Ridenti e fuggitivi

Fatto. Si sono venduti anche Telecom. A Telefonica, sì a quegli spagnoli che teoricamente dovrebbero stare peggio di noi, ma trovano le risorse per consolidarsi nei settori strategici.

Ora, nessun operatore italiano nella telefonia. Se la sono venduta con tutte le attività estere in Sud America. E con tutta la rete. Sì, si sono venduti anche l'infrastruttura. Dice il 'grande' Bernabè che non c'è problema: l'Agcom non ha motivi di interferire con questa cessione, se il nuovo proprietario rispetterà le regole che impongono la concorrenza per l'accesso alla rete. Forse che in Italia c'è qualche problema nella effettiva operatività delle Agenzie pubbliche che dovrebbero predisporre le regole per la liberalizzazione dei mercati e, soprattutto, controllarne l'applicazione?

E' questa la prima delle privatizzazioni all'italiana di cui parla Letta? Cedere pezzi significativi del Paese per mantenere in piedi 'questa' classe dirigente, pubblica e privata? Perdere il controllo di occupazione, ricerca e sviluppo in settori strategici mentre quelli tradizionali vanno a picco: questo è il quadro, mentre i talk show si preoccupano dell'agibilità politica di questo o di quello. Ce lo meritiamo? Io dico di no e non mi rassegno. Ma molti, troppi nostri giovani, sì.

Costretti ad andarsene, per via delle condizioni in cui il Paese è stato messo dalle sue classi dirigenti.

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Capovolgere la visione

Renzo Piano, l'altro giorno, a proposito di un tema a me molto caro: l'Italia come di un posto dove andare per creare cose nuove, la nostra unica vera 'identità', la nostra principale missione.

È vero, suona un po' troppo slogan. Io parlerei piuttosto di "italian economy". Vede, dall'estero guardo un paese rassegnato a non avere un futuro, a perdere quote di mercato inseguendo produzioni obsolete senza poter competere con Cina o India o Brasile, senza creare posti di lavoro per i giovani. Bisogna lasciare la strada del declino e pensare a una nuova missione. Capovolgere la visione, partire dai nostri talenti.

Non esiste una nazione meglio attrezzata per affrontare un futuro di economia sostenibile. Siamo il paese più bello del mondo e la bellezza è oggi la merce più ricercata. Abbiamo immensi giacimenti culturali, una miscela unica di meraviglie naturali e costruite nei secoli, una posizione centrale nel Mediterraneo, una situazione climatica ideale per produrre energia pulita, con sole, acqua, vento.

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Tagli alla cultura e minacce di dimissioni

Si deve trovare una soluzione al problema del cosiddetto Tax Credit per il cinema.

Perché si tratta di un’industria culturale di cui sarebbe folle privarsi, perché si tratta, anche in questo caso, di salvare la cultura del nostro Paese e ogni sua preziosa manifestazione.

Del resto, Letta aveva detto che si sarebbe dimesso di fronte a tagli per la cultura e per la formazione. In questo caso, si taglierebbero l’una e l’altra.

Dal momento che le promesse, ultimamente, non sono il nostro forte, vorrei almeno che mantenessimo questa. Ce la facciamo?

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La metamorfosi digitale

Nicola Mattina ci aiuta a riflettere sulla democrazia rappresentativa e la svolta che i tempi le impongono:

I temi sono molti. A me ne vengono in mente tre che mi sembrano prioritari. Innanzitutto, occorre ripensare le tecniche di ascolto, perché – se è vero che fare un sondaggio di opinione di tanto in tanto non è più sufficiente – allo stesso tempo non si può pensare che sia un manipolo di manifestanti in piazza oppure qualche decina di migliaia di iscritti a un sito web siano rappresentativi di un intero popolo. I cittadini lasciano molte tracce digitali delle proprie opinioni in Rete, è ancora difficile raccoglierle e interpretarle, ma occorre cominciare a farlo in modo sistematico imparando dalle aziende, che si sono già attrezzate in questa direzione.

In secondo luogo, è necessario lavorare alla trasparenza e all’accountability delle attività di governo. Non si tratta di rendicontare gli scontrini dei caffè dei parlamentari, come pensano ingenuamente alcuni, ma di rendere conoscibili gli obiettivi, i soldi allocati, i processi e i risultati. In questo senso, le amministrazioni dovrebbero essere obbligate a pubblicare in formato open tutti i propri dati, come hanno cominciato a fare timidamente alcuni enti virtuosi. Magari andando oltre i dati “innocui” (qualche statistica, dati geografici, serie storiche) e mettendo online i dati dai quali è possibile capire l’efficacia e l’efficienza dell’azione di governo.

In terzo luogo, occorre ripensare i partiti passando da strutture verticistiche e burocratiche a organizzazioni reticolari che facciano largo affidamento al crowdsourcing come strumento che crea occasioni di partecipazione accessibili a tutti. Le feste animate dai volontari che grigliano le salsicce sono importanti, ma la voglia di partecipare può essere meglio indirizzata e valorizzata.

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Crocetta, le province e noi

Ora, non è del tutto vero che Crocetta governi con il sostegno del M5S. La sua maggioranza, che non lo era nelle urne, conta sul sostegno di alcuni deputati dell’Ars che si sono spostati sul presidente in modo molto più tradizionale. À la Mastella più che à la Casaleggio. In più, il presidente della giunta è eletto direttamente dai cittadini e quindi non si pone il problema della fiducia-con-cui-altrimenti-non-si-può-partire o, almeno, non si pone negli stessi termini del governo nazionale.

Quanto è successo per le province, ci dice però almeno una cosa importante: che si può cambiare più di qualcosa nell’assetto dello Stato e lo si può fare dove nessuno avrebbe mai scommesso che si potesse fare. Ora, c’è da capire se – oltre a evocare il modello Crocetta – qualcuno, nelle altre Regioni, intenderà procedere nello stesso modo e arrivare a un superamento delle province con una diversa riorganizzazione dei Comuni, sulla base di bacini, ambiti e consorzi che possano rispondere meglio alle esigenze dei cittadini e del tessuto sociale ed economico del territorio da amministrare.

Sarebbe rivoluzionario se dalla retorica del «modello da esportare» si arrivasse alla concretezza delle cose che si possono fare anche altrove. Magari dappertutto.

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Investire in garage o in chi li riempie?

Da tempo ci chiediamo perché viviamo in un Paese in cui è più conveniente investire in garage e in immobili piuttosto che in imprese ad alto contenuto tecnologico e di valore aggiunto.

Da tempo ci chiediamo come funzionano le fondazioni bancarie, se siano a favore delle startup o di chi è già ‘arrivato’, introdotto e inserito in una certa posizione.

Da tempo chiediamo che i sussidi alle imprese siano orientati a favore di chi fa ricerca, rischia in campi ad alta competitività, assume per crescere in innovazione e non per sfruttare il lavoro.

Mi piacerebbe che ad occuparsi di questo argomento nel futuro Parlamento ci fosse un intergruppo, aperto e libero, capace di promuovere politiche attive, di valutare l’esito delle iniziative in questo campo e le potenzialità ancora inespresse dal nostro asistematico sistema Paese.

Chi ci sta, è il benvenuto.

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Un ministero al digitale

Per andare oltre la composizione delle liste, le curiosità sui simboli, i sondaggi su questo e su quello, è il caso di tornare a parlare di contenuti, e di progetti (del resto, avevamo parlato di parlamentari a progetto, giusto?).

Per incominciare, ci vuole un cambio di passo sul digitale, perché, come tocca ancora ripetere, il digitale non può aspettare.

Il Pd che viene dal futuro, come abbiamo voluto chiamarlo, non può non raccogliere la sfida, e proporre, come sostengono motivatamente alcuni iscritti del Pd, che ci sia un ministero al digitale. La Francia lo ha fatto. Qui da noi sarebbe un segnale ancor più forte e rivoluzionario.

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Gli irrottamabili: la campagna per un «cambio di Stato»

Da tempo chiediamo un «cambio di Stato» per i papaveri della Pubblica Amministrazione. Una forma di rottamazione verso la quale nessuno sembra essersi nemmeno avventurato. E una forma di ricambio, nella quale far valere regole e meriti. Anche nelle Regioni. Anzi, a partire dalle Regioni.

Ne scrive oggi Tito Boeri:

Bisogna perciò porre dei limiti a questi incarichi, senza passare, come con la versione Bassanini dello spoils system, da un eccesso all’altro. Un ricambio eccessivo dei dirigenti, rischia di decapitare le burocrazie in momenti cruciali oppure può renderle succubi dei politici. Ci vorrebbe, invece, una soglia minima ed una massima per la durata di queste carriere. Quella minima serve a incentivare l’acquisizione di competenze specifiche e comportamenti all’altezza degli incarichi conferiti oltre che a impedire che il dirigente sia uno yes (wo)man pronto ad accontentare in tutto e per tutto chi decide del proprio futuro. Quella massima, che potrebbe essere fissata in un periodo di 5 anni a cavallo tra due legislature, impedisce che il burocrate si sostituisca al politico, sottraendosi al contempo al giudizio degli elettori.

Devono cambiare anche le regole sulle carriere. Quelle apicali nella Pubblica amministrazione devono essere incompatibili con le carriere nella magistratura, non solo perché afferenti a poteri diversi, ma anche perché stravolgono i ruoli. Un capo dell’ufficio legislativo che è stato consigliere di Stato può diventare inamovibile perché garante del fatto che gli atti legislativi che passano al suo vaglio non verranno poi bocciati dal Consiglio di Stato (o dalla Corte dei conti). Non deve neanche più essere possibile avere un salario che prescinde dalla posizione che si occupa, come con il cosiddetto “galleggiamento” che garantisce agli alti dirigenti di non scendere mai al di sotto della retribuzione nell’incarico meglio retribuito, dunque anche quando destinati a mansioni meno onerose e responsabilizzanti. Il principio dovrebbe essere sempre quello della retribuzione legata al posto anziché alla persona. Importante, infine, istituire la figura dei dirigenti-specialisti oggi del tutto assente nella nostra Pubblica amministrazione, che devono avere competenze ben definite, in grado di essere immediatamente operativi. Oltre a colmare vuoti di competenze molto importanti nella Pa, questi requisiti renderebbero il processo di selezione più trasparente, migliorando il rapporto fra tecnocrati e politici.

Coniato con gli incentivi al ricambio delle autovetture e poi applicato al nostro personale politico, il termine rottamazione non viene mai declinato con riferimento a un veicolo fondamentale come la nostra macchina dello Stato. Dopo il grande fumo sparso nella prima fase della legislatura, la riforma della Pa non ha mai trovato posto nell’agenda Monti, che ha significativamente proceduto alla nomina del ministro della Funzione Pubblica solo in un secondo momento. Eppure questo ricambio è fondamentale perché le riforme solo iniziate vengano portate a termine. Rappresenta anche la maggiore speranza per un rilancio del Mezzogiorno, vittima delle inefficienze e delle troppe posizioni di rendita create nella nostra amministrazione pubblica. Purtroppo non ci sono decreti, neanche disegni i leggi in vista. La riforma della Pa non è all’ordine del giorno di Consigli dei ministri, ma solo di seminari ristretti. A proposito, mi sarebbe piaciuto partecipare all’incontro ad alto livello organizzato dal nostro ministro per la Pubblica amministrazione e la semplificazione lo scorso 29 ottobre. Peccato che il suo cortese invito, protocollato il 15 ottobre, mi sia arrivato tre giorni dopo la data dell’incontro.

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Cose buone, cose che cambiano

Se consideriamo l’eventualità di costruire il lavoro, l’imprenditoria giovanile si è ridotta tra il 2000 e il 2007 e la sua quota sulle imprese nuove nate è passata dal 53,6% al 41,2%, per le imprese individuali. Si tratta del campo in cui esercitare la massima collaborazione tra le generazioni, e lo scambio esperienza-energia che può contribuire alla crescita di tutto il sistema economico. Per prima cosa, è una “questione di fondi”: la creazione di un fondo rotativo finalizzato all’avvio di nuove attività e di un fondo di garanzia per l’attivazione di credito bancario, entrambi dedicati all’avvio di imprese da parte di giovani. Questo è il campo sul quale coinvolgere il sistema bancario e sul quale dirottare il maggior numero di risorse.
E poi il monitoraggio di attività di business angels sul territorio nazionale e l’istituzione di relativi benefici fiscali per i soggetti che intendano svolgere questa funzione a vantaggio dei giovani. Con questo, si può pensare anche all’istituzione di benefici fiscali per società di seed capital orientate a idee imprenditoriali promosse da giovani.
Infine, si procederà alla definizione di un accordo di programma con imprese “di successo” nei diversi settori produttivi perché, a fronte di eventuali benefici fiscali, si prestino ad individuare segmenti e nicchie di mercato non sature e a svolgere attività di sostegno e di accompagnamento (tutor è la parola) di nuove imprese avviate da giovani, a partire dalla costruzione del business plan sulla base di un’idea imprenditoriale, fino al consolidamento dell’impresa (per un periodo di tempo di almeno tre anni).

Qui sopra quanto scrivevo tra la fine del 2010 e l’inizio del 2011 nel libro Il manifesto del partito dei giovani (che trovate qui), dopo lunghe discussioni con Rita Castellani, a sostegno delle startup e delle nuove imprese.

Ora il Governo dichiara che in un decreto-legge a settembre è prevista l’istituzione di un fondo unico di garanzia per il venture capital a favore delle startup. Non mi pare che i partiti politici se ne siano mai occupati, in questi termini. Anche la possibilità per i giovani di fondare srl con un euro di capitale, come sospettavamo, non ha funzionato, perché per le nuove imprese (giovani, in tutti i sensi) si devono prevedere percorsi molto diversi (chi fa credito, per altro, a chi ha un euro di capitale?).

Nello stesso decreto-legge si tratterà di azzeramento digital divide con investimenti nelle città per «centrare gli obiettivi europei» (2 megabit/s entro il 2013; almeno 30 megabit entro il 2020); di incentivi a e-commerce e a sviluppo moneta elettronica, di digitalizzazione della Pubblica Amministrazione con creazione di alcuni data center nel Mezzogiorno. Si dovranno trovare altri 400 mln., oltre i 2 mld. che sono già a disposizione dei ministeri.

Nello stesso piccolo libro, un capitolo si intitolava così: «Allargare la banda».

A proposito di infrastrutture, vale la pena di ricordare che non esiste solo il Ponte sullo Stretto e il potenziamento della rete autostradale. C’è anche la banda larga, anche se trova pochissimo spazio nel bilancio dello Stato. Scrivono Alessandro Gilioli e Arturo Di Corinto:
«Che cosa pensereste di un padre che non manda i figli a scuola? […] Questo padre è l’Italia di oggi: la sua politica, la sua classe dirigente, i suoi poteri economici e mediatici. Peccato che i figli, invece, siano i nostri: quelli che rischiano di vivere in un paese chiuso in se stesso, ostile a ogni osmosi culturale, privo di curiosità e con una scarsissima propensione al nuovo. […] Anche in questo caso i dati sono implacabili: «se otto italiani su dieci sono senza una vera banda larga, un ottavo della popolazione non può arrivare al minimo indispensabile (almeno due megabit al secondo) perché abita in aree malcollegate». Del resto, «l’Italia è al quarantottesimo posto nel mondo per tendenza all’innovazione» e perde terreno, perché l’anno scorso era al quarantacinquesimo.
Un po’ di filosofia della rete, anche in questo caso, ci ricorda che il problema strutturale è anche e nello stesso tempo un problema culturale. La rete, la sua dimensione orizzontale, la facilità dell’accesso, la libertà di informazione e il pluralismo che ne deriva, sono elementi che potrebbero far bene al sistema gerarchico italiano, dando qualche elemento in più ad una politica che stenta a comprendere il web.
Senza dimenticare che la banda larga e una digitalizzazione avanzata servono anche all’energia, alle smart grid, alla possibilità di realizzare città sostenibili. Lo stesso vale per il software libero, per la diffusione del wifi, per il definitivo superamento del Pisanu.

Con qualche anno (secolo?) di ritardo, insomma, cose buone, cose che cambiano.

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