I «se» e i «ma» che non aiutano a crescere

«Se c’è Pisapia sono contentissima, ma non pensi chi è uscito sbattendo la porta di rientrare dalla finestra per condizionare il nostro partito, perché noi non ci faremo condizionare», così Serracchiani, mentre scrivo, al Lingotto.

Questo è il punto, e non è neanche così sbagliato, nonostante palco e pulpito.

Perché in questa storia della sinistra che si ripensa ci sono troppi «dipende», troppi «se» e «ma».

Facciamo qualcosa a sinistra, ma dipende dal congresso del Pd, dal suo risultato o addirittura dai risultati dei singoli candidati, dal sistema elettorale, da come vanno le Amministrative, da Alfano, da Gentiloni, da questo o da quello.

Ecco, io penso che noi dobbiamo fare qualcosa che dipenda da noi stessi, non da altri o da altro, che peraltro abbiamo già imparato a conoscere e non intende certo cambiare.

Qualcosa che dipenda dalla nostra generosità e dalla nostra creatività, dal progetto elettorale che riusciremo a scrivere insieme, dalle scelte dei prossimi mesi sulle «cose» che il Parlamento si troverà a dover affrontare: dal decreto Minniti alla discussione tardiva e poco dignitosa sui voucher, dalle questioni economiche a quelle sociali.

Che non dipenda da altro, ma da ciò che siamo e proveremo a essere. A prescindere proprio da tutto il resto. Da tutti i dipende, gli andirivieni, gli eterni ritorni.

È già successo che aver puntato tutto sui dipende abbia portato la sinistra a dipendere dalle larghe intese prolungate forever, dal Nazareno, da scelte poco strategiche: chi ha votato sì al referendum dovrebbe pensarci su almeno un po’, che ne dite?

Dipende da noi e dalla Costituzione, da quell’idea di uguaglianza, da quella possibilità che sapremo offrire a chi ne ha pochissime o nessuna.

Dalla capacità di essere consapevoli e orgogliosi, dal sapere unire i simili, prima di tutto e condividere con chi non si sente rappresentato, dal sapere valorizzare le competenze e le questioni, dal saper proporre proposte (di legge, non astratte) che cambino il corso delle cose.

Ci vuole trasformazione, non trasformismo. Strategia, non tattica. Visione, ci vuole, di lungo periodo, se ne saremo capaci. E credibilità: chi vota in un certo modo non ci venga a cercare, perché appunto abbiamo fatto altro.

Chi pensa che si risolva con la rimozione o con il cambiaverso del cambiaverso lo faccia pure, noi faremo altro. E lo faremo insieme con chi è sincero e motivato, a prescindere da tutti i tatticismi e da tutte le parole a metà che continuiamo ad ascoltare.

Ci diranno: non bastate. E infatti cercheremo altre persone che la pensino così, che sono pochissime in Parlamento e nel ceto politico, ma sono moltissime là fuori.

Ecco, andiamo là fuori. Scopriremo un mondo.

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