That’s not radical. It’s democracy

C’è una espressione (del tipo omerico, che ricorre cioè e definisce un’intera politica) di Bernie Sanders che mi fa impazzire.

Ne riporto un esempio recentissimo:

It's simple, really: Politicians should be working for their constituents' votes, not lobbyists' money. That's not radical. It's democracy.

Tutti preoccupati di non essere radicali, o di non esserlo troppo, in questi anni. Di essere «compatibili». Prima con qualcosa, poi a poco a poco con qualsiasi cosa.

E se quattro o cinque anni fa il problema era come governare con Monti – ricordate la campagna elettorale del 2013, in cui la preoccupazione fu soprattutto quella di «rassicurare» i moderati – o addirittura come trovare compromessi con una parte di centrodestra (la mitica Udc di Casini), ora il problema è quello di reagire al populismo, con una certa ossessione per i 5 stelle, che in realtà li rende solo più forti. Come la kryptonite, ma all’incontrario.

Tutto si giustifica con la difesa dalle forze antisistema. E così la sedicente sinistra diventa sistema. Solo che se la sinistra si fa sistema, si annulla, perde significato.

Se ciò che è reale è razionale, allora tanto vale lasciare stare. Per lasciare le cose come sono, per lasciarle come stanno, c’è già una cosa che funziona meglio: si chiama destra, che in Italia si preferisce chiamare centro per non essere troppo radicali. Appunto.

E allora la frase di Bernie diventa formidabile: non è radicale. È (la) democrazia. Ed è semplice.

Negli ultimi tempi, in Italia, la subalternità a chi domina in campo economico e finanziario, è stata rappresentata come primato della politica. Non era una riappropriazione, nonostante i toni monumentali: era solo un trucco, un gioco di parole, un’operazione di marketing.

Non si può accettare ogni cosa, abbandonare le proprie battaglie, renderle compatibili con ciò che ci dicono altri. Vale per il lavoro, per i diritti, per le migrazioni, per la povertà.

Se qualsiasi strategia contro quest’ultima diventa «assistenzialismo» ed è immediatamente derubricata, le disuguaglianze sono semplicemente rimosse.

Se il lavoro deve adeguarsi alle trasformazioni e non opporsi perché il conflitto può nuocere al sistema produttivo, allora tanto vale eleggere Confindustria. Che così costa meno.

Se l’articolo 18 si può archiviare, i voucher moltiplicare, le tasse sulla casa abolire anche per i più facoltosi, i bonus distribuire a prescindere dalla ricchezza del destinatario, allora tanto vale davvero ricorrere al «pilota automatico» e sostituire i parlamentari con androidi (che peraltro la questione delle «macchine» c’entra eccome, anche se si fa ancora largamente finta di non vederla).

Se sulle migrazioni non si fanno le cose con rigore (vedi alla voce Cara di Mineo e non solo) e si assumono a poco a poco gli slogan della destra, senza alcuna sostanziale differenza, poi non si parli di «populismo» degli altri, perché è entrato anche nei pensieri e nelle parole di chi lo denuncia.

E invece si dovrebbe insistere sulla riduzione della precarietà, sul sostegno alla povertà (che costa 7-8 volte quanto il governo ha stanziato, raggranellando gli ‘avanzi’), sulla retribuzione minima per qualsiasi tipo di lavoro, sulla scelta di investire in campi inesplorati (la questione dei cambiamenti climatici, per dirne una), sulla volontà di prendere sanamente le distanze dal potere e provare a fare cose che i poteri costituiti trovano eccentriche, ma solo perché sono diverse dal solito. E li mettono in discussione. E li rimettono in gioco.

Cose mai viste.

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