Generosissimo il tentativo di Franceschini che leggiamo oggi sulla Stampa per salvare il salvabile (dal Salva Roma siamo passati al Salva Letta): una legge elettorale per tornare a votare e una per non tornarci, in attesa di riformare il Senato. Lodevole: Franceschini, che aveva negato a maggio la possibilità di una legge elettorale temporanea (la clausola di salvaguardia, per dirla nell'ostico politichese a cui siamo condannati), ora la riprende come se fosse la soluzione di tutti i problemi.

Tutti però sanno che il problema è un altro, come si diceva una volta: il problema è politico. Perché è un fuggi fuggi generale dal governo, soprattutto da parte del Pd di Renzi, e nel si-fa-per-dire-nuovo-centro-destra di Alfano l'agitazione è massima. Perché i renziani prendono il governo a pallonate da giorni (anche gli esponenti che lo hanno sempre sostenuto con tutto l'entusiasmo possibile fino all'8 dicembre, ça va sans dire), Renzi si innervosisce (non sono mica come Letta e Alfano, dice con tono gentile), Letta replica con l'antica e suprema arte democristiana di cui è magistrale interprete (una versione italica dello zen, deve essere), Quagliariello riforma le sue stesse riforme, Scelta Civica si impasta sul rimpasto e Berlusconi lancia una cima ad Alfano, che se vuol ritornare tipo figliol prodigo quelli di Forza Italia lo aspettano: e Berlusconi promette di tenere i falchi sotto sedativi per un po'.

Ora, per me sono giorni tipo Harry Hole, che nell'ultimo romanzo di Nesbo non compare per centinaia di pagine e che, prima di rientrare in partita, ci pensa mille volte e tutto sommato preferirebbe di no. Perché questa pausa natalizia è da fiction non solo televisiva: ci si inventa le polemiche, tutti discutono di cose che non sanno, i giornali hanno bisogno di riempire le pagine e non sempre l'operazione è scontata. Anche perché sono mesi (!) che stiamo parlando delle stesse cose.

E, abbiamo scartato i regali, ma abbiamo incartato il Pd: perché «il governo deve fare», come dice il segretario, ma sappiamo tutti che con una maggioranza così nemmeno Mandrake farebbe riforme considerevoli. E lo sappiamo da mesi. E d'altra parte tornare a votare non si può, senza una legge elettorale, e sappiamo anche che sono tutti divisi, nella maggioranza, ma anche nel Pd, tra il doppio turno nazionale e il Mattarellum rivisitato. Franceschini, uomo abile nel muoversi tra le linee, dà la soluzione: tutti e due, insieme, poi si vede.

La vera mossa di Letta, però, e anche questo lo sappiamo tutti, sarebbe un'altra e chissà che non ci stia pensando davvero (si spiegherebbe il nervosismo dell'entourage renziano): sarebbe proprio quel rimpasto finora negato. Un rimpasto che renzizzi il governo e che costringa il Pd a piantarla con i distinguo, gli ultimatum e i penultimatum, i «ci vuole un cambio di passo», gli «o così o si muore» (che poi di solito si muore, eh). Un Delrio all'Interno e una sostituta alla Giustizia e poi il dicastero che fu della Idem, con alcuni sottosegretari e viceministri al posto giusto nel momento giusto.

Alfano capirebbe, agli scelticivici la cosa potrebbe anche far piacere, soprattutto a quelli che per Renzi simpatizzano (e che proprio come i renziani si sono mobilitati in questi giorni). Poi si vedrà. Ma a quel punto il governo dovrebbe «fare», e non ci sarebbero più «alibi» per nessuno, per dirla con le parole di Renzi stesso.

Ma forse non succederà nulla di tutto questo: qualcuno proverà a far cadere il governo, negando di volerlo fare, e proverà la missione impossibile di approvare una legge elettorale per tornare a votare, con gli stessi che a votare non ci vogliono tornare e resisteranno come potranno. Un bel casino, per dirla in termini tecnici.

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