Fuoco amico, fuoco sacro

Repubblica titola: «Fuoco amico sull’esecutivo». Il giornale si riferisce al voto in Commissione Affari costituzionali di ieri, quando la Commissione ha bocciato la nomina dei senatori a vita nel nuovo strano Senato concepito dai nuovi padri costituenti: un Senato che non lo è più e però c’è ancora, una camera senza fiducia (in tutti i sensi) in cui saranno nominati i terribili consiglieri regionali, che si nomineranno tra loro, tra l’altro (e pensare che ne parlano tutti male, come se fosse un luogo comune) senatori senza indennità, part time, con i rimborsi per le poche volte che verranno a Roma, ma che continueranno a votare sulla Costituzione e a eleggere il Presidente della Repubblica: un Senato, insomma, in cui in effetti i senatori a vita non c’entrano un accidenti (lo facemmo notare quando il segretario non ancora premier ne propose più di venti, per dire della qualità della proposta, come senatori a vita temporanei, sic).

Ora, non ho partecipato ai lavori della Commissione e non so come siano andate esattamente le cose: segnalo però che il testo uscito dal Senato contiene parecchie cose che – a detta di tutti o quasi – non vanno bene e non si capisce perché la Camera non potrebbe cambiarle.

E lo dico per almeno due motivi: il primo, è che si vota nel 2018 e c’è tutto il tempo del mondo per cambiare il Senato (che rimarrebbe in carica fino a quella scadenza) o, se preferite, che è poi la mia posizione, per cambiarlo come si deve (o dovrebbe).

Il secondo motivo è ancora più decisivo: si sta parlando di Costituzione, non del bonus bebè o di altre resistibili iniziative dell’esecutivo. E quando si parla di Costituzione, i parlamentari non dovrebbero preoccuparsi del fuoco amico, ma del fuoco sacro. Se i senatori a vita, o altre cose del genere, rendono incoerente il testo fondamentale, allora è doveroso che i parlamentari discutano e votino per migliorarlo. Con buona pace di chi dice che siccome i senatori a vita non ci sono più, allora bisogna tornare a votare: così, peraltro, i senatori a vita continuerebbero a esserci.

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Il mio intervento in aula sul conflitto d’interessi

Si tratta di un passaggio di rilevanza costituzionale, come ha ricordato prima di me il collega Francesco Sanna.

Per molti anni abbiamo vissuto in un equivoco: che il conflitto di interessi riguardasse solo una persona. Non è così, il conflitto di interessi riguardava – e riguarda – molti, moltissimi.

E non si tratta di una norma sovietica, come è stata presentata, tutt’altro: si tratta di una norma liberale, che consente la migliore concorrenza, trasparenza nell’esercizio delle funzioni pubbliche e nel rapporto, molto controverso nel nostro Paese, tra la politica e la società economica. Oltre a rappresentare un punto essenziale per recuperare la fiducia dei cittadini, che devono essere certi che chi svolge funzioni pubbliche non può fare gli affari propri, ma deve curare esclusivamente gli interessi pubblici, di tutti, del popolo. Ed è questione essenziale che deve – deve, vorrei essere chiaro – accompagnare il percorso delle riforme ‘tentate’ ormai da tre governi a questa parte in campo costituzionale ed elettorale.

Anzi, il conflitto d’interessi dovrebbe arrivare insieme o, addirittura, precederle. La sua approvazione ci direbbe della qualità e della serietà del percorso di riforme più di ogni altra cosa.

Bene hanno fatto le opposizioni, in particolare il M5s, a chiedere di affrontare l’argomento per tempo, a chiederne la calendarizzazione e a insistere: a maggior ragione di fronte a scelte radicali come l’abolizione dei rimborsi elettorali ai partiti, si tratta di qualcosa di urgente. Il tempo degli alibi è finito.

Nel corso della discussione sulla legge elettorale, peraltro, lo stesso Pd si è esplicitamente impegnato ad accelerare sul conflitto d’interessi, per cui ora tutti dobbiamo fortemente lavorare per arrivare presto a una approvazione rapida e certa del nuovo testo di legge.

Gli impegni sono impegni. Non possiamo dimenticare le parole pronunciate in quest’aula ormai mesi fa, con forza e vigore.

La bozza Sisto è un testo che riprende in modo solo molto parziale – in alcuni casi per sottrazione, perché alcuni punti sono letteralmente scomparsi – le proposte contenute nei testi presentati dai gruppi parlamentari, rispetto ai quali risulta ancora troppo debole e poco efficace è molto debole e largamente inefficace.

Con una serie di proposte emendative e integrative quel testo potrebbe rispondere alle necessità. Elenco quindi alcuni punti essenziali:

– dal punto di vista soggettivo la legge restringe ai membri del Governo e i componenti delle autorità indipendenti. Anche se i conflitti di interessi possono naturalmente sussistere anche per il Presidente della Repubblica e i parlamentari (anche se la capacità di incidenza di questi ultimi sulle decisioni è più limitata e quindi dovrebbero essere tali anche gli strumenti). Sarebbe opportuno pertanto valutare forme di estensione – mutatis mutandis – della disciplina anche a questi soggetti;

– le incompatibilità dovrebbero essere indicate in modo più chiaro e razionale, secondo gli elenchi presenti anche nelle proposte di legge presentate e soprattutto devono essere anche post-incarico;

– l’astensione per i casi in cui è prevista deve essere obbligatoria e precisamente disciplinata dall’Autorità cui è affidato il controllo per evitare problemi applicativi della Frattini;

– in caso di conflitto di interessi patrimoniale serve un blind trust davvero blind (cieco, ultracieco, ciechissimo), che impedisca al titolare della carica pubblica di conoscere dove sono collocati i propri interessi. In questo senso, pur preferendo il blind trust rigorosamente disciplinato dalla legge stessa secondo quanto indicato nella mia proposta come in quella dell’on. Bressa, seguendo così anche indicazioni più volte pervenute dall’Antitrust, si può essere disponibili a ipotesi di gestione fiduciaria, purché, però, assistita da analogo rigore nella separazione e cecità degli interessi che passa necessariamente per una trasformazione degli assets patrimoniali;

– la delicatezza del ruolo dell’autorità di vigilanza e controllo impone che si tratti un organismo altamente autorevole. In questo senso l’Antitrust ci pare avere maturato l’esperienza e la capacità necessarie, magari potenziandone ad hoc l’organico e – se del caso – potenziando i casi di incompatibilità, anche post-carica, dei suoi componenti. Certamente non può assolvere a questo ruolo una commissione di generici esperti, senza garanzie di indipendenza e imparzialità e per di più a titolo gratutito (e quindi necessariamente a tempo parziale e maggiormente soggetti a pressioni esterne);

– è necessario prevedere sanzioni anche per l’ipotesi in cui il sistema preventivo fallisca: e le sanzioni devono essere efficaci e proporzionate.

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Buonanotte senatori

La riforma costituzionale potrebbe ottenere la prima delle almeno quattro approvazioni parlamentari (più eventualmente quella popolare) nei tempi desiderati – e imposti – dal Governo: la fine di questa settimana.

Da quel momento – pare – tutto andrà per il meglio, sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno. E ce n’è bisogno perché le stime di crescita, purtroppo, hanno il segno negativo, non abbiamo visto avviare nessuna politica industriale, di lavoro ce n’è sempre meno e le disuguaglianze crescono.

Se con la riforma del Senato, che non ci piace e non ci è mai piaciuta, però, tutto questo cambiasse e davvero riprendessimo a crescere, riavviassimo la produzione e il lavoro e lo facessimo con particolare attenzione alle misure per diminuire le disuguaglianze (che da anni sono l’unica cosa che cresce), allora saremmo proprio contenti.

Insomma, se dal nuovo Senato nascesse tutto questo sarebbe molto più facile accettarne tutte le bizzarrie.

Ad esempio, quella che vede un Senato di senatori-nonsenatori, cioè di senatori-sindaci e senatori-consiglieri, di rado a Roma – perché hanno già un’occupazione (e poi il premier non ce li vuole troppo, dice) – ma con solo pochi giorni di tempo per intervenire sulle leggi approvate dalla Camera (speriamo non ci siano proprio in quei giorni emergenze in città o magari un bilancio da approvare in Comune o in Regione); quella di senatori eletti dagli eletti, anziché dagli elettori, per – si dice – «rappresentare le istituzioni territoriali» (mentre forse era meglio rappresentare i cittadini sul territorio, con l’uninominale alla Camera e un proporzionale di rappresentanza al Senato), ma che, in realtà, rappresenteranno i partiti, unici artefici della loro elezione, secondo modalità di spartizione consiliare cui sono ben avvezzi. E ancora quella di senatori-nonsenatori non pagati ma soddisfatti (della nomina) e soprattutto rimborsati (consideriamo che la maggior parte del compenso dei parlamentari è fatto di rimborsi, così non ci sorprenderemo quando li percepiranno anche i nuovi senatori) e “immuni” dall’arresto anche per le loro malefatte sul territorio (di cui le cronache, purtroppo, rigurgitano…). E vogliamo parlare delle competenze: questo Senato prima non faceva niente. Ora fa un pochino di tutto, senza valorizzare però competenze coerenti con l’essere composto da rappresentanti delle autonomie, ma non conta quasi mai nulla. Non ha praticamente mai l’ultima parola e quando concorre con la Camera – che mantiene tutto il corpaccione dei suoi seicentotrenta deputati – non pesa quasi nulla.

Ad esempio, per eleggere il Presidente della Repubblica a maggioranza assoluta serviranno trecentosessantasei voti che si possono trovare quasi per intero agevolmente alla Camera, con la maggioranza “premiata” dall’Italicum, e l’aggiunta – semmai – di qualche senatore degli stessi partiti che chiaramente non rappresenterà in alcun modo le autonomie, ma anzi proprio le oligarchie. Le solite oligarchie di partito.

Ricapitolando: no indennità, ma rimborsi sì; no autorevolezza, ma immunità; no abolizione, ma sopravvivenza senza un perché.

Sorge allora spontanea una domanda: non è che sopprimendolo proprio questo Senato l’economia andrebbe ancora meglio? Che si sbloccherebbe ancora di più?

Vedrete che questa domanda tornerà presto. Perché il Senato così pasticciato tutti diranno – basta aspettare un po’ – che non serve a niente. E vorranno tornare a discuterne, come già è capitato con la legge elettorale, votata pochi mesi fa e già considerata da tutti (anche da quelli che l’hanno votata, soprattutto da loro) un pasticcio e un imbroglio.

Così sarà per il Senato. E, allora sarà davvero “buonanotte senatori”.

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Mi è venuta in mente una cosa

Ora, non so se il M5s parteciperà davvero alla riforma della Costituzione e della legge elettorale (non che non me lo auguri: me lo auguro da un anno, prendendomi un sacco di critiche da parte di tutti quanti e penso che se l’avessero fatto subito, all’inizio della legislatura, sarebbe stato anche meglio).

In ogni caso, se il M5s dovesse mantenere l’atteggiamento delle ultime settimane, il Pd dovrebbe rinunciare ai rimborsi elettorali già per il 2014, alla luce della prima promessa della nuova era. Sono certo che lo farà.

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Elezione diretta o ‘casta’ dei nominati?

Nadia Urbinati per il Centro Riforma dello Stato:

Cominciamo dall’osservare che volendo riformare la Costituzione, sarebbe opportuno porsi la seguente domanda: Perché ci proponiamo di attuare questa riforma? Da quale esigenza siamo mossi e per ottenere che cosa? Questo livello preliminare di chiarezza sulle intenzioni è importante perchè consente di affrontare in maniera non approssimativa il problema, ovvero dargli organicità e coerenza. Indubbiamente, sono due le esigenze che giustificano una riforma la legge fondamentale della nostra Repubblica: rendere il sistema politico più trasparente e accountable (rispondenza), e renderlo più funzionale. La prima esigenza detta la legittimitá delle regole e procedure democratiche nell’era del costituzionalismo: neutralizzare e impedire l’arbitrio (anche della maggioranza eletta), e per questo rendere il potere dello Stato più efficacemente esposto al controllo e sapientemente bilanciato nei poteri che lo compongono, in modo che non ci sia accumulo in nessuno di essi. Se questa è l’esigenza, l’elezione indiretta (la nomina da parte degli organismi di goveno comunale e regionale) del Senato della Repubblica va nella direzione contraria.

Perché l’elezione indiretta dei componenti di un organo deliberativo (o che partecipa comunque alle decisioni nazionali sebbene non a tutte) è opaca rispetto all’elezione per suffragio dei cittadini. Al contrario, attribuisce un enorme potere discrezionale ad alcuni grandi elettori (sì eletti per suffragio universale, ma per svolgere funzioni di governo territoriale) che in questo modo acquisterebbero un potere superiore a quello di tutti gli altri cittadini, in violazione al principio di eguaglianza politica.

Si risolve questo vulnus togliendo al Senato il potere di dare e togliere fiducia al governo, ovvero gli si assegna un potere mezzo-sovrano. In questo modo, si dice, non si toglie nulla al potere dei cittadini e del suffragio. Vero: ma si crea un potere delegato nuovo e molto ampio.

Il paradosso di questo Senato nominato è che avrà troppi poteri per essere composto di nominati e troppo pochi poteri per riuscire a controllare gli eletti. Introduce infine un arretramento palese rispetto al suffragio diretto, con un ritorno al XIX secolo quando il voto indiretto venne teorizzato e usato come argine alla democrazia e all’incalzante espansione del suffragio diretto e segreto. Oggi lo si rispolvera per risparmiare e velocizzare la decisione.

L’evoluzione della storia politica occidentale è andata in una direzione contraria a quella del voto indiretto; anche perchè è diventato in poco tempo un fatto provato che questo metodo di nomina serviva a generare e proteggere un’oligarchia social-politica, una classe di notabili sensibili agli interessi locali o di chi li nominava. A riprova di ciò potrebbe essere utile ricordare che il Senato degli Stati Uniti d’America fu nella prima fase della storia della federazione americana composto da nominati dagli Stati e diventò un istituto così corrotto e piegato agli interessi non controllabili dei potentati locali e dei notabili che controllavano le nomine da indurre il legislatore a riformarlo instituendo l’elezione diretta dei suoi membri.

Quindi la strada semplificatrice e di risparmio che il Partito democratico promette rischia di produrre nuove sacche di corruzione e di privilegio. Un potere in mano ai grandi elettori locali anche se pagato con rimborsi sarà un’occasione di potere appetibile anche perchè fuori del controllo diretto dei cittadini e quindi meno scalfibile. Prevedibilmente si aumenterà la funzione repressiva e ai magistrati verrà dato un nuovo settore di controllo.

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Nessuna forzatura sulla Costituzione

Pietro Grasso dice oggi in una lunga intervista concessa a Repubblica che non si deve abolire il Senato.

Per la verità, nemmeno la proposta del governo va nella direzione dell'abolizione del Senato, ma in una sua riformulazione.

Prima considerazione: meglio non parlare di abolizione se non è un'abolizione (come già per finanziamento ai partiti e province).

Seconda considerazione: bisogna sempre cercare di distinguere, come insegnavano gli antichi, la democrazia dalla demagogia. Perché se il punto è semplicemente di non pagare i senatori, e sceglierli tra amministratori e politici che già stanno facendo altro, allora il Senato sarà debolissimo. E comunque costoso, perché le voci di spesa più consistenti delle Camere sono rappresentate dai costi di gestione. Quanto alle indennità, anche se abolite, prevederanno dei rimborsi. E se i rimborsi non se li accollerà il Senato, se li accolleranno Comuni e Regioni che invieranno i propri delegati. A meno di non pensare che un sindaco devolva tutto il proprio stipendio per andare a Roma. Che non mi pare né giusto, né sensato. E va detto che attualmente i sindaci, anche non senatori, se vanno a Roma, sono rimborsati dal loro Comune. Se si vuole fare qualcosa, come abbiamo spiegato tante volte, si possono dimezzare gli stipendi di deputati e senatori, domani mattina, e raggiungere l'obiettivo che il governo si è posto senza mortificare la rappresentanza.

Terza considerazione: quando, in occasione della prima riunione della direzione, dissi che o si aboliva il Senato o era il caso di evitare pasticci, proprio a questo mi riferivo. Che se il Senato rimane, è il caso che abbia funzioni 'alte' e compiti specifici. E che i suoi membri non siano tutti eletti indirettamente, ma (se non tutti, in larga parte) direttamente dai cittadini. Non si capisce perché i cittadini non dovrebbero votare direttamente: o, meglio, si capisce, perché ormai i cittadini non votano più. Tutto diventa di secondo livello e la stessa legge elettorale approvata dalla Camera consente ai politici (ai capi, in particolare) di scegliere molti degli eletti, grazie al sistema delle liste bloccate e delle candidature plurime.

Per questo motivo, abbiamo presentato una proposta alla Camera e una sarà depositata nelle prossime ore al Senato, da senatori del Pd e di altri gruppi. Proposte 'gemelle' che vanno nella stessa direzione.

Come ha sostenuto Walter Tocci nella riunione dei gruppi parlamentari del Pd (alla presenza del premier) di mercoledì scorso, non è ammessa nessuna forzatura governativa sulla riforma costituzionale. Nessun aut aut, nessun «prendere o lasciare». Perché è giusto che emerga una soluzione parlamentare e che vi sia il massimo consenso delle forze politiche rappresentate. E perché l'articolo 67 della Costituzione è da osservare sempre, ma in particolare quando si tratta della riforma della Costituzione stessa. Quanto alla particolarità della situazione attuale, la cautela è obbligatoria per un Parlamento eletto con un sistema elettorale in contrasto con la Costituzione, come sappiamo.

A proposito del consenso delle forze politiche, leggendo i giornali, si scopre che, oltre a una consistente componente dei senatori del Pd, anche altre forze (penso a Ncd e a quanto pare la stessa Forza Italia), immaginano un Senato elettivo, con un'eventuale quota di senatori eletti dalle Regioni, come previsto dalla proposta a mia firma.

Per superare il bicameralismo perfetto e averne uno migliore, non pasticciato, né demagogico. Una Camera politica, da una parte, e una Camera 'alta', di garanzia e di coesione territoriale. Camere autorevoli, composte da un numero molto minore di rappresentanti, con uno stipendio che si può dimezzare anche prima delle riforme costituzionali.

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Siamo sempre allo stesso punto

Marco Travaglio per il secondo giorno provoca il dibattito all'interno del mondo grillino. Lo fa dalle colonne del Fatto, nel suo editoriale quotidiano. Non so perché, ma a me sembra che siamo sempre allo stesso punto: il M5s deve collaborare o no? Fare politica nel sistema o starne fuori? Prendere il 50% la prossima volta o usare al meglio il 25% questa volta?

Tutte domande che abbiamo posto inutilmente tra febbraio e aprile dello scorso anno, quando era il momento per porle, mentre tutti avevano da ridere e da ridire. Anche su questo. Invece è passato quasi un anno e la questione è ancora tutta lì. E i rapporti tra i soggetti politici non si sono che logorati, in questi mesi, passati inutilmente.

L'altra sera, fuori da un bar, un tizio si presenta, dice di essere di estrema destra, di avere votato Grillo e che però il M5s avrebbe dovuto partecipare al governo anche con il Pd e non sprecare altro tempo. Peccato che si sia fatto il contrario. E ancora si insista.

Ma se non vi fidate di me, cari elettori del M5s, leggete Travaglio. E a chi dal gruppo del M5s mi chiede affettuosamente perché «non tiro fuori le palle» (!), chiedo perché non tiri fuori un po' di politica.

Mi scrivono diversi elettori dei 5Stelle per contestare il mio articolo “I guardiani dello stagno”. In sintesi, ripetono ciò che dice Beppe Grillo. 1) Di Renzi non c’è da fidarsi, men che meno del Pd. 2) Noi non facciamo accordi con nessuno e il nuovo sistema elettorale lo discutiamo in Rete con la nostra base. 3) Questo Parlamento è delegittimato dalla sentenza della Consulta sul Porcellum e dunque non può riformarlo. 4) Napolitano deve sciogliere le Camere, mandarci a votare con il vecchio Mattarellum e lasciare che sia il nuovo Parlamento finalmente eletto e non più nominato a metterci mano.

In linea di principio, sono tutti argomenti, se non condivisibili, almeno rispettabili. Ma completamente fuori dalla realtà. 1) Per sapere se Renzi sia affidabile o meno, bisogna andare a vedere le sue carte. Se nasconde un bluff, peggio per lui. In caso contrario, peggio per i 5Stelle. Qui non si tratta di firmargli una cambiale in bianco, né – come chiedeva Bersani – di votare la fiducia al buio a un governo deciso da altri e altrove: si tratta di vedere se, nei mesi che mancano all’auspicata fine di questa ridicola legislatura, si possano approvare alcune riforme di rottura che rientrano nel programma dei 5Stelle, ma soprattutto negli auspici di tanti italiani, indipendente da come votano. Renzi propone un ventaglio di tre leggi elettorali, un taglio dei fondi pubblici ai consigli regionali, le unioni civili, e l’abolizione del Senato per farne un caravanserraglio di consiglieri regionali. Le prime tre proposte sono buone, la terza pessima. I 5Stelle possono pescare alcune delle proprie proposte più fattibili (embrione di reddito minimo, blocco del Tav Torino-Lione, legge draconiana anti-corruzione e anti-evasione), metterle sul tavolo e discutere con i delegati di Renzi (il Pd, in Parlamento e al governo, è tutt’altra cosa), condizionando il tutto alla rinuncia immediata e definitiva del Pd ai “rimborsi elettorali”. Cos’hanno da perdere? 2) Discutere la legge elettorale in Rete è un’ottima cosa, ma nel frattempo i partiti la discutono in Parlamento e poi l’approvano, pressati dall’imminente pubblicazione della sentenza della Consulta. Se i 5Stelle non partecipano alla discussione e non fanno pesare i propri voti, nascerà una maggioranza Pd-Forza Italia sul modello spagnolo, che favorirà solo quei due partiti (che, con gli alleati-satellite, hanno finora avuto più voti) a scapito di tutti gli altri, 5Stelle in primis. 3) Questo Parlamento è delegittimato, ma chi dice che non può riformare la legge elettorale senz’avere i numeri per impedire agli altri di farlo fa declamazioni oratorie fine a se stesse e – vedi punto 2 – suicide. 4) Lo stesso vale per l’appello a Napolitano perché sciolga le Camere e si dimetta: il presidente ha già detto che non lo farà e i 5Stelle non hanno i numeri per cacciarlo con l’impeachment. Anzi, con il loro immobilismo, fanno di tutto per lasciarlo lì fino al 2020. Solo facendo saltare l’asse Quirinale-Letta-Alfano si accelera lo sfarinamento del governo Letta e l’addio del suo Lord Protettore. E poi che senso ha dire che questo Parlamento non può cambiare la legge elettorale e che bisogna votare col Mattarellum? Se si sciolgono le Camere ora, il Mattarellum non c’è. C’è invece la legge elettorale ritagliata dalla Consulta con l’abrogazione del premio di maggioranza e delle liste bloccate, cioè il sistema del 1992: il proporzionale puro con sbarramento e preferenza unica con cui si votò per l’ultima volta nella Prima Repubblica. Un sistema che ci condannerebbe alle larghe intese in saecula saeculorum, salvo che un partito o una coalizione non superi il 50% dei voti (mission impossible).

P.S.: c'è un'unica obiezione al ragionamento di Travaglio, ed è la seguente: per fare tutte queste cose, il M5s dovrebbe collaborare non solo con il Pd, ma anche con la sua alleanza di governo. E torniamo al punto precedente e alla vera questione che dovremmo affrontare, rappresentata dalla legge elettorale. Per tutto il resto, ci vorrebbe un'altra maggioranza. E torniamo a febbraio e all'eterno ritorno dell'uguale.

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Il Senato e la sua ‘abolizione’

Con Andrea Pertici proseguiamo nel lavoro di ricognizione sulle mitiche riforme.

Sulla legge elettorale si naviga a vista, con ipotesi ancora vaghe che cambiano di ora in ora: dal sindaco d’Italia al maggioritario con premio di maggioranza in più (che con la legge Mattarella non ha più niente a che fare), dal porcellum con premio di maggioranza a doppio turno al doppio turno di collegio, dalla legge Mattarella all’Ispanicum (versione variamente alterata dello spagnolo).

Tante ipotesi, molte discutibili, tutte confuse e spesso inutilmente complicate. Reali proposte niente (né prima né dopo l’8 dicembre…).

Sulla molto annunciata e per nulla chiarita riforma del bicameralismo le cose non migliorano. A parte qualche generico slogan del tipo “via il Senato!” (che speriamo qualcuno non si faccia prendere la mano aggiungendo un “via la Camera!”), non si capisce bene che cosa si immagina di proporre.

Un sistema monocamerale? L’opzione esiste, anche se non ne abbiamo concreta manifestazione nei grandi Paesi, essendo tipica delle democrazie nordeuropee (Danimarca, Finlandia, Svezia ed anche Lituania, Lettonia, Estonia) e diffusa in qualche altra esperienza come la Grecia, Israele e la Nuova Zelanda.

Un sistema monocamerale presenta alcune controindicazioni date dalla minore riflessione sui provvedimenti di legge (e ci sono state scelte infelici del legislatore che solo il bicameralismo ha impedito fossero portate a compimento) e una diminuzione di alcune garanzie: in particolare quella della revisione costituzionale. A fronte di questo il sistema è certamente semplificato, il procedimento legislativo più snello e lineare.

Questi vantaggi potrebbero essere raggiunti, però, anche attraverso un bicameralismo differenziato che sottraesse al Senato l’espressione del rapporto di fiducia col Parlamento e la competenza legislativa generale, mantenendola soltanto su specifiche materie (ed eventualmente quale camera di riflessione attraverso il “richiamo”, rimettendo poi comunque la decisione finale ai deputati).

La composizione di questa Camera potrebbe considerare la rappresentanza regionale (da definire anche considerando comunque che chi è eletto ad una funzione difficilmente può svolgerne adeguatamente due, soprattutto se ha funzioni esecutive: la regola generale è il no a doppi incarichi).

Davvero poco sensato sarebbe invece un Senato delle autonomie composto essenzialmente da amministratori locali, il cui ruolo niente ha a che vedere con il potere legislativo (che comunque rimane la principale funzione del Senato) e che almeno con riferimento agli organi di vertice come i sindaci determinerebbe tra l’altro una sottrazione al loro impegno sul territorio (no a doppi incarichi).

Inoltre un Senato localistico sarebbe solo una congerie di interessi particolari e particolarissimi che rischiano di definire l’interesse generale come mera somma di tanti piccoli particolarismi, appunto, con il rischio di creare una situazione per cui alcuni interessi – i più deboli – rimangono non rappresentati.

Se si dovesse creare un Senato incapace di svolgere adeguatamente le funzioni per i quali un bicameralismo differenziato ha ancora senso sarebbe meglio approdare ad una soluzione volta alla mera eliminazione dello stesso.

Infine la riduzione del numero dei parlamentari (in connessione a quella della eliminazione di una Camera): questa deve essere realizzata sulla base di un ragionevole rapporto elettori/eletti.

Il mantenimento di due Camere può avere un’incidenza relativa (avere 630 deputati e 200 sindaci-senatori a “zero indennità” o 450 deputati e 200 senatori non è diverso…).

Infatti, poiché l’attenzione per la riduzione del numero dei parlamentari è giustamente considerata anche (ma non solo) nell’ottica di una riduzione della spesa, devono assumersi in tal senso anche misure volte alla riduzione delle indennità e dei rimborsi (a partire da quelli di trasferimento per chi già risieda a Roma) e di alcuni servizi interni del Parlamento.

La riduzione della spesa può essere fatta senza che ne soffra il funzionamento della democrazia: altrimenti troveremo qualcuno che ci dice che è meglio evitare elezioni, perché costano…

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La sorpresina

Mi è capitato di dirlo ieri e ci ritorno oggi: di fronte alla sfida tipo western lanciata da Renzi, che ha avuto notevole eco sui media, dicevo, Grillo avrebbe risposto che i 'soldi' si 'mollano' comunque e che si può tornare a votare con il Mattarellum anche domattina.

La risposta, mi dispiace, ma ci sta tutta: e più che una sorpresa, è la scoperta dell'acqua calda. Un po' come quella lettera di Poe, tutti fingono di cercare una risposta difficilissima in un testo (una bozza!) che metta tutti d'accordo, ma la legge elettorale che ha la maggioranza in Parlamento c'è già. Una maggioranza larga, che va da Sel al M5s, passando per la Lega e altri gruppi minori, e che incontra il favore di molti anche nel Pd. Rispetto alla quale il sifaperdirenuovo centrodestra di Alfano dovrebbe dare una risposta. Senza aggiungere altro.

Si tratterebbe di un Mattarella in versione Senato, a cui certo si può pensare di aggiungere il doppio turno di collegio, come avevamo scritto nel nostro documento congressuale (una proposta in questo senso alla Camera è stata già presentata dal deputato Pd Martella, e non sarebbe male se la riforma avvenisse con il Martellum, un po' nicciano, forse, ma convincente).

Per quanto riguarda invece la restituzione dei rimborsi elettorali, proposi all'inizio della legislatura al Pd di rinunciare a tutto ciò che non aveva speso in campagna elettorale, fin da quest'anno. La proposta (che mi pare ancora sensata) cadde nel vuoto, ma alla base della non risposta un motivo (non dichiarato) forse c'era: con tutta probabilità il Pd fatica a rinunciare ai rimborsi perché ha un'organizzazione molto costosa. E, per essere seri, dovremmo partire da quest'ultimo punto, per capire e spiegare a che cosa rinunciamo e che cosa significherebbe farlo. Se vogliamo davvero cambiare le cose.

P.S.: sono stato accusato per mesi di essere troppo attento al M5s e sconsideratamente aperto al confronto con i suoi rappresentanti: vedo che nel Pd la linea è cambiata. Certo, si parla di sfida, ma tutto sommato ci si rivolge a Grillo per cambiare la legge elettorale. Prima dell'ultimo sciopero, Giachetti presentò una mozione, che fu sottoscritta da molti di noi. Era di maggio, come dice la canzone. E allora il M5s la votò, il Pd delle larghe intese no.

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Ci pensiamo

Vorrei dare un consiglio a Bersani, senza ironia, senza battute, perché potrebbe essere un punto di incontro. “Voti Gabanelli anche lei, voti una signora che ha sempre fatto bene il suo lavoro. […] Potrebbe essere davvero un inizio di collaborazione, provi, incominciamo da lì, poi vedremo se riusciremo a trovare una convergenza se non con lei con i giovani del Pd sui rimborsi elettorali, corruzione, incandidabilità di Berlusconi”.

Grillo, qualche minuto fa. Poi ha parlato di Rodotà, nel caso in cui Gabanelli declinasse la candidatura. Ora, c’è da capire se Bersani è fedele a Bersani o se ha cambiato idea. Perché Grillo sta parlando del governo del cambiamento, giusto? E noi, invece, che facciamo?

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