L’Ingv si occupa dei terremoti nel paese, ahinoi, dei terremoti. E siccome la terra è precaria, e precarie sono le infrastrutture, e le politiche anche (oltre a precarie, sono pure miopi) Ingv conta su numerosi precari, precari secolari, che lo sono da tempo immemore e non sono mai stati stabilizzati. Parlandone con loro si risale a ere geologiche precedenti, a nomi di ministri e sottosegretari ormai dimenticati, proprio come la questione delle decine e decine di ricercatori precari, a cui affidiamo il controllo del nostro territorio.

Nessuna stabilizzazione: agli altri enti di ricerca è successo, all’Ingv no. Nemmeno in sala sismica. Nemmeno se Ingv è diventato il centro di monitoraggio degli tsunami per l’area euromediterranea. Nemmeno se si occupa di vulcani tra i più pericolosi al mondo. Nemmeno se le sue attività crescono di anno in anno.

Quasi fosse l’istituto dei sensi di colpa, Ingv è da tenere precario: nonostante questo chi ci lavora è orgoglioso di farlo, sta stretto nei luoghi comuni sugli Statali, si chiede giustamente perché non si possa trovare una soluzione dignitosa.

Non è responsabilità di questo governo, ma di tutti i governi, d’ogni colore: per questo chiedo, senza polemica e però con convinzione, che Gentiloni, Fedeli e Madia diano una risposta concreta, prima che il Paese torni a votare.

Si tratta di una soluzione legislativa che potrebbe trovare ospitalità tra i commi del decreto sulla PA, si tratta di investire poche risorse per attrarne altre (i precari spesso non possono partecipare a pieno titolo ai progetti europei, per dirne un’altra, di assurdità).

Si tratta dei ricercatori dei terremoti nel paese dei terremoti. E nell’atmosfera antiscientifica che si respira ogni giorno di più, sarebbe un segnale di razionalità e civiltà minima mettere in sicurezza (così si suol dire, quando si parla di suolo) il loro posto di lavoro.

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