Libertà e Giustizia e OccupyPd

Un messaggio importante a chi ama la politica, nonostante tutto.

Leggo della bella iniziativa di Libertà e Giustizia, che Repubblica ha rilanciato con grande clamore.

Si intitola Dipende da noi, e segue all’appello a cui ho personalmente già aderito e a cui Prossima Italia (impegnata domani nell’assise contro la corruzione di Canossa) darà, nei prossimi giorni, il proprio contributo, oltre alla propria immediata adesione.

La domanda che mi faccio e che giro immediatamente a Sandra Bonsanti e agli amici di Libertà e Giustizia è, però, la seguente: si può cambiare la politica “da fuori”? Si può produrre un cambiamento reale delle strutture della politica e delle sue forme senza un impegno diretto nella vita dei partiti (che si pretende, giustamente, di cambiare)? Si possono chiedere agli attori politici di modificare i propri comportamenti, senza aderire ad alcun soggetto politico capace di rappresentanza nelle istituzioni?

Credo che all’appello di Libertà e Giustizia si debba rispondere con un altro appello, che va nella stessa direzione e invita, però, all’impegno diretto: se si vuole cambiare, è il momento di entrare nei partiti politici, a cominciare dal Pd. Altrimenti nei partiti decideranno, come sempre, quelli che i partiti non hanno mai inteso cambiarli. Altrimenti i partiti ringrazieranno per i consigli e continueranno come prima. Come è sempre accaduto, in questi anni. E chi nei partiti cerca di cambiare, continuerà a passare per sognatore.

Il buon uso dell’indignazione, come lo ha definito Roberta De Monticelli, e politiche di governo che sappiano interpretarlo e rappresentarlo sono al centro di un’azione politica che è decisiva per molti di noi.

Quando parlammo di OccupyPd proprio questo intendevamo dire: credo proprio che sia venuto il momento.

Comunque, intanto, qualcuno la Politica la sta cambiando da dentro, o almeno si propone di farlo. Forza giovani, perchè  l’età media del nuovo che avanza oscilla tra i settanta e i novanta. aria nuova, insomma, e anche schemi nuovi: quelli della DC prima di Moro.

Ecco che s’inventa Scalfari (ma ce lo aspettavamo): “Il Pd e il Centro possono allearsi per una legislatura costituente. Possono chiedere a Monti di presiedere il governo. Monti risponderà come crede, ma ove la risposta fosse positiva penso che il Parlamento riunito per eleggere il presidente della Repubblica dovrebbe votare per un nuovo settennato di Giorgio Napolitano. Lui e Monti ci stanno portando fuori dal tunnel. Se il lavoro si deve compiere nessuno meglio di quel tandem può farlo. Napolitano  –  lo conosco bene  –  dirà risolutamente di no, ma se il nuovo Parlamento decidesse in quel senso penso che dovrebbe arrendersi alla volontà dei rappresentanti del popolo sovrano”.

La proposta, se leggete tutto l’articolo su Repubblica, vale per ogni evenienza: se Monti non avesse compiuto del tutto il suo compito, chi meglio di lui potrebbe portarlo a termine? E se l’avesse compiuto,  chi meglio di lui potrebbe ripetere l’exploit? Argoment indiscutibili, insomma. E magari, aggiungo, io non potrebbero pure nominare lo stesso Scalfari ministro della informazione o della cultura?

Dobbiamo fidarci sula parola, perchè Scalfari conosce Napolitano…

“Amici, Romani, concittadini,
vogliate darmi orecchio.
Qui, col consenso di Bruto e degli altri
– ché Bruto è uomo d’onore,
come lo sono con lui gli altri –
io vengo innanzi a voi a celebrare
della democrazia le esequie.”

Caro Pippo, scusa se sono passati giorni da quando hai risposto e firmato l’appello di Zagrebelsky. La società civile è fatta di singole persone e spesso queste persone sono un po’ dappertutto. Intanto grazie di esser intervenuto. Il tema se si debba lavorare da dentro o da fuori per ottenere il rinnovamento è interessante: ma non sono certa che si debba scegliere, o da qui o da lì.
E’ chiaro che tutti siamo utili, in questa fase di assoluta povertà della politica.
I partiti ringrazieranno e faranno come prima? Porteranno per intera la responsabilità della delusione dei cittadini, del loro cercare altrove ciò che questi partiti non sono disposti a dare: attenzione, ascolto, coinvolgimento. Noi di Leg non chiediamo nulla per noi, ma tutto per tutti, come ben sai.
Infine, mi pare che il tuo invito a entrare e occupare voglia dire: solo se facciamo massa e siamo più numerosi possiamo vincere e imporre il cambiamento. Ma secondo me il problema non è solo aggiungere, essere più numerosi. E’ semmai essere più convincenti, più efficaci nelle nostre richieste.
E più umili rispetto al non fatto nel ventennio berlusconiano. Serve una presa di coscienza collettiva del fatto che i guasti siano tanto profondi. Io sono pronta a dire che noi della società civile non abbiamo fatto abbastanza. Ma i politici? Se ne vanno fieri come se la caduta di B. sia merito loro. E se non hanno la modestia di capire la loro modestia, purtroppo c’è poco da fare.
Comunque grazie per la discussione, che proseguirà lunedì 12 a Milano con Zagrebelsky e Saviano. Se vieni ci fai piacere. Abbracci Sandra 

Ma io vedo che si continuano a considerare i partiti in modo un pò astratto. quando si parla della possibilità di cambiarli da dentro o da fuori. perchè con ogni evidenza, non sono, a mio parere, solo il campo del confronto politico e nemmeno solo il luogo della difesa dei politici di professione in se, ocme corporazione. L’aveva già detto Berlinguer, e non solo dal punto di visa morale, che non andava bene l’occupazione che i partiti han fatto di stato e istituzioni. Anche la definzione di Casta data da Rizzo e Stella non è solo relativa ai comportamenti poco etici: la Casta non è fatta solo dai politici che hanno incarichi politici e li gesticono bene o male, ma da quell’intreccio di interesse, posizioni, schiramente che appunto Berliguer deprecava, in quanto si traducevano in una indebita occupazione di posti di potere ovunque. Rizzo Stellaparlan di 2milioni di persone, a vario titolo nteressati ai destini di questo o quel partito. Io credo san anche di più, se si pensa a famigliari, aprenti, amici ecc.  Lo sappiamo tutti quanto sia vasto questo intreccio, e però continuamo a tratatre il problema del potere nei partiti come se fosse legato esclussivamente ai ruoli che alcune persone hanno in hanno in essi, maggioranze o minoranze che siano. Non è così, fosse così sarebbe più facle soppiantare i leadar: ma è che a sorreggerli non ci son solo cordate nterne, ma cordate intrecciate interno/esterno, spesso anche trasversali ai partiti e spartitorie. Il mio non è un discorso etico/morale, è una constatazione sulle strutture del potere.  E qui la faccenda si fa dura, perchè mentre un leader politico può esser teroicamente messo in discussione per la sua gestione sbagliata o i suoi insuccessi elettorali, tutto questo contorno vorace e quotidiano, cerca di sopravvivere comuqnue, ha quella finalità, non altre. La politica è un mezzo per farlo, assieme ad altri. E ci riesce assai bene a sopravvivere o anche a vivere, pure nel caso di sconfitte politiche elettorali forti. Contratta i propri ruoli e posti, se non son più disponibili li sostituisce con altri. Suvvia. ciascuno di noi conosce politici,  funzionari, tecnici, dipendenti a vario titolo della rete interno/estrna del PD o di altri che, quand’ anche restan disoccupati per via di uno spoil system brutale, vengo piazzati altrove, in attesa di poter rientare nel gioco a pieno titolo. Bisogna fare la somma, per rendersi conto dell’entità del fenomeno, che aiuta a capire perchè i partiti sn tanto resistenti  al mutanento, e  perchè non basta la buona volontà di alcuni a cambiarli. Questo fenmeno di rete intrecciata interno/esterno, ha una sua origine storica ragionevole: nei decenni della opposzione difficile, della conventio ad escludendum del PC e del socialismo, chi si dedicava alla politica a tempo pineo non aveva altre opzioni professionali di riserva, spesso. Un dirigente operaiol icenziato alla Fiat dei reparti confino, o un leader che si era dedicato per decenni alla politica anche in situazioni difficili (penso in zone di mafia, ad esempio) andava in qualche modo tutelato se perdeva la sua sola  fonte di reddito essenziale per vivere. Da solo, non trovava alernative: chi era butato fuori da Fiat e indotto per la sua attività sindacale, non veniva assunto nemmeno ina ltre fabbriche.  Ci son persone che han fatto anni di disoccpuazione forzata, per quei motivi. Per questo ci si prendeva cura di lui, procurandogli alternativie, che peraltro eran di pura sopravvivenxa, spesso:, e comportavano provent molto magri e incerti. Oggi il quadro non è quello di lalora, per molti leader e leaderini la politica è strumentale ad altro, persino di più remunerativo. Bisognerebbe tenerne conto, discutendo di certi temi Se no buttiam tempo e parole

d’accordoo FranzPa. Ma resta il problema che questa separazione tra senso condiviso dei cittadini cui si pensa di far riferimento e pratiche partitiche dedite a se stesse è un dato di fatto, oggi più che mai. E quindi il problema c’è…

La crisi di legittimità dei partiti politici (4% di gradimento – Ilvo Diamanti) è pare della crisi più generale che da finanziaria è diventata economica, sociale, di modelli di sviluppo, ecc. e, quindi, anche politica.

Nelle crisi,  i vecchi modelli (e le vecchie classi dirigenti – e qui non si tratta di età) tendono a perpetuarsi,  difendersi  chiudendosi a difesa dello status quo, perché il nuovo fa paura, è un territorio sconosciuto, non si è culturalmente attrezzati per affrontarlo.

Pensare che un partito, ormai sclerotizzato, come il PD possa essere ancora cambiato dall’interno è speranza non solo vana, ma destinata al fallimento.

Cambiare un partito dall’interno sarebbe facilitato se si sapesse  qual è il progetto del partito, cosa non è adeguato ai tempi e cosa si deve cambiare.

Non è questo il caso del PD, che dalla sua nascita non è mai riuscito a crearsi una identità (e quindi un progetto), magari sbagliata ma definita, con la quale poter fare i conti.

È invece un partito autoreferenziale, che ha unite due classi dirigenti già vecchie alla nascita, che tende a difendere una casta che mantiene saldamente in mano le leve dei finanziamenti pubblici, attraverso i quali può assicurare la propria sopravvivenza.

Nel frattempo movimenti, associazioni (per quanto spontanei e di durata più o meno lunga), hanno mostrato che si può fare politica con successo anche fuori dai partiti (vedi referendum).

Anzi, hanno dato l’impressione che si potesse fare buona politica anche nonostante i partiti.

Il punto è che bisognerà abbandonare lo spontaneismo disorganizzato, darsi una piattaforma, credibile e condivisa, non ristretta a obiettivi parziali, ma che sappia affrontare i grandi temi del lavoro, del reddito, della lotta alla criminalità organizzata ed all’evasione corruzione che ne sono il corollario, insomma il grande rema di uno sviluppo più rispettoso delle risorse naturali e dei diritti delle persone.

Non si può ridurre la politica ad un referendum o a quattro temi specifici, pur se importantissimi.

La politica deve avere una visione complessiva, proporre modelli di società che ne comprendano tutti gli aspetti sapendone gestire le contraddizioni e trovando la sintesi.
Imho.

belle parole, ma poi alla politica ciascuno chiede di far qualcosa per il globo terrestre intero (ambiente), di dir qualcosa sul sistema economico (sostenibile), di far proposte per le pari opportunità dei sessi in Italia e in Africa e, anche, di sistemar l’asfalto nella strada dove abita, di metter una panchina in più ai giardinetti, di toglierci le siringhe, di cambiare il menu all’asilo dove va la figlia ecc. Non credo si possano mai contrapporre l’attitudine a guardar ampio e quella ai dettagli, eppure spesso amministrare e far progetti complessivi diventan due cose diverse, molto diverse.

Un esempio: aldilà dell’esser d’accordo o meno sulla TAV, quanto ha pesato nel giudizio positivo che ne han dato Chiamparino prima e Fassino poi l’esser amministratori in Piemonte? Io penso un bel po’…

Credo che, ammesso si possa uscire da questo dualismo parallizzante in sede teorica e concreta, lo si possa fare solo se la politica torna a far crescere le proprie idee a partire dai “dettagli”, quelli che i cittadni vivono. Una “pedagogia” che nn si fondi su quetso rapporto si trasforma sempre in imposizione, e i cittadini non accettano più imposizioni. Se non a “mano armata”, in un certo senso: se ci son del tutto obbligati, anche quando non capiscono e non condividono.

Purchè dettaglio non voglia dire perdere di vista un senso comune. Se no dettagllio vuol dire solo chiusura ed egoismo e in questo di politico vedo ben poco

D’accordissimo. La politica si cambia dentro ai partiti ad oggi ancora gli strumenti di rappresentanza utilizzati in tutte le democrazie avanzate del mondo per incidere sulle scelte politiche di una nazione. Il resto sono gruppi di pressione piú o meno organizzati.

ma anche i partiti son gruppi di pressione, più o meno organizzati. Non lo vedi? Quello che scorgiamo della loro attività, è quel che volgion farci vedere, oppure quel che a loro sfugge atraverso canali imprevisti. Son lobby, non è che la differenza la può fare il fatto che “parlano” usando retoriche e argomentazioni che provengon da fonti e tradizioni specifiche: son retoriche appunto. Anche la lobby delle imprese del farmaco, quando sostiente i propri interessi (alcuni anche indecenti) trova argomenti etici per farlo (la tutela della salute ecc.). Oltretutto, i partiti sono lobby che a differenza di quelle vere e proprie sfuggono quasi ad ogni controllo,  a meno che ci si sia  dentro a alto livello. Questo che scrivo non vuol esser una critica morale, ma una semplice constatazione: l ‘intreccio tra economia, amministrazione, finanza, affari, organismi di partito, gruppi parlamentari ecc. è ormai talmente forte e sovente “invisibile” che è più facile controllar Marchionne che un partito. Questo non vuol dire che io sappia se può esistere qualcosa di rappresentativo che possa fare a meno di loro: certo che siamo in una bella impasse che, appunto perchè non è questione di morale ed etica, è un dura da superare, tanto. Forse, come la Chiesa, dovremo rassegnarci e fare una netta distinzione tra magistero e secolarismo. E magari lo stiam già facendo. Temo

Ancora si crede di poter cambiare i partiti da dentro? Noooooooooooo! Ma allora la storia soprattutto questa recente non insegna proprio nulla!!!!!  Ma come si fa a credere che chi ha potere, soldi  e ottusi sostenitori disposti ad applaudire ad ogni scemenza del capo,  si lasci convincere da una MINORANZA di iscritti a cambiare politica e ancor più a cedere loro il posto di comando!  Chiedo venia a tutti, a Civati in primis, ma i miei anni, se non altro, mi impediscono di credere ancora alle favole. Poi ognuno fa quello che crede o meglio quello che può.

questa discussione riflette un problema mai risolto: se i partiti si posson cambiare democraticamente o meno, da dentro o da fuori, e come. Mi sa che a tavolino la discussione si avvita. I partiti cambiano se c’è un dentro e un fuori che si muovono in modo continuo e sincronizzato tra loro e con le aspirazioni dei cittadini che voglion cambiare. E cambiano FORSE, PURE IN PRESENZA DI QUESTE CONDIZIONI, aggiungo, perchè ci son decenni li a dimostrare il contrario, e cioì che paion sempre morti ma poi camminano come gli zombie. Potrebbe anche essere che, come nel caso dei regimi dittatoriali o comuqnue dispotici, tipo Breznev o franco,  possano ormai cambiare solo per l’avvenuto decesso dei leader. Oppure per qualche catastrofe imprevista (una botta elettorale stratosferica, non possiam neppure dire una grave crisi sociale perchè abbiam visto che han trovato il modo di non pagar dazio….). Io non so che consigliare, appunto, se non far ciascuno la propria parte dentro e fuori, cercando sinergie e potenziandole quando c’è l’occasione,  senza alcuna garanzia di riuscita, purtroppo. La buona volontà conta, ma se non diventa più forte del potere e non resiste alle sue lusinghe, la vedo parecchio dura. Forse occorre davvero un partito nuovo o che rimescli fortemente le carte a sinistra, ma quanto dovrebbe esser lontano dalla politica attuale, per smarcarsi dalla pessima immagine che questa ha. E’ possibile? perchè il centrosinistra attuale non è solo un partito o una coalizione di partiti,ma un conglomertao di poteri che attraversano istituzioni, enti, associazioni, imprese ecc.

Cosa si possa fare ovviamente non è semplice visto il discredito che i partiti, per loro gravi responsabilità , stanno scontando. Certo è che in democrazia i partiti sono fondamentali e penso insostituibili. Cosa invece non sono insostituibili volendo proprio dirla tutta? Prima di tutto  I partiti attuali così come sono configurati colpevoli del degrado della politica nonchè tutti i loro dirigenti politici che ormai  non sono  credibili neppure in casa propria. E’ chiaro che non tutti i dirigenti hanno uguali responsabilità ma è pur vero che nessuno di loro , agendo dall’Interno come piace a Civati e ad alcuni di voi, è riuscito mai a cambiare alcunchè, nè mai ci riuscirà. Questo in politica rappresenta un fallimento di cui bisogna tener conto e far finta che la colpa sia sempre dei cittadini o delle forze politiche avverse è pura cecità che stiamo pagando tutti.

Caro Lorenzo, tutto bello e tutto giusto. Ma come si fa a cambiare i partiti (questo è l’appello) senza partecipare e votare i dirigenti che tu citi? Che senso ha, sinceramente?

Premesso che trovo assolutamente condivisibile il tuo invito, ma mi chiedo, alla luce di quanto accaduto con le recenti primarie laziali, che senso abbia partecipare ad un gioco truccato, in cui chi comanda ne cambia le regole, o te ne impone di nuove per bloccarti nell’angolo o costringerti ad abbandonare.

Comincio seriamente a pensare che l’unica possibilita’ per questo partito sia un’epidemia localizzata di peste bubbonica alla prossima direzione nazionale.

Il PD in questo momento viene identificato con la sua inutile e immobile dirigenza. Con la credibilita’ dei partiti al minimo storico, al tuo legittimo invito sorge spontanea la domanda “ne vale davvero la pena? Perche’ impegnarsi in una cosa del genere, cercare di migliorare un partito che non passa giorno che ci regala una sorpresa, tutta in negativo?”. Tanto vale cercare di redimerne un altro di partito. Pure il PDL, a questo punto. Perche’ proprio il PD?

Con questa iniziativa, LeG sta dimostrando, ancora una volta, che e’ possibile fare politica fuori dai partiti tradizionali, che ormai sono contenitori vuoti da rottamare.

 

Perchè magari perchè i valori di fondo di PD e Pdl non sono gli stessi. E tutto sommato (anc he se c’è molto da cambiare anche dentro il PD) neanche i comportamenti.

Per esempio, quando ha governato il centrosinistra non è stato necesario commissariare l’Italia causa dissesto dei conti pubblici. La democrazia ha potuto fare il suo corso, dopo aver governato il csx ha perso le elezioni e abbiamo avuto il cdx delle mille promesse.

La crisi di fiducia investe tutti i Partiti ma oggettivamente nell’ultimo decennio non hano tutti le stesse responsabilità

 

Sottoscrivo! I partiti vanno cambiati dall’interno. Inutile lamentarsi o sperare che la vecchia classe dirigente si redima: occorre entrare ed iniziare a fare le pulizie.

Esatto Pippo! Si devono occupare tutti i partiti con nuove Persone e nuove proposte per cambiare le vecchie prassi! :-) In democrazia – piaccia o non piaccia – “Una testa, un voto” fanno la decisione!