Rita Castellani scrive un post magistrale sulla vicenda Unipol-Fonsai e non solo.
Qual è la morale di queste storie, peraltro non ancora concluse?
Che sarebbe stato meglio occuparsi prima delle regole e provvedere, quando si sarebbe potuto e dovuto, a introdurre elementi di concorrenza vera nel mercato finanziario italiano, tagliando privilegi, anche fiscali, e colpendo duramente cartelli e patti di sindacato, taciti o espliciti che fossero.
Che continuare a fare patti sottobanco non aiuta questo paese a cambiare e a mettersi al passo con la modernità e, soprattutto, con le aspirazioni di tanti giovani che vorrebbero esprimere la loro professionalità, continuando a viverci. Ma non possono, perché tutto è chiuso in un cerchio di famiglie, poche e sempre più ricche, il cui interesse a non far circolare il capitale è accuratamente salvaguardato, anche da un sistema fiscale che premia patrimonio e rendite e punisce il profitto d’impresa come i redditi da lavoro.
Che è ora di svegliarsi, e di pensare al Paese, invece che a farsi amici “i potenti”, o il Paese deciderà a modo suo, avendo cominciato a capire che, in ogni caso, continuando per questa strada, si rischia di andare a finire sempre peggio. E questo “peggio” non si può più sopportare.
Molti in questi giorni mi scrivono. Torna insieme a Renzi, con i toni che usarono Elio e le Storie Tese nei riguardi dei Litfiba. Altri mi invitano a rilanciare gli antichi «piombini», che nel frattempo sono un po’ invecchiati. Altri ancora a immaginare un patto generazionale perché non se ne può più dei «soliti» (i dati elettorali lo dimostrerebbero, «a loro insaputa», maligna qualcuno).
Per dare il mio contributo alla causa (i miei two cents), allora, ho pensato di mettere a disposizione il mio piccolo libro, ‘offrendolo’ a tutti quelli che ho incontrato in questi anni, con cui ho condiviso una parte del percorso politico all’interno del Pd, nelle piazze e per le strade d’Italia.
Un libro in regalo agli amici e ai compagni di viaggio, perché rispondano alle dieci ‘cose’, aggiungendone altre o correggendo quelle che sottopongo al loro giudizio, per poi raccoglierle tutte quante in un testo che nelle intenzioni potrebbe diventare un programma politico ed elettorale condiviso ed essere messo a disposizione sulla rete in vista delle prossime politiche (che sono sempre più prossime, tra l’altro).
Un piccolo libro in regalo, a cominciare da Ivan Scalfarotto, con cui siamo partiti, a Marco Simoni, che sta a Londra, e ne ha appena scritto uno molto bello, di libro, che si chiama Senza alibi (senza sapere che il mio libro inizia proprio così).
Partendo da Debora Serracchiani, con cui abbiamo riempito quella piazza bolognese di partiti e movimenti, per arrivare allo stesso Matteo Renzi, anche perché io ho letto il suo (così facciamo pari).
E poi a Salvatore Vassallo, con cui abbiamo discusso a lungo di primarie e di riforma dei partiti. A Roberto Balzani, sindaco a Forlì, con cui mi trovo sempre in sintonia e che ha scritto un libretto favoloso sul suo lavoro di sindaco.
Ad Alessandra Moretti, che a Vicenza è vicesindaco, e a Cristiana Alicata, esperta in missioni impossibili. A Ilda Curti, in giunta a Torino, tra urbanistica e stranieri. A Eugenio Comincini, sindaco di Cernusco sul Naviglio appena rieletto a furor di popolo. A Damiano Fermo, che a Verona non è stato eletto per un soffio. Ad Andrea Sarubbi, che se no ci leggiamo solo i tweet.
A Nicola Dall’Olio, che è arrivato secondo alle primarie di Parma (e incrociamo le dita, perché lì si scivola). Ad Antonio Decaro, che è un amministratore pugliese tra i migliori. A Massimo Canale, che è uno bravo, dove è la battaglia politica è più difficile (Reggio Calabria). Ad Anna Maria Angileri, che a Marsala la vogliono espellere dal partito perché voleva fare le primarie (pensa un po’).
Solo per fare alcuni nomi, perché ce ne sono tanti altri e non vorrei dimenticare nessuno.
Vi mando le ‘mie’ dieci cose, voi segnalate le ‘vostre’. E lavoriamo insieme, partendo dalle idee, e non solo dall’età. E non per scalare il Pd, che per quello ci sono i Congressi, ma per dire qualcosa al Paese. Se ci riusciamo. Al più presto.
Domani, a Monza, dopo il comizio di Piero Fassino, in piazza Roma, alle 18, presenterò il mio piccolo libro in piazza Trento e Trieste, alle 21, presso il Bar del Centro.
Venerdì, alle 18, sarò a Desenzano (Bs), a fare la stessa cosa e ‘chiudere’ la locale campagna elettorale, per poi tornare in Brianza.
Infine, sabato sarò a Bologna, la mattina, per partecipare a un convegno particolarmente interessante, soprattutto per una certa presenza.
Da tempo ci sto riflettendo, su questa cosa che Crosetto denuncia.
In realtà, mi sorprende che nemmeno lui abbia capito che per Berlusconi l’imposizione a Formigoni e alla Regione più bacchettona d’Italia di Nicole Minetti sia stato un messaggio potentissimo. Una manifestazione del potere berlusconiano giunto al parossismo, un gesto iconoclasta e terminale.
Se si vuole, una sorta di indizio, come quello dei serial killer, che vogliono, inconsapevolmente, essere fermati. Peccato che non ci fosse nessuno a farlo, nel Pdl e in una larga parte dell’opinione pubblica.
Del potere berlusconiano Minetti non era un’eccezione, era una regola. Era una sua manifestazione plateale (e in Berlusconi tutto è stato plateale, se ci pensate) e un suo inveramento. Plastico, direi.
Anche perché per mesi, in quei corridoi, non si è fatto altro che parlare di lei e dell’incredibile profluvio di gossip che portava con sé (e succede ancora, anche ai palati più fini).
In un clima da caserma, perché quasi tutti gli altri sono maschi, come accade spesso nella politica italiana, e come capita soprattutto in Lombardia, dove Formigoni non ha mai fatto mistero della propria misoginia politica (ha avuto addirittura una giunta composta per anni da soli uomini, nella precedente legislatura, senza fare un plissé).
E sapete perché ne sono convinto, fino in fondo? Perché Berlusconi non aveva alcun motivo reale (politicamente) per farlo. Non certo per soldi, che non ci crede nessuno che Berlusconi non potesse assicurare un ‘fisso’ alla sua ‘ragazza’. No, lui voleva fare quello che ha fatto. Precisamente quello che ha fatto. Fare di Nicole Minetti un consigliere regionale. Come gli altri, che poi inevitabilmente avrebbero finito per assomigliarle (cercate di capire che cosa intendo dire), nella percezione delle persone. E sapeva che Formigoni avrebbe accettato, ma per motivi diversi, opposti, convinto com’era e com’è di essere «intoccabile»: il rovescio di Berlusconi, che invece era «toccabilissimo» e non ha mai fatto nulla per dissimularlo.
Ora Formigoni dice che Minetti gliel’ha presentata don Verzé (l’uscita, se ci pensate, è irresistibile). Ma la verità è che Minetti è la manifestazione del manierismo tipico del berlusconismo compiuto, nella sua fase più matura. Che non a caso è finito così, con un Parlamento a votare per Ruby-nipote-di-Mubarak e non con le riforme epocali che tutti attendevano. Quelle non sono mai arrivate.
Comunicato stampa. Ballottaggio Monza, Civati (Pd): “Sostenitori Mandelli scelgono linea perdente. Loro hanno cercato di cementificare la città, noi cambieremo davvero”.
Monza, 16 maggio 2012 – “In questi ultimi giorni di campagna elettorale in vista del ballottaggio, per cercare di rimediare al crollo di consensi registrato al primo turno, i sostenitori del candidato del Pdl a Monza scelgono la linea perdente, quella in stile “zingaropoli” adottata l’anno scorso dalla Moratti per cercare di recuperare invano su Pisapia. Affermare, come abbiamo letto oggi su dei nuovi volantini pro Mandelli, che con Roberto Scanagatti Monza diventerà una città piena di casermoni e di cemento, significa prendere in giro l’intelligenza dei monzesi, che hanno ben compreso come sia stato proprio il partito che sostiene l’elezione di Mandelli ad aver cercato per cinque anni di approvare a tutti i costi una variante che avrebbe inondato di cemento la nostra città. Per cambiare davvero bisogna votare Roberto Scanagatti”.
Le Officine Tolau intervistano Peter Gomez, a proposito del M5S e di una delle ragioni che, guarda un po’, hanno portato alla sua straordinaria affermazione elettorale (che il dato di Parma confermerà, in ogni caso).