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Ci pensiamo

Vorrei dare un consiglio a Bersani, senza ironia, senza battute, perché potrebbe essere un punto di incontro. “Voti Gabanelli anche lei, voti una signora che ha sempre fatto bene il suo lavoro. [...] Potrebbe essere davvero un inizio di collaborazione, provi, incominciamo da lì, poi vedremo se riusciremo a trovare una convergenza se non con lei con i giovani del Pd sui rimborsi elettorali, corruzione, incandidabilità di Berlusconi”.

Grillo, qualche minuto fa. Poi ha parlato di Rodotà, nel caso in cui Gabanelli declinasse la candidatura. Ora, c’è da capire se Bersani è fedele a Bersani o se ha cambiato idea. Perché Grillo sta parlando del governo del cambiamento, giusto? E noi, invece, che facciamo?

Trentaquattro milioni di euro

Il Pd ha speso circa 11 milioni di euro in campagna elettorale. Gliene spettano 45 per legge, come rimborsi elettorali.

Ora, la mia proposta, avanzata qualche settimana fa, è di lasciare alle ‘casse’ dello Stato i 34 milioni che non sono stati spesi.

Qualche intervista di meno e qualche segnale in più, è quello che gli elettori si aspettano. Anzi, pretendono.

P.S.: domani il M5S ‘occuperà‘ Camera e Senato per chiedere che partano i lavori delle Commissioni. Ma perché non ci ascoltano mai, i nostri raffinati strateghi?

Ora però si vada all’attacco

Sì, perché, al di là di quello che dice il capogruppo del M5S al Senato, che è comunque interessante (anche se forse smentito tra pochi minuti), noi dobbiamo fare mosse più chiare e forti. Senza fare un bagno nella demagogia: andando però all’attacco, una buona volta.

A cominciare dai rimborsi elettorali, come abbiamo proposto qui, con la ripresa della proposta di Walter Tocci (per il futuro) e (per il passato prossimo) con la rinuncia a tutto ciò che non è stato speso e rendicontato.

Bersani deve convincersi definitivamente che non si possono dare messaggi a metà o a tre quarti. Ci vogliono parole chiare e scelte indiscutibili, che parlino a tutti, agli elettori prima che agli eletti. Che non appaiano strumentali, ma motivate. Che non si fermino alla superficie, ma che dimostrino che c’è una cultura politica del cambiamento e che ci sono le competenze per renderla operativa in pochi giorni.

Il volo del calabrone e il suo governo non possono che basarsi su impegni immediati e mosse sorprendenti, anche rispetto alle consuetudini democratiche. Se non sarà così, va detto, non ci sarà alcun governo.

-30% e non solo

La soluzione BoldriniGrasso sulle retribuzioni diminuite del 30% si può introdurre subito per tutti i parlamentari, come qui ho spiegato più volte.

Insieme alla proposta Tocci sul superamento dei rimborsi elettorali (con i piccoli emendamenti del vostro affezionatissimo), sarebbe un gran bel cambio di passo.

Un’altra cosa che si può fare subito è la rendicontazione di tutte le spese e non solo di una loro parte.

Da ultimo, si può accogliere la proposta di Sandra Zampa per cui non ci sia nessun emolumento aggiuntivo per le cariche elettive delle due Camere, a cominciare dai mitici questori.

Cambiare si può. Farlo subito si deve.

La domanda sorge spontanea

Ecco, dopo tre settimane in cui ne ho lette di tutti i colori (fino al fondo del Corriere di questa mattina, in cui si è portato il ragionamento fino in ‘fondo’), vorrei rivolgermi ai tanti commentatori che sono certi di una cosa: che chiedere i voti al M5S sia peggio che chiederli alle altre forze politiche presenti in Parlamento. E vorrei chiedere loro, sinceramente: perché?

Perché, al di là di tutto, vorrei capire perché sarebbe meglio chiedere il voto di Silvio Berlusconi e non quello di un ragioniere di Arcore. Oppure quello di Umberto Bossi (il senatùr ora sta alla Camera) rispetto a quello di una maestra di Gallarate. Oppure ancora fare un’alleanza con chi ha coltivato alleanze di destra (questa destra, non la Merkel, eh) per vent’anni e che ora si presenta come civico o come innovatore.

E poi, ancora, ieri Monti non si è comportato come il Movimento 5 Stelle (in questo caso bisogna aggiungere: Lusso)? Perché bisogna stigmatizzare i senatori ‘movimentisti’, mentre quelli ‘civici’ hanno piena legittimità di fare cose che non piacciono nemmeno al Capo dello Stato, che notoriamente non vuole loro alcun male?

Ecco, davvero, vorrei capire. Perché magari mi sbaglio io, ma mi colpisce come la classe dirigente, forse per autoassolversi, continui ad adottare categorie che puntano all’esclusione di tutti coloro che non si vogliono ridurre ai canoni tradizionali (e non vale solo per il M5S). Perché Boldrini e Grasso sarebbero la vittoria dell’antipolitica? Perché Schifani, votato convintamente da Formigoni, per dirne una, sarebbe stata la vittoria della politica? Perché i politici sono solo i ‘politici’, quelli di sempre?

E, ancora, perché se il M5S chiede di azzerare i rimborsi è demagogico, ma se lo chiede qualcuno-che-piace-alla-gente-che-piace è un’idea geniale e necessaria? Perché si riempiono pagine da anni con i costi della Casta, e poi ci si sorprende che vinca una forza che ha il proprio principale collante proprio nel rifiuto della Casta? Perché si evoca in continuazione il rinnovamento e poi ogni rinnovamento che si affaccia sulla scena della politica non va bene e, si dice con sufficienza, non può funzionare?

Non so se si riuscirà a formare un governo, ma mi chiedo se sia il caso di continuare a fare gli snob e gli istituzionali, nemmeno le istituzioni fossero di qualcuno, che se le tramanda di generazione in generazione.

Certo, ci sono molti elementi di naïveté (per usare un termine che sicuramente piacerà, ai nostri dotti commentatori), ci sono cose campate per aria nel M5S, in alcuni tratti discutibili della loro proposta e del loro atteggiamento, però ci sono un po’ dappertutto, e non da oggi, nella politica italiana. E scoprirlo ora, dopo un letargo di vent’anni, è un po’ sospetto.

L’emendamento del vostro affezionatissimo alla proposta Tocci

Walter Tocci ne parla qui e qui: propone di sostituire il rimborso elettorale automatico con il ricorso al 5 per 1000 sulla base dell’indicazione espressa volontariamente da parte degli elettori di ciascuna formazione al momento della dichiarazione dei redditi. Può anche essere il 3 x 1000, per capirci. Ma il senso della riforma è molto chiaro.

Contro le facili demagogie e le perdenti vaghezze c’è solo la terza via di proposte precise. Su questo ribadisco l’idea che ho lanciato nella riunione della direzione: mantenere il finanziamento, ma passando per una libera scelta del cittadino attraverso uno strumento del tipo 5xmille appositamente riservato allo scopo. Ho fatto una stima e per conservare il finanziamento attuale il Pd dovrebbe chiedere ai suoi elettori delle primarie un contributo pari al costo del biglietto di un autobus ogni mese. Sarebbe come andare ogni tanto ad una manifestazione. Ma soprattutto in questo modo si preparerebbe la strada a una riforma del partito. Tutti i giorni, non solo le domeniche dei gazebo, dovremmo cercare il sostegno del popolo delle primarie. Sarebbe il primo passo per costruire il grande partito popolare che il Pd non è ancora.

Mi sembra un’ottima base di partenza per discuterne, anche se – come spiegavo a Tocci giorni fa – andrebbe associata immediatamente ad altre due proposte.

La prima, che Tocci richiama, è quella di diminuire lo ‘stipendio’ dei parlamentari, come ho cercato di spiegare qui: si può fare subito e dipende dal partito prima ancora che dagli stessi parlamentari, perché i parlamentari del Pd già rinunciano a una parte consistente della propria retribuzione in favore del loro partito. Non cambierebbe nulla a loro se a sua volta anche il partito rinunciasse a quella quota.

La seconda, per quanto riguarda i rimborsi elettorali, è quella di rinunciare subito a tutto ciò che non è stato speso in campagna elettorale, attenendosi al concetto di rimborso fin da ora e promuovendo fin da ora una campagna di finanziamento alternativa, trasparente e rendicontata, in previsione del Congresso del Pd e delle prossime sfide.

P.S.: a proposito del referendum spesso evocato, è il caso di ricordare un aspetto di una qualche importanza, che non cambia però il senso delle proposte che trovate qui sopra.

I parlamentari Pd guadagneranno meno dei colleghi del M5S

Oggi su Repubblica un pezzo di Annalisa Cuzzocrea spiega – sulla base degli impegni assunti al momento dell’accettazione della candidatura – che i deputati grillini guadagneranno solo 5000 euro lordi. Già. A cui si aggiungono però 3500 euro di diaria. E i 3300 euro per la diaria. Più i rimborsi per i viaggi dall’aeroporto e dalle stazioni, che si aggirano intorno ai 1000 euro. Più le spese telefoniche (3000 all’anno, circa). Più i 3600 euro per i collaboratori. Insomma, 10000 euro per sé, più 3000 e rotti al o ai collaboratori.

In sostanza, i deputati del M5S – a conti fatti – rinunceranno a 2500 euro al mese.

Ecco, volevo lo sapeste: i parlamentari del Pd guadagnano già (e guadagneranno) di meno, perché sono tenuti a versare 3-4000 euro al proprio partito (e se il partito vi rinunciasse, come ho già proposto, li lascerebbero allo Stato).

Così, almeno parliamo di cose concrete, no?

P.S.: la mia proposta, insomma, è sempre valida: togliamo 4000 euro dal totale, per incominciare, e lasciamoli alle casse dello Stato.

P.S./2: nel conto, così ce la diciamo tutta, ogni deputato e senatore del Pd ha versato al partito (oltre alle cifre indicate qui sopra) 30000 euro al momento della candidatura.

Il compito del Pd, le promesse e le premesse

Tra i milioni di cose da fare da martedì in poi, c’è il grandioso tema della riforma della politica. Una riforma che riguarda prima di tutto proprio le formazioni politiche e che deve avere tratti rivoluzionari per rispondere ad una crisi che si manifesterà dentro le urne, dopo essersi manifestata nelle piazze e dentro le istituzioni.

Leggo Marco Revelli e il suo ultimo libro, Finale di partito (Einaudi), come avevo letto Piero Ignazi, tempo fa. E penso che dobbiamo finalmente rispondere a quelle domande che anche noi ci poniamo da tempo, prima che fossero di moda. Confidando ancora in organizzazioni complesse come i partiti, ma pensando che la forma che abbiamo ereditato dal secolo scorso vada ri-formata, appunto, con intelligenza e senso delle proporzioni, come mi auguravo nel mio ultimo, piccolo libro.

Le domande riguardano, innanzitutto, i costi e i tempi e i numeri della politica, un tema che si è imposto nel dibattito per due motivi convergenti: la disuguaglianza sempre maggiore tra chi sta bene e chi non ce la fa (vedi alla voce sperequazione) e la crisi economica e sociale più profonda da due generazioni a questa parte.

Ormai anni fa, abbiamo iniziato a parlare di «metà parlamentari a metà prezzo», di riduzione dei rimborsi elettorali e di ripensamento della loro logica, di ristrutturazione della partita complessiva dei finanziamenti alla politica.

Le risposte su questi temi sono più facili delle grandi risposte da dare alle trasformazioni globali: e anche per questo devono arrivare subito, non sulla base di approcci devastanti, ma sulla base di un percorso razionale e coerente.

E dobbiamo essere chiari: ci vuole un nuovo disegno e si impongono scelte immediate. Faccio un esempio banale che però riguarda un punto che sembra avere assunto un’importanza decisiva e non rinviabile: se si vogliono ridurre gli emolumenti dei parlamentari (e da tempo penso che lo si debba fare), sulla base dell’esperienza degli ultimi anni possiamo dire che è il Pd a dover scegliere se continuare a chiedere ai propri rappresentanti una quota significativa del loro emolumento (che si configura come finanziamento al partito, aggiungendosi ai rimborsi elettorali) o se rinunciarvi. Perché il fatto che il 30% della retribuzione mensile degli eletti vada al partito in cui militano, mi dispiace, ma ci viene imputata (per certi versi in modo paradossale) come un eccesso personale. E invece la scelta di ridurre subito di una stessa percentuale (o di una percentuale ancora maggiore) gli emolumenti sarebbe vissuta come una rivoluzione straordinaria. A cui aggiungere una riflessione sui costi e sulle modalità dell’organizzazione stessa delle nostre istituzioni, come Ambrosoli si è impegnato a fare per la Regione Lombardia.

Ciò ha delle conseguenze, ovviamente. Come avrà parecchie conseguenze anche il ripensamento delle voci di spesa dei soggetti politici, attualmente molto centralizzate (per usare un eufemismo). Anche in questo caso la politica devi porsi il problema della «cessione della sovranità», anche in senso verticale, e ripensare se stessa e il proprio funzionamento.

Alla ricerca di una misura da trovare tra pubblico e privato anche per quanto riguarda il finanziamento della politica. Lo so, qualcuno ora dirà che è tardi e che si poteva fare prima e, per certi versi, ha ragione.

L’importante è che si faccia nell’ambito della «legge che manca da sempre», quella sui partiti e sulla loro democrazia interna, che il Pd ha pronta e che deve essere votata nel breve volgere di pochi mesi, per dare un quadro alla trasformazione che si impone.

Non sono promesse: sono le premesse necessarie per iniziare a cambiare le cose. Perché il cambiamento ha bisogno, da una parte, di un progetto di governo complesso e rigoroso e, dall’altra, della fiducia dei cittadini.

A proposito di spese pazze

Leggendo attentamente l’atto che mi è stato recapitato dalla Guardia di Finanza, si possono approfondire i dati e le cifre che mi sono stati
contestati.

In alcuni casi, va detto, non si tratta di rimborsi, perché non ho effettuato la spesa personalmente, ma i funzionari del gruppo (che al gruppo immediatamente rendicontavano).

Dei 3145,99 euro in cinque anni, 996 si riferiscono all’acquisto di francobolli per l’invio di una missiva (l’unica nelle due legislature) a una mailing list composta nel corso degli anni per rendicontare il mio lavoro nella precedente legislatura.

Altri 427 euro, anche in questo caso a me riferiti ma che non riguardano me direttamente, si riferiscono a tre pernottamenti di persone che hanno partecipato a iniziative o convegni promossi dal gruppo Pd e del gruppo omologo nella precedente legislatura.

Ancora 127,90 (in due ricevute) riguardano l’acquisto di cd vergini per la duplicazione di materiale video riguardante il documentario L’onda del Po, nell’ambito delle iniziative del gruppo nella stagione del dibattito referendario a favore o contro il nucleare. Anche in questo caso, la voce di spesa è attribuita a me, ma l’iniziativa è del gruppo consiliare e, per altro, condivisa con il collega di Mantova con cui l’abbiamo promossa.

C’è infine uno scontrino da euro 28 per acquisto di “Stampe”, così si legge, per materiale d’ufficio in dotazione al gruppo.

Il totale di queste voci è di 1578,90 euro e costituiscono in valore circa la metà delle voci citate nell’atto. Si tratta in totale di sette ricevute o fatture in cinque anni.

Il resto, come ho già spiegato più volte in questa sede (e in tempi non sospetti, diciamo così), riguarda le spese effettivamente a me rimborsate, in cui l’atto annovera i trasferimenti che ho puntualmente dettagliato e rendicontato e che costituiscono le mie uniche spese come consigliere (a titolo personale). La contestazione riguarda, in particolare, tre biglietti ferroviari, un biglietto aereo (a cui optai solo perché era più economico del treno), di una trentina di corse in taxi (in alcuni casi di andata e ritorno e spesso di transito verso gli aeroporti), di cinque posteggi e di un solo pernottamento, per trasferte svolte sempre nell’ambito del mandato consiliare.
Nessuna cena e nessun pranzo, come ripeto da un po’.

Ecco il dettaglio. Per quanto riguarda la convocazione in Procura, è prevista per martedì nel pomeriggio.

Vi aggiornerò passo passo, come sempre, nella speranza di fare ulteriore chiarezza.

A proposito dell’indagine in corso

Le notizie sono ancora molto parziali, ma l’indagine della Procura di Milano si estende anche ai consiglieri di minoranza delle due legislature (la presente e la precedente).

Dichiarandosi a totale disposizione della magistratura, il gruppo del Pd commenta così:

È giusto che la magistratura approfondisca e verifichi i conti dei gruppi consiliari e quindi anche quelli dell’opposizione. Ribadiamo dunque la fiducia nel lavoro degli inquirenti e garantiamo la piena disponibilità a chiarire ogni aspetto della nostra attività e dei nostri bilanci.
Teniamo a ribadire che nella nostra contabilità i rimborsi diretti ai consiglieri sono meno del due per cento del bilancio del gruppo. Il resto sono attività di funzionamento, di comunicazione e per il personale. Siamo certi di poter dimostrare di aver utilizzato le risorse a nostra disposizione per l’attività politico istituzionale: nella nostra documentazione non si troveranno spese per cartucce da caccia o per banchetti di nozze.

Per quanto mi riguarda, non posso che ribadire quanto scrivevo qui, qualche settimana fa.