

Le migliori soluzioni sono, l'andreottiana «sostieni Renzi al primo turno, e Bersani al secondo» ovvero quella di un delegato veneto che mi dice «se non ci sarà più il Pd, non disperare: l'amarone ci sarà sempre».

In tutto questo, devo dirvi la verità: sono molto sereno, anche perché, come sapete, per me conta soprattutto l'affermazione delle 'cose' e non delle persone. E per questo, non è mai troppo tardi. Anzi. Il momento decisivo, in un caso o nell'altro, non è ancora arrivato.

Le tesi da affiggere sono ancora tutte da affiggere, i tormentoni dell'estate vanno bene anche per l'autunno.

Come sapete, continuo a sentirmi equidistante dai tre principali candidati. E allora vale la pena di riprendere cose già dette e cose già scritte.

Molte le ritrovate tra i quesiti dei referendum, altre nella campagna che ormai conoscete.

Penso che non sia il caso di allargare a dismisura l’alleanza, e che non ci sia bisogno di sfondare a destra ma di fare (bene) il centrosinistra. Poi con la destra ci si confronterà, senza confondersi.

Penso che sia necessario costruire una coalizione di governo che purtroppo non è stata fatta prima da chi avrebbe dovuto. Le primarie a questo dovrebbero servire, anche se leggo che se vince uno, qualcun altro se ne va, e che comunque quella che vediamo non è la coalizione definitiva, perché si potrà allargare dopo le primarie. Mah.

Penso che i diritti civili o sono civili e per tutti, oppure non sono.

Penso che l'agenda Monti, che ha molto di letterario, per altro, perché ognuno la interpreta un po' a modo suo (un po' come quell'Europa a cui tutti si appellano, a giorni alterni), si collochi proprio su un altro piano: perché sulla nostra agenda noi dovremo chiedere i voti. E non possiamo permetterci quello che sta accadendo: che la fiducia nei confronti di Monti è inversamente proporzionale, presso i nostri elettori ma non solo, al gradimento delle sue politiche.

Non penso per altro che Monti sia una sciagura, come lo presenta qualcuno, né il leader-in-cui-riconoscersi, come qualcun altro sembra pensare. Né che si possa usare il bianco o il nero, quando si parla di questa stagione, perché è il grigio del Paese il colore che si impone. E il grigio dura da anni.

Penso non si debbano promettere cose strampalate, ma una riduzione delle tasse sul lavoro e sulla produzione e una patrimoniale per chi dispone di grandi ricchezze (una cosa all'europea). Che non è l'Imu, per intenderci, come qualcuno sostiene.

Penso che in un anno si debba stipulare la convenzione con la Svizzera – che vale più della spending review – e che sia il momento di attivarsi per una seria lotta all’evasione fiscale, con i computer e non con i blitz.

Penso che ci vuole l'Europa, quella di cui parlano Ed Miliband e Peer Steinbrück (e anche un po' Bersani, va detto), a proposito di finanza, di regole e di civiltà della democrazia.

Penso che in ogni sede e a tutti livelli la politica si debba contenere, in termini di clientelismo, nomine e chiacchiere, a cominciare dalla riduzione e razionalizzazione delle quasi 7000 aziende pubbliche. E che politici (e candidati) debbano per primi dare il buon esempio.

Penso che i risultati dei referendum vadano rispettati. E che si debba essere conseguenti. E che non possa parlare di beni comuni chi non li rispetta. E che non possa fare politica chi snobba le leggi d'iniziativa popolare, come troppo spesso è accaduto.

Penso che l'ambiente per l'Italia sia strategico, come poche altre cose. E che il suolo ed il paesaggio lo siano più di tutte le altre. E vorrei un po' più di impegno, in questo senso.

Penso che l'antipolitica la facciano i politici che la chiamano così.

Penso che il recupero dell'astensione sia il nostro primo obiettivo e che il M5S sarà il convitato di pietra di queste primarie.

Penso che ci voglia una sussiding review e che si debba preferire la diminuzione delle tasse ai molti contributi a pioggia destinati alle imprese.

Penso che prima di fare altre opere (puntualmente corredate da omissioni) si debbano finire di pagare quelle vecchie e quelle incompiute.

Penso che nuove autostrade vadano bene solo se sono informatiche. E che ci sia una questione cemento da affrontare quanto prima.

E penso, soprattutto, che si debba aprire un grande dibattito sulle cose da fare, come ho cercato di fare, in questi mesi.

E che ci vogliano parlamentari scelti dai cittadini (come, i cittadini possono scegliere il premier, e non il parlamentare sotto casa?) e che nessuno dei candidati lo abbia detto, in questi giorni (chissà come mai…).

E che i parlamentari debbano essere a progetto, limitati nel tempo e nello spazio che occupano.

E che tornerò a studiare e a insegnare, quando tutto sarà finito (anche presto), perché mi piacerebbe che questo Paese diventasse un Paese in cui fare gli insegnanti è un'ambizione altrettanto forte che fare i politici. Anzi, di più.

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Secondo me all’Italia serve un candidato premier

Che dica queste cose.

Che non è il caso di allargare a dismisura l'alleanza, e che non c'è bisogno di sfondare a destra ma di fare (bene) il centrosinistra.

Che è necessario costruire una coalizione di governo che purtroppo non è stata fatta prima da chi avrebbe dovuto.

Che non si devono promettere mari e Monti, ma una riduzione delle tasse sul lavoro e sulla produzione e una patrimoniale per chi ha grandi ricchezze.

Che in un anno si stipulerà la convenzione con la Svizzera – che vale più della spending review – e che ci si attivi per una seria lotta all'evasione fiscale, con i computer e non con i blitz.

Che in ogni sede e a tutti livelli la politica si deve contenere, in termini di clientelismo, nomine e chiacchiere, a cominciare dalla riduzione e razionalizzazione delle quasi 7000 aziende pubbliche.

Che ci vuole una sussiding review e che si preferisce la diminuzione delle tasse a molti contributi a pioggia alle imprese.

Che prima di fare altre opere (puntualmente corredate da omissioni) si finiscono di pagare quelle vecchie e quelle incompiute.

Che nuove autostrade vanno bene solo se sono informatiche.

Che si punta tutto sulla vera modernizzazione del Paese, fatta di bellezza e cultura, tecnologia e ambiente, scuola e ricerca.

E che questi sono i tormentoni dell'estate 2012.

E che, insomma, ci vuole un programma in dieci punti, non di più.

Perché si capisca qualche cosa, appunto.

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Il colpo e la colpa

Così, siccome sono preso male, faccio un riepilogo di alcuni avvenimenti degli ultimi vent'anni.

Quando dicevamo, giusto un anno fa, che la Lega non era un interlocutore, eravamo noi a non capire la sottile strategia che ci stava dietro.

Quando dicevamo che si doveva cambiare il regime dei rimborsi elettorali (anni fa, prima ancora della prima Leopolda), ci dicevano che eravamo demagoghi.

Quando chiedevamo trasparenza a fondazioni, gruppi di potere, correnti a testuggine e liste bloccate, eravamo considerati rompiscatole, ossessionati dalle primarie e da «cose che in Italia non funzionerebbero».

Quando auspicammo che Ds e Margherita si presentassero insieme, nel 2006, senza fare pasticci, non ci diedero ascolto.

Quando cercammo di difendere Prodi, la prima e la seconda volta, anche in quel caso eravamo considerati ingenui. Che non capivamo la politica.

Quando dicevamo che il Pd doveva mollare Lombardo, ci dicevano che non capivamo la Sicilia. E infatti Palermo l'hanno capita tutti benissimo.

Quando chiedevamo di lanciarci nelle sfide di Milano e delle altre città al voto nel 2011, ci consigliarono prudenza, perché poi magari si perdeva, e allora.

Quando segnalammo il dato abnorme del tesseramento di Napoli nel 2009, ci dicevano che andava tutto bene, salvo poi cadere dalla sedia, l'anno dopo, per le primarie di cui non conosciamo ancora l'esito.

Quando dicevamo di non liquidare l'antipolitica, di indagare quel rancore che montava, di ascoltare le voci dei nostri ex elettori che andavano a popolare le file dell'astensionismo e dei movimenti civici, ci dicevano che era un errore strategico. Perché era un'operazione fatta contro di noi. Già. Bella scoperta.

Quando parlavamo di astensione, di movimenti, di referendum, facevano spallucce.

Quando chiedevamo di scegliere i parlamentari (cosa ovvia), ci rassicuravano e, nello stesso momento, ci facevano capire che però, in fondo in fondo, non si può.

Quando ci siamo chiesti perché abbiamo messo il limite dei mandati nello Statuto se nessuno ha intenzione di rispettarlo, ci hanno guardato in modo strano. Non vorrai mica rinunciare a questo? E a quello? E a quell'altro?

Quando chiedevamo una lettura politica del caso Penati, e non solo frasi di circostanza, ci davano degli sciacalli (peccato che tutti i penatiani, però, si siano volatilizzati, e chi vi scrive sia tra i pochi che conserva foto e volantini con il suo nome, nonostante da anni ci fosse una lontananza molto marcata tra di noi).

Quando chiedevamo e chiediamo un ricambio logico, di buon senso, naturale, ci davano e ci danno degli stronzi, e in fondo non ci rispondevano. E ancora non ci rispondono. Perché non vuole andare via nessuno. Zero.

Però assicurano che faranno «subito» le cose che non sono state fatte in questi anni. Una legge sui partiti, immediatamente. E anche le norme sulla corruzione che sono una vera urgenza (che urge dal 1999).

E che per fare «subito» queste cose, ci si deve affidare alle stesse persone che non lo hanno fatto. Forse perché sanno come (non) si fanno le cose.

E infine, quando dicevamo che ci saremmo dovuti preparare per il voto fin dal dicembre scilipotiano del 2010 e che, un anno dopo, l'operazione Monti si basava su un equilibrio delicato, alla Nanni Moretti, e che andava bene quindi l'emergenza, ma che non mancavano le insidie (di due tipi: la tenuta di una maggioranza del genere e il facile gioco dei tecnici coraggiosi contro i politici che non accettano la sfida), ci dicevano che sbagliavamo. E che non avevamo il passo da statisti.

Stanno saltando tutti i partiti, in un clima da colpo di Stato per la politica istituzionale, che in verità non è un colpo, ma una colpa. E non dello Stato, ma di chi l'ha guidato. E di chi non ha saputo fare un po' meglio, per dare segnali più chiari e nitidi. Una cosa è certa: era difficile far peggio di così.

E certo è colpa della destra. E di quelli che stanno saltando, in queste ore. Ma anche noi, guardiamoci in faccia, ogni tanto.

E quando parliamo di riforma della politica, siamo conseguenti. Perché ci vogliono protagonisti, modalità e regole nuove. E se non vi sembrano argomenti sufficienti, mettetela così: perché è già troppo tardi. E dal 1993 siamo già passati. E allora, prima, c'erano i partiti. Adesso ci sono molto meno anche prima. Figuriamoci dopo.

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