C’è stata parecchia discussione, nelle ultime ore, intorno alle «anticipazioni» del libro dell’ex-premier. Brani e passaggi che vanno a comporre uno straordinario manifesto politico alla rovescia: una vera «operazione antipatia» a cui il Nostro (anzi, il Loro) ci ha da tempo abituati.

Non poteva mancare una carineria anche per il vostro affezionatissimo, ma ho già risposto: quel giorno più non vi leggemmo «avanti».

La cosa che più mi colpisce è che il termine anticipazioni non sia destinato a anticipare, antivedere, programmare il futuro, ma a rilanciare polemiche del passato. Non a raccontare ciò che accadrà, all’Italia e al mondo, nel pieno della grande transizione, ma a definire rapporti di forza con amici e nemici, a volte immaginari, peraltro. Non a descrivere possibili relazioni, ma a negarle.

Da parte mia e delle persone che stanno collaborando al «manifesto» di Possibile, la migliore risposta è continuare a farsi domande su ciò che ci attende, su come affrontare il nostro futuro, su come cambiare i rapporti di forza.

Chiamatele, se volete, anticipazioni. Che parlino di noi, di chi verrà subito dopo di noi, anticipazioni sulla società che proviamo a descrivere e sul mondo – guasto – che vorremmo cambiare.

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