I Parlamenti e la guerra

Quando a luglio ci spiegarono che non è competenza del Parlamento discutere di cacciabombardieri, mi inalberai. E fui attaccato dai larghintesisti perché la mia presa di posizione fu considerata non sufficientemente rispettosa del Colle e del Consiglio di Difesa.

Ora leggiamo di Cameron, drammaticamente sconfitto in Parlamento sull'intervento in Siria e di Obama che si rivolge al Congresso per lo stesso motivo.

Per dire che forse, anche noi, dovremmo ricordarci della sovranità del Parlamento, tra un decreto legge e l'altro.

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Non per uno stupido motivo

Marco Boschini si arrabbia, ma il ministro Mauro va avanti sulla propria strada, volevo dire: rotta.

Si devono comprare gli F-35 perché abbiamo speso più di tre miliardi per sistemare la portaerei che li dovrebbe portare, appunto. Non per uno stupido motivo, ma per un disegno chiarissimo e un'argomentazione che ormai è diventata perfettamente circolare. Alla domanda «perché compriamo tutti gli F-35?», Mauro avrebbe potuto anche rispondere: «perché sì!». Sarebbe stata la stessa cosa.

Rete Disarmo fa notare alcune contraddizioni:

Per prima cosa si conferma quanto la campagna “Taglia le ali alle armi” dice da tempo: per la struttura del programma F-35 attualmente non sono previste penali in quanto gli accordi e i contratti (sottoscritti con il Governo degli Stati Uniti e non con Lochkeed Martin e per questo motivo soggetti ai cicli di acquisto USA) vengono definiti annualmente. Per questo motivo basta bloccare la decisione di acquisto per ciascuno dei lotti successivi, anche se iniziati con pre-acquisti di alcuni pezzi, per azzerare qualsiasi onere futuro sui velivoli. Un elemento da sempre sottolineato dalle campagne che si oppongono al cacciabombardiere, ma che è stato addirittura ancora utilizzato da diversi esponenti parlamentari nel corso delle recenti discussioni alla Camera ed al Senato sulle mozioni “NO F-35”.

In secondo luogo, emerge chiaramente la scarsa considerazione in cui è tenuto il Parlamento costretto in questi anni (e numerose volte, di recente) a sorbirsi numeri fasulli e non completi relativamente al programma F-35 ed alle situazioni ad esso connesse. Come è accaduto oggi nel conteggio dei costi sostenuti per la Portaerei Cavour – i 3,5 miliardi sono una cifra molto al di sopra del prezzo di produzione della stessa e probabilmente comprendono anche le spese sostenute per la gestione, l’esercizio e l’addestramento – e come già successo nei giorni scorso proprio a riguardo del caccia F-35. Lo stesso Ministro Mauro ha infatti dichiarato pubblicamente che i 90 caccia in previsione costeranno 12 miliardi di euro (confermando le stime di “Taglia le ali alle armi”) dicendo però che i primi esemplari costeranno circa 100 milioni di euro con un presso in discesa (60 milioni) per i successivi esemplari. Come sia possibile con un costo totale che, con una semplice operazione di algebra elementare, comporta una media di costo a velivolo di oltre 130 milioni di euro resta un mistero che il Ministro dovrebbe chiarire meglio…

Infine, la terza sottolineatura è sull’affanno con cui il Ministero della Difesa e i fautori del programma JSF continuano e cercare di giustificare questa scelta difendendo l’indifendibile. Non potendo addurre motivazioni strategiche, militari ed operative serie (se non il reiterato “sono indispensabili” che dovrebbe chiude ogni possibile replica e che fa sembrare altamente ridicola l’accusa di “ideologia” avanzata verso i gruppi pacifisti e disarmasti) si continuano a cercare le motivazioni più disparate e inconsistenti. Dalle penali, ormai smentite, al ritorno occupazionale che non regge più nemmeno con previsioni ridotte ai minimi termini. Dalle possibili ricadute tecnologiche, assolutamente scarse e che avremo semmai fra diversi anni, fino al ritorno industriale che secondo il Ministro dovrebbe addirittura superare in valore assoluto la spesa totale del nostro Paese. Sarebbe un vero e proprio “miracolo italiano” per un progetto di cui siamo solo subfornitori in percentuali basse e senza nemmeno una spinta utile in direzione di ricerca e sviluppo. Fino ad arrivare al tentativo (continuo, di recente) di giustificare l’acquisto dei caccia F-35 come mera conseguenza della precedente scelta di varare la portaerei Cavour. Un “effetto domino” costoso e insensato che non reggerebbe in qualsiasi altro contesto (voi giustifichereste l’acquisto di nuovi treni ultraveloci con i costi già assunti per la costruzione e la gestione delle stazioni in cui si fermeranno?).

Ora, spero che il Parlamento voglia rendersi autonomo e sovrano, come dovrebbe essere, e valutare il complesso di informazioni che stanno arrivano da settimane sull'argomento (alla spicciolata, e già questo la dice lunga) per prendere una decisione seria e responsabile, che gli italiani possano comprendere, rispetto alla difficile situazione economica che stiamo attraversando.

Non dovrebbe essere poi così difficile.

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Il sole insorge a Istanbul

Ieri ho visto uno striscione che diceva così, issato su un ponte, alla Giudecca, a Venezia.

E ho pensato – pur avendo ascoltato Emma Bonino, come al solito precisa, alla Camera – che l’Italia e la Ue dovrebbero alzare la voce, rispetto a quanto sta capitando in Turchia. E che lo debba fare, nel suo piccolo, anche il Pd. Che ha sicuramente molte cose importanti da fare, ma qualche segnale, in questo senso, una manifestazione e una mobilitazione potrebbe anche lanciarli.

Che dite, ci pensiamo noi?

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La bicicletta ce la chiede l’Europa

Ieri è stata una giornata fondamentale per la cultura della bicicletta: la Commissione europea ha approvato le lineeguida per le infrastrutture europee del futuro. E le infrastrutture ciclabili sono state incluse nel Trans-European Transport Network (‘TEN-T’).

Questo significa che da oggi abbiamo la possibilità di dire e far capire che le infrastrutture ciclabili sono opere pubbliche al pari di tutte le altre (ma sappiamo bene che sono ‘migliori’ di molte altre e a zero impatto). Da oggi il grande progetto Eurovelo (qui) che interessa tutti gli Stati europei e prevede una grande rete ciclabile (che richiede investimenti per 1,5 miliardi a fronte di un ricavo annuo di 5 miliardi di euro) che passa nell’Italia più bella, ha possibilità di essere realizzato. Ciò significa che potranno svilupparsi grandi dorsali a cui potranno attaccarsi le nostre ciclovie e ciclabili locali.

Ci saranno quindi investimenti inediti per noi. Dobbiamo però subito avere l’approccio giusto. Oggi i soldi sono pochi e dobbiamo spenderli bene, farli fruttare bene. Quindi dobbiamo lavorare ad un programma di infrastrutturazione unitario, condiviso, efficace e capace di guardare al futuro con progetti forti e convincenti.

Dobbiamo sviluppare ogni forma di collaborazione con il turismo, le amministrazioni locali, le economie sane e verdi. C’è molto da fare e molto è da fare con un nuovo approccio. Dobbiamo mettere a lavorare insieme le migliori forze culturali, tecniche e politiche del Paese per raccogliere la sfida europea e moltiplicarla. Non possiamo permetterci sbagli e tantomeno sperperare questi finanziamenti. Quindi lasciamo spazio (anzi, pista) alle idee, prima di tutto.

Ieri è stata una giornata positiva e, per certi versi, memorabile. Da oggi quella positività e quello slancio è in carico a noi.

A breve farò proposte con l’aiuto di tutti voi, partendo da quel Vento che deve iniziare a soffiare sulla pianura padana.

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Svegliamoli!

Mettiamoli di fronte alla loro impotenza. Non lasciamo loro un giorno di riposo.

Lo scrivono Daniel Cohn-Bendit e Guy Verhofstadt, in Per l’Europa. Manifesto per la rivoluzione unitaria.

Per dare un nuovo slancio bisogna giocare senza ambiguità la carta europea. […] Esigiamo una transizione rapida e determinata verso un’Europa politicamente unita e federale. Una strategia esitante non convincerà né i cittadini né i mercati.

Per questo, da tempo, parlo di Movimento 12 Stelle.

E il testo di DCB e GV è molto utile, per aprire un dibattito non accademico sull’argomento.

Dal momento che si parla molto di regole per partecipare alle primarie del centrosinistra, questa mi sembra una lettura obbligatoria, un pre-requisito.

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Barca o ponte?

Quando l’altro giorno ho discusso con Alessandro Gilioli della famosa «agenda Monti», non mi aspettavo che sarebbe riemerso dagli abissi, è proprio il caso di dirlo, il Ponte sullo Stretto di Messina. E invece sì, perché tra Scilla e Cariddi, non si riesce mai a trovare una misura, fin da Odissea, XII.

Non so in quale pagina dell’agenda si trovi, il Ponte, ma c’è qualcuno che opportunamente vi si oppone, anche all’interno del governo tecnico:

Aperta la falla, l’iter del Ponte è ricominciato. Il ministero dell’Ambiente ha riattivato, il 16 luglio scorso, la commissione per fornire il Ponte della Via, la cruciale valutazione di impatto ambientale. Inoltre, senza attendere il semaforo verde della Via (come avviene normalmente), nei giorni scorsi, il 27 settembre, il ministero per le Infrastrutture e Trasporti (retto da Corrado Passera) ha aperto la conferenza dei servizi, cioè l’organismo in grado di dare tutte le autorizzazioni necessarie sul progetto definitivo e far partire l’opera. Una circostanza che ha messo in allarme le associazioni ambientaliste – Fai, Italia Nostra, Legambiente, Man e Wwf – che annunciano clamorose proteste.

Se i due ministri Clini (Ambiente) e Passera (Sviluppo) hanno accettato di dar seguito all’esame di impatto ambientale e alla conferenza dei servizi, non altrettanto favorevole era sembrato in passato il ministro per la Coesione territoriale Fabrizio Barca che in più occasioni aveva pubblicamente osservato che il limitato orizzonte temporale del governo non sembrava sufficiente ad esaurire le complesse procedure amministrative dell’opera.

Ma nonostante ciò la macchina del Ponte sullo Stretto rischia di rimettersi in moto.

Ecco, a sei mesi dalle elezioni, forse qualcuno si sarà reso conto che alcuni luoghi comuni (veri e propri idola) vanno sfatati.

Il primo riguarda l’esistenza di un’Europa che «ce lo chiede», come spiega con grande perizia Luciano Canfora in un libro che vi consiglio, appena pubblicato da Laterza. Il punto va rovesciato: è il momento di riempire l’Europa di contenuti politici, non di viverla come una sorta di Super-Io che ci dice che cosa ci sia da fare, anche perché, curiosamente, noi scegliamo alcune cose che l’Europa ci chiede, rispetto a quelle che il resto d’Europa fa (dai diritti civili al reddito di cittadinanza, per capirci). L’Europa dovrebbe essere vissuta, come ho ripetuto più volte, come un’occasione politica a portata di mano, non come un Leviatano che tutti evocano, spesso in modo contraddittorio. E dovremmo riuscire a rassicurare i mercati, ma non solo quelli delle piazze finanziarie, anche quelli della spesa del giovedì, delle piazze italiane. Guardando magari a quello che sta succedendo a sinistra, in Germania, dove finalmente hanno scelto il candidato alla Cancelleria, e dove dicono cose interessanti, sulle banche e non solo, che in Italia si sentono ancora troppo poco. E pensare che il candidato si chiama Steinbrück, che vuol dire ponte di pietra, e ci ricorda che il ponte dovremmo costruirlo, con la solidità politica necessaria, verso l’Europa e non verso Messina.

Il secondo riguarda la filosofia del montismo, perché tra Barca e Passera c’è una bella differenza, e verrebbe da chiedersi se qualcuno ha intenzione di confermare il ministro Clini anche per le prossime edizioni, dal momento che sono dieci anni che guida le politiche ambientali in questo Paese. E verrebbe da chiedersi se il modello di sviluppo che vogliamo proporre agli italiani è quello frequentato dal superministro che ha già influito a sufficienza sulle scelte strategiche di questo Paese, da Alitalia alle opere pubbliche (comprese, apprendiamo oggi, le omissioni). Così magari capiamo che cosa contiene quell’agenda, che tutti citano come il manoscritto trovato a Saragozza.

Il terzo luogo comune, infine, riguarda la sostanza stessa della spesa pubblica. Perché la spending review ha senso solo se si cambia scenario. Altrimenti sono chiacchiere. E sono spesso cose che non avremmo mai accettato, quando eravamo all’opposizione. Vogliamo cambiare la spesa pubblica e orientare in modo diverso gli investimenti oppure andiamo avanti così, come sempre, facendo buchi nelle montagne, nelle profondità del mare o direttamente nell’acqua?

Ecco, sarebbe bello fare le primarie e le elezioni così: è solo un sogno, il mio?

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