L’ultima settimana di campagna per la Costituzione

Domenica, finalmente, si vota, dopo una campagna lunghissima (il referendum di ottobre, così lo chiamavano, si vota il 4 dicembre) e un dibattito che si è presto trasformato, per responsabilità del premier, in un confronto elettorale.

Noi abbiamo proseguito nel merito, in questi mesi, illustrando le ragioni per le quali non abbiamo alcun dubbio: meglio la Costituzione che c'è di quella 'riformata' in modo così confuso, contradditorio, pedestre dal governo e dalla sua maggioranza.

Abbiamo spiegato perché una legislatura eletta con una legge dichiarata incostituzionale dalla Corte costituzionale proprio il 4 dicembre (del 2013) avrebbe dovuto evitare una 'riforma' costituzionale così estesa e essere più cauta e misurata nel trattare l'argomento (l'appello di Napolitano che tutti citano, notiamo di passaggio, era precedente alla sentenza della Consulta).

Abbiamo spiegato perché, per volontà del governo e della sua maggioranza, voteremo su un unico quesito, essendo stata votata in Parlamento un'unica legge di 'riforma' (e avremmo almeno potuto affrontare separatamente le questioni: se avessimo voluto abolire il Cnel, avremmo potuto ad esempio farlo in modo puntuale).

Abbiamo spiegato perché una 'riforma' costituzionale non vada mai votata a maggioranza: meglio desistere, se non c'è una larga condivisione, non insistere, basandosi su un premio di maggioranza incostituzionale, un diffuso trasformismo parlamentare e tenendo fuori dalla riforma le regioni a Statuto speciale per non indispettire i rappresentanti di quei territori (che come abbiamo ricordato rappresentano più di un sesto della popolazione italiana).

Abbiamo spiegato perché la riforma del titolo V costituisce una pericolosa involuzione (anzi, involution) rispetto all'assetto regionalistico che la Costituzione dichiara fin dall'articolo 5.

Abbiamo spiegato perché un Senato non elettivo, scelto dai politici in Consiglio regionale (che scelgono anche i sindaci), con la presenza di un 5% di nominati dal Presidente della Repubblica, non sia né un Senato federale né un Senato di garanzia né un Senato abolito (ovviamente).

Abbiamo spiegato perché la riduzione dei costi non è significativa e non è certo quella propagandata dal governo (la riforma del Senato e le altre cose verificabili si attestano nelle stime tra un decimo e un quinto di quanto dichiara il governo). Si rinuncia all'elezione diretta dei senatori e a una Camera pienamente funzionante per un risparmio del 10%: il Senato rimane e costerà il 90% dell'attuale.

Abbiamo spiegato perché è sbagliato estendere l'immunità parlamentare (che sarebbe da rivedere anche alla Camera) a eletti che hanno funzioni di governo a livello regionale e comunale.

Per farlo, abbiamo diffuso il libro di Andrea Pertici, La Costituzione spezzata, e abbiamo pubblicato un ebook, Decisamente No, che trovate qui.

Sul sito iovoto.no abbiamo pubblicato infografiche, slide, contributi aggiornati di settimana in settimana, per presentare le ragioni più fondate della nostra opposizione a questa riforma.

Ora tocca a tutti noi personalizzare: ovvero farci carico, ognuno di noi, di un messaggio preciso, con i nostri familiari, amici e conoscenti.

Non ci dobbiamo guardare ai sondaggi, né alle speculazioni che li accompagnano, in un senso o nell'altro. La presenza pervasiva sui mezzi di informazione da parte del premier e della campagna del sì ci deve portare a una mobilitazione a ogni livello, all'antica, fatta di parole, di relazioni, di confronto civile e documentato.

Della 'riforma' non ci piace né il testo, né il contesto. Con spirito repubblicano, andiamo a votare e a far votare. Come si faceva una volta. Come si può e si deve fare ancora.

Post Scriptum, anzi: Post Referendum: e dopo il 4, mi chiedono in molti? Dopo il 4 continueremo così, come abbiamo fatto in questi mesi. Attraverso il Paese, in viaggio verso la Costituzione e con un progetto di governo fatto di parole semplici e chiare. Perché dalla crisi si esce tutti insieme, non ognuno per sé. Non si esce con le scorciatoie e gli slogan, ma con una cultura civica e politica, capace di dare voce a tutti coloro che non si sentono rappresentati. Non si esce con accordi e trasformismi di ceto, ma con la partecipazione delle persone e della società. Possibile è questo progetto.

 

 

 

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