Risultati per: ‘rimborsi’

Mi è venuta in mente una cosa

Ora, non so se il M5s parteciperà davvero alla riforma della Costituzione e della legge elettorale (non che non me lo auguri: me lo auguro da un anno, prendendomi un sacco di critiche da parte di tutti quanti e penso che se l’avessero fatto subito, all’inizio della legislatura, sarebbe stato anche meglio).

In ogni caso, se il M5s dovesse mantenere l’atteggiamento delle ultime settimane, il Pd dovrebbe rinunciare ai rimborsi elettorali già per il 2014, alla luce della prima promessa della nuova era. Sono certo che lo farà.

Elezione diretta o ‘casta’ dei nominati?

Nadia Urbinati per il Centro Riforma dello Stato:

Cominciamo dall’osservare che volendo riformare la Costituzione, sarebbe opportuno porsi la seguente domanda: Perché ci proponiamo di attuare questa riforma? Da quale esigenza siamo mossi e per ottenere che cosa? Questo livello preliminare di chiarezza sulle intenzioni è importante perchè consente di affrontare in maniera non approssimativa il problema, ovvero dargli organicità e coerenza. Indubbiamente, sono due le esigenze che giustificano una riforma la legge fondamentale della nostra Repubblica: rendere il sistema politico più trasparente e accountable (rispondenza), e renderlo più funzionale. La prima esigenza detta la legittimitá delle regole e procedure democratiche nell’era del costituzionalismo: neutralizzare e impedire l’arbitrio (anche della maggioranza eletta), e per questo rendere il potere dello Stato più efficacemente esposto al controllo e sapientemente bilanciato nei poteri che lo compongono, in modo che non ci sia accumulo in nessuno di essi. Se questa è l’esigenza, l’elezione indiretta (la nomina da parte degli organismi di goveno comunale e regionale) del Senato della Repubblica va nella direzione contraria.

Perché l’elezione indiretta dei componenti di un organo deliberativo (o che partecipa comunque alle decisioni nazionali sebbene non a tutte) è opaca rispetto all’elezione per suffragio dei cittadini. Al contrario, attribuisce un enorme potere discrezionale ad alcuni grandi elettori (sì eletti per suffragio universale, ma per svolgere funzioni di governo territoriale) che in questo modo acquisterebbero un potere superiore a quello di tutti gli altri cittadini, in violazione al principio di eguaglianza politica.

Si risolve questo vulnus togliendo al Senato il potere di dare e togliere fiducia al governo, ovvero gli si assegna un potere mezzo-sovrano. In questo modo, si dice, non si toglie nulla al potere dei cittadini e del suffragio. Vero: ma si crea un potere delegato nuovo e molto ampio.

Il paradosso di questo Senato nominato è che avrà troppi poteri per essere composto di nominati e troppo pochi poteri per riuscire a controllare gli eletti. Introduce infine un arretramento palese rispetto al suffragio diretto, con un ritorno al XIX secolo quando il voto indiretto venne teorizzato e usato come argine alla democrazia e all’incalzante espansione del suffragio diretto e segreto. Oggi lo si rispolvera per risparmiare e velocizzare la decisione.

L’evoluzione della storia politica occidentale è andata in una direzione contraria a quella del voto indiretto; anche perchè è diventato in poco tempo un fatto provato che questo metodo di nomina serviva a generare e proteggere un’oligarchia social-politica, una classe di notabili sensibili agli interessi locali o di chi li nominava. A riprova di ciò potrebbe essere utile ricordare che il Senato degli Stati Uniti d’America fu nella prima fase della storia della federazione americana composto da nominati dagli Stati e diventò un istituto così corrotto e piegato agli interessi non controllabili dei potentati locali e dei notabili che controllavano le nomine da indurre il legislatore a riformarlo instituendo l’elezione diretta dei suoi membri.

Quindi la strada semplificatrice e di risparmio che il Partito democratico promette rischia di produrre nuove sacche di corruzione e di privilegio. Un potere in mano ai grandi elettori locali anche se pagato con rimborsi sarà un’occasione di potere appetibile anche perchè fuori del controllo diretto dei cittadini e quindi meno scalfibile. Prevedibilmente si aumenterà la funzione repressiva e ai magistrati verrà dato un nuovo settore di controllo.

Nessuna forzatura sulla Costituzione

Pietro Grasso dice oggi in una lunga intervista concessa a Repubblica che non si deve abolire il Senato.

Per la verità, nemmeno la proposta del governo va nella direzione dell'abolizione del Senato, ma in una sua riformulazione.

Prima considerazione: meglio non parlare di abolizione se non è un'abolizione (come già per finanziamento ai partiti e province).

Seconda considerazione: bisogna sempre cercare di distinguere, come insegnavano gli antichi, la democrazia dalla demagogia. Perché se il punto è semplicemente di non pagare i senatori, e sceglierli tra amministratori e politici che già stanno facendo altro, allora il Senato sarà debolissimo. E comunque costoso, perché le voci di spesa più consistenti delle Camere sono rappresentate dai costi di gestione. Quanto alle indennità, anche se abolite, prevederanno dei rimborsi. E se i rimborsi non se li accollerà il Senato, se li accolleranno Comuni e Regioni che invieranno i propri delegati. A meno di non pensare che un sindaco devolva tutto il proprio stipendio per andare a Roma. Che non mi pare né giusto, né sensato. E va detto che attualmente i sindaci, anche non senatori, se vanno a Roma, sono rimborsati dal loro Comune. Se si vuole fare qualcosa, come abbiamo spiegato tante volte, si possono dimezzare gli stipendi di deputati e senatori, domani mattina, e raggiungere l'obiettivo che il governo si è posto senza mortificare la rappresentanza.

Terza considerazione: quando, in occasione della prima riunione della direzione, dissi che o si aboliva il Senato o era il caso di evitare pasticci, proprio a questo mi riferivo. Che se il Senato rimane, è il caso che abbia funzioni 'alte' e compiti specifici. E che i suoi membri non siano tutti eletti indirettamente, ma (se non tutti, in larga parte) direttamente dai cittadini. Non si capisce perché i cittadini non dovrebbero votare direttamente: o, meglio, si capisce, perché ormai i cittadini non votano più. Tutto diventa di secondo livello e la stessa legge elettorale approvata dalla Camera consente ai politici (ai capi, in particolare) di scegliere molti degli eletti, grazie al sistema delle liste bloccate e delle candidature plurime.

Per questo motivo, abbiamo presentato una proposta alla Camera e una sarà depositata nelle prossime ore al Senato, da senatori del Pd e di altri gruppi. Proposte 'gemelle' che vanno nella stessa direzione.

Come ha sostenuto Walter Tocci nella riunione dei gruppi parlamentari del Pd (alla presenza del premier) di mercoledì scorso, non è ammessa nessuna forzatura governativa sulla riforma costituzionale. Nessun aut aut, nessun «prendere o lasciare». Perché è giusto che emerga una soluzione parlamentare e che vi sia il massimo consenso delle forze politiche rappresentate. E perché l'articolo 67 della Costituzione è da osservare sempre, ma in particolare quando si tratta della riforma della Costituzione stessa. Quanto alla particolarità della situazione attuale, la cautela è obbligatoria per un Parlamento eletto con un sistema elettorale in contrasto con la Costituzione, come sappiamo.

A proposito del consenso delle forze politiche, leggendo i giornali, si scopre che, oltre a una consistente componente dei senatori del Pd, anche altre forze (penso a Ncd e a quanto pare la stessa Forza Italia), immaginano un Senato elettivo, con un'eventuale quota di senatori eletti dalle Regioni, come previsto dalla proposta a mia firma.

Per superare il bicameralismo perfetto e averne uno migliore, non pasticciato, né demagogico. Una Camera politica, da una parte, e una Camera 'alta', di garanzia e di coesione territoriale. Camere autorevoli, composte da un numero molto minore di rappresentanti, con uno stipendio che si può dimezzare anche prima delle riforme costituzionali.

Siamo sempre allo stesso punto

Marco Travaglio per il secondo giorno provoca il dibattito all'interno del mondo grillino. Lo fa dalle colonne del Fatto, nel suo editoriale quotidiano. Non so perché, ma a me sembra che siamo sempre allo stesso punto: il M5s deve collaborare o no? Fare politica nel sistema o starne fuori? Prendere il 50% la prossima volta o usare al meglio il 25% questa volta?

Tutte domande che abbiamo posto inutilmente tra febbraio e aprile dello scorso anno, quando era il momento per porle, mentre tutti avevano da ridere e da ridire. Anche su questo. Invece è passato quasi un anno e la questione è ancora tutta lì. E i rapporti tra i soggetti politici non si sono che logorati, in questi mesi, passati inutilmente.

L'altra sera, fuori da un bar, un tizio si presenta, dice di essere di estrema destra, di avere votato Grillo e che però il M5s avrebbe dovuto partecipare al governo anche con il Pd e non sprecare altro tempo. Peccato che si sia fatto il contrario. E ancora si insista.

Ma se non vi fidate di me, cari elettori del M5s, leggete Travaglio. E a chi dal gruppo del M5s mi chiede affettuosamente perché «non tiro fuori le palle» (!), chiedo perché non tiri fuori un po' di politica.

Mi scrivono diversi elettori dei 5Stelle per contestare il mio articolo “I guardiani dello stagno”. In sintesi, ripetono ciò che dice Beppe Grillo. 1) Di Renzi non c’è da fidarsi, men che meno del Pd. 2) Noi non facciamo accordi con nessuno e il nuovo sistema elettorale lo discutiamo in Rete con la nostra base. 3) Questo Parlamento è delegittimato dalla sentenza della Consulta sul Porcellum e dunque non può riformarlo. 4) Napolitano deve sciogliere le Camere, mandarci a votare con il vecchio Mattarellum e lasciare che sia il nuovo Parlamento finalmente eletto e non più nominato a metterci mano.

In linea di principio, sono tutti argomenti, se non condivisibili, almeno rispettabili. Ma completamente fuori dalla realtà. 1) Per sapere se Renzi sia affidabile o meno, bisogna andare a vedere le sue carte. Se nasconde un bluff, peggio per lui. In caso contrario, peggio per i 5Stelle. Qui non si tratta di firmargli una cambiale in bianco, né – come chiedeva Bersani – di votare la fiducia al buio a un governo deciso da altri e altrove: si tratta di vedere se, nei mesi che mancano all’auspicata fine di questa ridicola legislatura, si possano approvare alcune riforme di rottura che rientrano nel programma dei 5Stelle, ma soprattutto negli auspici di tanti italiani, indipendente da come votano. Renzi propone un ventaglio di tre leggi elettorali, un taglio dei fondi pubblici ai consigli regionali, le unioni civili, e l’abolizione del Senato per farne un caravanserraglio di consiglieri regionali. Le prime tre proposte sono buone, la terza pessima. I 5Stelle possono pescare alcune delle proprie proposte più fattibili (embrione di reddito minimo, blocco del Tav Torino-Lione, legge draconiana anti-corruzione e anti-evasione), metterle sul tavolo e discutere con i delegati di Renzi (il Pd, in Parlamento e al governo, è tutt’altra cosa), condizionando il tutto alla rinuncia immediata e definitiva del Pd ai “rimborsi elettorali”. Cos’hanno da perdere? 2) Discutere la legge elettorale in Rete è un’ottima cosa, ma nel frattempo i partiti la discutono in Parlamento e poi l’approvano, pressati dall’imminente pubblicazione della sentenza della Consulta. Se i 5Stelle non partecipano alla discussione e non fanno pesare i propri voti, nascerà una maggioranza Pd-Forza Italia sul modello spagnolo, che favorirà solo quei due partiti (che, con gli alleati-satellite, hanno finora avuto più voti) a scapito di tutti gli altri, 5Stelle in primis. 3) Questo Parlamento è delegittimato, ma chi dice che non può riformare la legge elettorale senz’avere i numeri per impedire agli altri di farlo fa declamazioni oratorie fine a se stesse e – vedi punto 2 – suicide. 4) Lo stesso vale per l’appello a Napolitano perché sciolga le Camere e si dimetta: il presidente ha già detto che non lo farà e i 5Stelle non hanno i numeri per cacciarlo con l’impeachment. Anzi, con il loro immobilismo, fanno di tutto per lasciarlo lì fino al 2020. Solo facendo saltare l’asse Quirinale-Letta-Alfano si accelera lo sfarinamento del governo Letta e l’addio del suo Lord Protettore. E poi che senso ha dire che questo Parlamento non può cambiare la legge elettorale e che bisogna votare col Mattarellum? Se si sciolgono le Camere ora, il Mattarellum non c’è. C’è invece la legge elettorale ritagliata dalla Consulta con l’abrogazione del premio di maggioranza e delle liste bloccate, cioè il sistema del 1992: il proporzionale puro con sbarramento e preferenza unica con cui si votò per l’ultima volta nella Prima Repubblica. Un sistema che ci condannerebbe alle larghe intese in saecula saeculorum, salvo che un partito o una coalizione non superi il 50% dei voti (mission impossible).

P.S.: c'è un'unica obiezione al ragionamento di Travaglio, ed è la seguente: per fare tutte queste cose, il M5s dovrebbe collaborare non solo con il Pd, ma anche con la sua alleanza di governo. E torniamo al punto precedente e alla vera questione che dovremmo affrontare, rappresentata dalla legge elettorale. Per tutto il resto, ci vorrebbe un'altra maggioranza. E torniamo a febbraio e all'eterno ritorno dell'uguale.

Il Senato e la sua ‘abolizione’

Con Andrea Pertici proseguiamo nel lavoro di ricognizione sulle mitiche riforme.

Sulla legge elettorale si naviga a vista, con ipotesi ancora vaghe che cambiano di ora in ora: dal sindaco d’Italia al maggioritario con premio di maggioranza in più (che con la legge Mattarella non ha più niente a che fare), dal porcellum con premio di maggioranza a doppio turno al doppio turno di collegio, dalla legge Mattarella all’Ispanicum (versione variamente alterata dello spagnolo).

Tante ipotesi, molte discutibili, tutte confuse e spesso inutilmente complicate. Reali proposte niente (né prima né dopo l’8 dicembre…).

Sulla molto annunciata e per nulla chiarita riforma del bicameralismo le cose non migliorano. A parte qualche generico slogan del tipo “via il Senato!” (che speriamo qualcuno non si faccia prendere la mano aggiungendo un “via la Camera!”), non si capisce bene che cosa si immagina di proporre.

Un sistema monocamerale? L’opzione esiste, anche se non ne abbiamo concreta manifestazione nei grandi Paesi, essendo tipica delle democrazie nordeuropee (Danimarca, Finlandia, Svezia ed anche Lituania, Lettonia, Estonia) e diffusa in qualche altra esperienza come la Grecia, Israele e la Nuova Zelanda.

Un sistema monocamerale presenta alcune controindicazioni date dalla minore riflessione sui provvedimenti di legge (e ci sono state scelte infelici del legislatore che solo il bicameralismo ha impedito fossero portate a compimento) e una diminuzione di alcune garanzie: in particolare quella della revisione costituzionale. A fronte di questo il sistema è certamente semplificato, il procedimento legislativo più snello e lineare.

Questi vantaggi potrebbero essere raggiunti, però, anche attraverso un bicameralismo differenziato che sottraesse al Senato l’espressione del rapporto di fiducia col Parlamento e la competenza legislativa generale, mantenendola soltanto su specifiche materie (ed eventualmente quale camera di riflessione attraverso il “richiamo”, rimettendo poi comunque la decisione finale ai deputati).

La composizione di questa Camera potrebbe considerare la rappresentanza regionale (da definire anche considerando comunque che chi è eletto ad una funzione difficilmente può svolgerne adeguatamente due, soprattutto se ha funzioni esecutive: la regola generale è il no a doppi incarichi).

Davvero poco sensato sarebbe invece un Senato delle autonomie composto essenzialmente da amministratori locali, il cui ruolo niente ha a che vedere con il potere legislativo (che comunque rimane la principale funzione del Senato) e che almeno con riferimento agli organi di vertice come i sindaci determinerebbe tra l’altro una sottrazione al loro impegno sul territorio (no a doppi incarichi).

Inoltre un Senato localistico sarebbe solo una congerie di interessi particolari e particolarissimi che rischiano di definire l’interesse generale come mera somma di tanti piccoli particolarismi, appunto, con il rischio di creare una situazione per cui alcuni interessi – i più deboli – rimangono non rappresentati.

Se si dovesse creare un Senato incapace di svolgere adeguatamente le funzioni per i quali un bicameralismo differenziato ha ancora senso sarebbe meglio approdare ad una soluzione volta alla mera eliminazione dello stesso.

Infine la riduzione del numero dei parlamentari (in connessione a quella della eliminazione di una Camera): questa deve essere realizzata sulla base di un ragionevole rapporto elettori/eletti.

Il mantenimento di due Camere può avere un’incidenza relativa (avere 630 deputati e 200 sindaci-senatori a “zero indennità” o 450 deputati e 200 senatori non è diverso…).

Infatti, poiché l’attenzione per la riduzione del numero dei parlamentari è giustamente considerata anche (ma non solo) nell’ottica di una riduzione della spesa, devono assumersi in tal senso anche misure volte alla riduzione delle indennità e dei rimborsi (a partire da quelli di trasferimento per chi già risieda a Roma) e di alcuni servizi interni del Parlamento.

La riduzione della spesa può essere fatta senza che ne soffra il funzionamento della democrazia: altrimenti troveremo qualcuno che ci dice che è meglio evitare elezioni, perché costano…

La sorpresina

Mi è capitato di dirlo ieri e ci ritorno oggi: di fronte alla sfida tipo western lanciata da Renzi, che ha avuto notevole eco sui media, dicevo, Grillo avrebbe risposto che i 'soldi' si 'mollano' comunque e che si può tornare a votare con il Mattarellum anche domattina.

La risposta, mi dispiace, ma ci sta tutta: e più che una sorpresa, è la scoperta dell'acqua calda. Un po' come quella lettera di Poe, tutti fingono di cercare una risposta difficilissima in un testo (una bozza!) che metta tutti d'accordo, ma la legge elettorale che ha la maggioranza in Parlamento c'è già. Una maggioranza larga, che va da Sel al M5s, passando per la Lega e altri gruppi minori, e che incontra il favore di molti anche nel Pd. Rispetto alla quale il sifaperdirenuovo centrodestra di Alfano dovrebbe dare una risposta. Senza aggiungere altro.

Si tratterebbe di un Mattarella in versione Senato, a cui certo si può pensare di aggiungere il doppio turno di collegio, come avevamo scritto nel nostro documento congressuale (una proposta in questo senso alla Camera è stata già presentata dal deputato Pd Martella, e non sarebbe male se la riforma avvenisse con il Martellum, un po' nicciano, forse, ma convincente).

Per quanto riguarda invece la restituzione dei rimborsi elettorali, proposi all'inizio della legislatura al Pd di rinunciare a tutto ciò che non aveva speso in campagna elettorale, fin da quest'anno. La proposta (che mi pare ancora sensata) cadde nel vuoto, ma alla base della non risposta un motivo (non dichiarato) forse c'era: con tutta probabilità il Pd fatica a rinunciare ai rimborsi perché ha un'organizzazione molto costosa. E, per essere seri, dovremmo partire da quest'ultimo punto, per capire e spiegare a che cosa rinunciamo e che cosa significherebbe farlo. Se vogliamo davvero cambiare le cose.

P.S.: sono stato accusato per mesi di essere troppo attento al M5s e sconsideratamente aperto al confronto con i suoi rappresentanti: vedo che nel Pd la linea è cambiata. Certo, si parla di sfida, ma tutto sommato ci si rivolge a Grillo per cambiare la legge elettorale. Prima dell'ultimo sciopero, Giachetti presentò una mozione, che fu sottoscritta da molti di noi. Era di maggio, come dice la canzone. E allora il M5s la votò, il Pd delle larghe intese no.

Ci pensiamo

Vorrei dare un consiglio a Bersani, senza ironia, senza battute, perché potrebbe essere un punto di incontro. “Voti Gabanelli anche lei, voti una signora che ha sempre fatto bene il suo lavoro. [...] Potrebbe essere davvero un inizio di collaborazione, provi, incominciamo da lì, poi vedremo se riusciremo a trovare una convergenza se non con lei con i giovani del Pd sui rimborsi elettorali, corruzione, incandidabilità di Berlusconi”.

Grillo, qualche minuto fa. Poi ha parlato di Rodotà, nel caso in cui Gabanelli declinasse la candidatura. Ora, c’è da capire se Bersani è fedele a Bersani o se ha cambiato idea. Perché Grillo sta parlando del governo del cambiamento, giusto? E noi, invece, che facciamo?

Trentaquattro milioni di euro

Il Pd ha speso circa 11 milioni di euro in campagna elettorale. Gliene spettano 45 per legge, come rimborsi elettorali.

Ora, la mia proposta, avanzata qualche settimana fa, è di lasciare alle ‘casse’ dello Stato i 34 milioni che non sono stati spesi.

Qualche intervista di meno e qualche segnale in più, è quello che gli elettori si aspettano. Anzi, pretendono.

P.S.: domani il M5S ‘occuperà‘ Camera e Senato per chiedere che partano i lavori delle Commissioni. Ma perché non ci ascoltano mai, i nostri raffinati strateghi?

Ora però si vada all’attacco

Sì, perché, al di là di quello che dice il capogruppo del M5S al Senato, che è comunque interessante (anche se forse smentito tra pochi minuti), noi dobbiamo fare mosse più chiare e forti. Senza fare un bagno nella demagogia: andando però all’attacco, una buona volta.

A cominciare dai rimborsi elettorali, come abbiamo proposto qui, con la ripresa della proposta di Walter Tocci (per il futuro) e (per il passato prossimo) con la rinuncia a tutto ciò che non è stato speso e rendicontato.

Bersani deve convincersi definitivamente che non si possono dare messaggi a metà o a tre quarti. Ci vogliono parole chiare e scelte indiscutibili, che parlino a tutti, agli elettori prima che agli eletti. Che non appaiano strumentali, ma motivate. Che non si fermino alla superficie, ma che dimostrino che c’è una cultura politica del cambiamento e che ci sono le competenze per renderla operativa in pochi giorni.

Il volo del calabrone e il suo governo non possono che basarsi su impegni immediati e mosse sorprendenti, anche rispetto alle consuetudini democratiche. Se non sarà così, va detto, non ci sarà alcun governo.

-30% e non solo

La soluzione BoldriniGrasso sulle retribuzioni diminuite del 30% si può introdurre subito per tutti i parlamentari, come qui ho spiegato più volte.

Insieme alla proposta Tocci sul superamento dei rimborsi elettorali (con i piccoli emendamenti del vostro affezionatissimo), sarebbe un gran bel cambio di passo.

Un’altra cosa che si può fare subito è la rendicontazione di tutte le spese e non solo di una loro parte.

Da ultimo, si può accogliere la proposta di Sandra Zampa per cui non ci sia nessun emolumento aggiuntivo per le cariche elettive delle due Camere, a cominciare dai mitici questori.

Cambiare si può. Farlo subito si deve.