I funerali sono una cosa seria. Una delle poche che ci sono rimaste. E la pietà riguarda tutti, perché in ballo ci sono cose – tipo la vita e la morte – che non fanno parte del dibattito politico (o non dovrebbero).

Mi ha colpito molto però che abbiano lasciato solo don Verzé ai suoi funerali. I suoi amici politici. I suoi estimatori. Non potevano esserci. C’erano le feste. E non l’hanno potuto accompagnare. Eppure i mezzi per rientrare dalle località di vacanza ce li avevano di sicuro. E di solito, da veri campioni mondiali del presenzialismo, non ne bucano una. E si conoscevano da tanti anni, e lo ricordavano spesso, che si conoscevano da tanti anni.

No, con una breve nota, con un messaggio o un telegramma (freddino, oltretutto), hanno fatto sapere che non ci sarebbero stati. Non c’era Berlusconi, non c’era Formigoni, né la consigliera tanto chiacchierata, per dire, che pare sia stato don Verzé a presentare a entrambi (ma forse non è vero, in almeno uno dei due casi). C’erano solo Cacciari, che si è speso in questi giorni più di altri per ricordare l’amicizia e la vicinanza non solo personale al prelato, e Sgarbi, che è riuscito a litigare, perché se non litiga nessuno si accorge che c’è.

Colpisce l’assenza concomitante. Si saranno sentiti? Si saranno detti, che si fa, si va, o è meglio lasciar perdere? Questa volta, in una versione rovesciata del celebre dilemma morettiano, li si è notati di più perché non c’erano.

Eppure il suo lavoro era un’eccellenza lombarda (dicevano i suoi amici carissimi e fedelissimi), e mi aspettavo un finale con tutti i famosissimi protagonisti riuniti intorno al feretro. Sono stati i “noti eventi” (come li ha chiamati l’officiante) a tenere lontani gli amici di un tempo (l’altro ieri). E la pietà ha lasciato il passo all’opportunità di non farsi vedere, tutti insieme, all’estremo saluto di un amico così eccellente. Che ora può riposare in pace, perché gli ipocriti non si sono presentati.

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