I follower e i leader (dal basso, verso l’alto e verso l’altro)

Repubblica traduce in italiano l’articolo di Thomas L. Friedman che ha già fatto il giro del mondo e lo pubblica in prima pagina.

Lo slogan è, come già nel post precedente, dal basso, verso l’alto. E verso l’altro.

Qualche annotazione:

- il leader senza follower non esisterebbe e non esisterebbe se non fosse in rapporto dialettico con loro;

- i follower negano al leader la privacy? Ai politico la privacy è negata da sempre, ed è (tutto sommato) giusto che sia così;

- i follower sollecitano risposte? Doveroso e democratico;

- i leader devono raccontare la ‘verità’? Di più, devono spiegarla, discuterne, precisare le questioni, indagare ciò che non conoscono e condividere con i propri elettori ciò che pensano di conoscere (che poi magari non è vero, ma i follower aiutano, altro che storie);

- questione di fiducia? Proprio così, ed è alla base del rapporto democratico (e della sua crisi).

Da ultimo: il leader deve essere follower? Certamente sì, ma deve aggiungere una cosa, e qui sta la sua funzione trascendentale (termine tecnico): deve saper organizzare il dibattito, incardinarlo intorno a principi e obiettivi, senza rigidità ma senza nemmeno concedere troppo spazio al qualunquismo. Perché poi la politica è prendere decisioni. Se lo si fa in tanti, e sulla base di tanti stimoli e indicazioni, è meglio.

E sulla base di queste decisioni, il leader deve muoversi con i follower verso un’azione politica comprensibile: anzi, nitida.

Perché la politica è contenuto e relazione, e le due cose non si dovrebbero mai separare, se si vuole davvero passare all’«azione».

Toglietemi tutto, insomma, ma non il mio Twitter.

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Commenti

  • Marco 67  Il 27 giugno 2012 alle 08:41

    Perché poi la politica è prendere decisioni. Se lo si fa in tanti, e sulla base di tanti stimoli e indicazioni, è meglio.

    Certamente. Ma c’è una grande differenza (fondamentale a mio avviso) tra un politico che raccoglie stimoli dalla base, fonte di arricchimento ma è anche capace di fare una cernita tra le proposte utili e le boiate, possibilmente sulla base di una visione strategica, prendendosi la responsabilità delle decisioni che ritiene più utili per il Paese non solo sul breve termine che non necessariamente (quasi mai?) sono anche quelle più popolari (spiegandone le motivazioni, certo) e il politico che costruisce la sua proposta sugli umori popolari del momento, che cavalca la protesta, che parla alla pancia (niente di più facile), demandando le decisioni ai sondaggi e al sentimento prevalente del momento, scaricando di fatto la responsabilità.

    La differenza che passa tra uno statista e un politicante a caccia di voti.

  • Sara_stones  Il 27 giugno 2012 alle 07:08

     

    http://www.youtube.com/watch?v=P3PcbWARuCQ

     

    “Ma Nino non aver paura a sbagliare un calcio di rigore,
    non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore,
    un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia.”

     

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