Ogni diritto acquisito viene calpestato incolpando la "crisi mondiale", "lo stato attuale delle cose", "le richieste del mercato" o dichiarando con uno sberleffo che "oggi va in questo modo, in fondo siete già fortunati".

C'è una generazione da sacrificare. A cui offrire lavoro come briciole che cadono dalla tovaglia e prevenendone il lamento.

I proletari di tutto il mondo non sono uniti, i loro padroni, poche multinazionali ricchissime, sì.

Oggi non è il precariato il focus, ma lo schiavismo.

Sei spinto a lavorare sempre di più, sei pagato sempre meno e, se crolli, la colpa è della tua fragilità.

Una cultura che, da parte di chi è mediatore (giornalista o scrittore o autore o pubblicitario) non si abbassa, non semplifica il proprio linguaggio per conquistare lettori o compratori, e cerca invece non la pedagogia delle masse, ma un terreno di incontro dove si possa dare e prendere, il lessico e gli umori, la profondità e la chiarezza. Ecco invece una cultura dove il tempo che si presuppone sprecato a studiare per un voto alto, o semplicemente per sapere, per capire, per concedersi formazione e istruzione, viene contratto in favore "del mercato del lavoro".

Noi non vediamo. Come scrissero i Wu Ming, vediamo solo il feticcio, non i rapporti di classe, di proprietà, di produzione. Noi non vogliamo sapere nulla di come si reperisce la materia prima dei nostri telefonini. Di come si estrae il litio… Non lo vediamo, quindi non importa.

Redattori, traduttori, giornalisti, uffici stampa, editor. Che del grattacielo che Luciano Bianciardi voleva far esplodere non hanno più la forza di occuparsi, perché comunque va bene e fai pur sempre un bel lavoro.

Il rischio imprenditoriale cade sui collaboratori, i redattori, i traduttori. E non c'è, no, coscienza di classe… Come se un intellettuale, per il solo fatto di essere tale, non fosse una persona che ha studiato magari grazie al lavoro della propria famiglia e al proprio. Come se appartenesse a quell'élite che sogna se stessa, e per il fatto di esserlo non sviluppasse alcuna consapevolezza.

C'è sempre un'altra corsa. L'unica domanda è: quale? E, soprattutto, a quale costo?

Giovanni Arduino e Loredana Lipperini, Schiavi di un dio minore. Sfruttati, illusi, arrabiati: storie dal mondo del lavoro oggi, Utet, Torino 2016.

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