Se non lo avete ancora capito, è questo che chiediamo

Alla nostra classe dirigente, quando parliamo di giovani e dell’importanza di coinvolgerli e di metterli alla prova. Di essere così. Almeno un po’.

Era un grande divoratore di giovani. In essi egli vedeva ogni possibile espressione di insubordinazione a ordini precostituiti; incontrava freschezza di sguardi; cercava il grumo di sensibilità inedite e di intelligenze non ancora addomesticate. Il giovane, oltre ogni retorica generazionale, era nella sua considerazione potenzialmente ricchissimo di umori incontaminati, ovviamente non era inghiottito dai ranghi di alcuna accademia, lucido e verginale, in una sorta di condizione di natura, senza depositi di polvere, né appesantito dai cascami di qualche ideologia, libero da discipline di partito. Dalle parole di un giovane potevano come d’incanto farsi evidenti prospettive impensate. In via di formarsi su una qualsiasi strada, poteva rivelare un talento. E allora Einaudi, come un cacciatore in savane urbane, si apprestava alla cattura della sua preda, sfruttandone l’inesperienza e solleticandone la curiosità, accendendolo di interessi o provocandone una qualche reazione.