Archivio mensile Archivio: ottobre 2011

Chi ha paura del referendum elettorale?

Noi, no. Proprio no.

Guerra e pace

«Differenze ci sono, per questo mi "colpisce" l'uso delle parole, anche quando sono le stesse il senso non lo è».

Lo scrive Antonella su Twitter, e «colpisce» me, che sono mesi che cerco una formulazione così.

Il problema è che non c'è solo un problema, ce ne sono molti.

Che Bersani ha dato risposte pessime a Renzi, e totalmente inadeguate. Che ci mancava solo il dibattito sugli «scalci» degli «asini», in effetti, nell'Italia del 2011, per fare una figura da idioti.

Che Renzi è stato sullo schema del Lingotto 2007 e ha detto le stesse cose della Leopolda 2010, ma le dice con energia. E con la passione che trova in chi ascolta. E ha rotto lo schema, solo un cieco non lo vedrebbe. E lo schema, per di più, è sempre più fragile. E solo chi è dentro lo schema, senza mai guardar fuori, può non rendersene conto.

Che se si dice che «le primarie saranno aperte» il venerdì, non si può dire che «il candidato lo sceglie la direzione del Pd» il sabato.

Che il problema è – come ho cercato, nel mio piccolissimo, di dimostrare – di costruire una politica basata sul confronto, non sulla banalizzazione dell'avversario. Sul rispetto degli altri, delle cose che dicono e dell'impatto che hanno.

Che l'ospitalità è accogliere, ma anche andare a trovare. Fermarsi il tempo necessario, discutere, mandarsi a quel Paese, ma cercare la soluzioni dei problemi. Non un problema da aggiungere a quelli che ci sono già.

Che, insomma, un altro problema è quello di confrontarsi, di esserci, all'insegna di una presenza politica di cui il Paese (e anche il Pd) sente la necessità.

Che lo schema da guerra e pace, è sbagliato. Perché personalmente non sono andato a fare la pace, chez Renzi, ma a chiedere l'interlocuzione politica necessaria. A lui e agli altri. Né Canossa, né Teano, perché eravamo solo in una stazione di Firenze, dove c'eravamo già visti, oltretutto. Sono andato perché chiedo di non avere paura del confronto, e voglio dare il buon esempio, in un dibattito politico devastato dai «carnefici» (anche travestiti da vittime) e dall'«imbecillità».

 

Che la rivoluzione sta nei gesti, negli atteggiamenti, nell'uso delle parole, appunto.

E che quel Pd di cui tutti parlano senza averlo visto mai, non è né il Pd della chiusura in se stesso, né il Pd in outsourcing, in cui siano quelli fuori a dettare la linea, ma una straordinaria via di mezzo.

Che ci vuole un luogo dove confrontare tutte le cose, e arrivare alla sostanza del problema, in modo democratico, senza farla troppo facile. E però ci vuole anche che chi si candida possa farlo, con i propri voti. Dal basso, verso l'alto.

Ecco che cosa abbiamo inteso dire a Bologna e intendiamo dire con #occupyPd. E anche se sembra assurdo a tanti, è questa la soluzione del problema.

Non finisce qui, insomma, anzi: abbiamo appena iniziato. E il tempo stringe. Ma non per noi, noi no, possiamo andare avanti così tutta la vita. Parlo del Paese. E delle cose da fare.

(la colonna sonora è questa)

Nel frattempo, a Cassinetta di Lugagnano

Ieri, l'articolo del vostro affezionatissimo per l'Unità.

«Terra!» Questo deve essere il grido della nuova politica. All’orizzonte, affacciandoci alle finestre, vediamo quasi dappertutto un forsennato sfruttamento del territorio, che spesso è all’origine di fenomeni come quello che ha devastato il Levante ligure. Non è più possibile stare a guardare o prendere tempo. Chi ha responsabilità istituzionali deve agire, e subito. A Cassinetta di Lugagnano proprio oggi si radunano centinaia di persone per dire stop al consumo di suolo. Cittadini, amministratori, movimenti, anche locali, danno vita a una grande mobilitazione nazionale, in difesa del suolo, del paesaggio e anche del cibo e dell’agricoltura: un tema che, pensando all’Expo 2015 (se terrà fede ai suoi principi), ci parla anche della fame nel mondo e di come combatterla.

Il primo passo, a casa nostra, è mutuare quello che è stato fatto a Cassinetta, che ha varato il consumo zero di territorio, oppure Desio, in Brianza, che ha tagliato del 60% il cemento autorizzato dalla precedente amministrazione della destra, sfidando anche poteri forti e occulti.

Ora è la politica che si deve rendere conto che il contrasto del consumo di suolo e la difesa del paesaggio sono temi nazionali, di primaria rilevanza. A tutte le latitudini, perché anche quelli che si sono ripromessi di difendere il «sacro suolo», in questi anni, l’hanno cementificato, a cominciare da tutto quello che sta attorno al pratone di Pontida.

Servono prima di tutto piani territoriali di nuova generazione: bisogna dare regole, come quelle che propone Legambiente in Lombardia, con una legge di iniziativa popolare sostenuta dal Pd.

Vanno percorse strade alternative, che ci sono e che sono a portata di mano. E che passano dal recuperare il più possibile quello che c’è: dalle aree industriali dismesse ai centri storici che in molti comuni del nostro paese (non solo in Lombardia ma un po’ ovunque) sono abbandonati al proprio destino. Al censimento dello sfitto e a una nuova norma sugli oneri di urbanizzazione, che non possono essere utilizzati per coprire le spese correnti.

In molti casi si preferisce continuare su una strada insostenibile. Sempre in Brianza, provincia per certi versi dei record, più del 60% del territorio è coperto da case, capannoni, mega centri commerciali. Ma nonostante questo, il Comune di Monza (Lega-Pdl), sede ministeriale (!), ha dato il via libera a quattro milioni di metri cubi, anche in piena zona di esondazione del Lambro, nella pregiata area agricola della Cascinazza.

Per cambiare il Paese, bisogna cambiare lo sguardo su quello che ci circonda. Da Cassinetta di Lugagnano, dalla provincia profonda, arriva un messaggio che la politica deve raccogliere. Oggi o mai più.

Dammi solo un minuto

Messaggio alla nazione democratica

E quasi democratica. E non ancora democratica: tutti alla manifestazione del 5 novembre, ma tutti tutti tutti però, per incominciare. Non siamo mica qui a tweettare e basta… #occupypd

Quello che vorrei dire

L'ha già detto Enico, a proposito di Leopolda e di OccupyPd.

#occupyPD

Qualche giorno fa avevo parlato di Opa (democratica!) sul Pd. Falce73 su Twitter trova la chiave: è #occupyPD.

Lo trovo geniale. Occupiamo il Pd. 'Costringiamolo' ad avere coraggio, a cambiare il Paese. Facciamolo, al di là dei politicismi, delle alleanze, dei posizionamenti.

Facciamolo, però.

L'evoluzione della specie

«Lascio le parole non dette e prendo tutta la cosmogonia e la butto via e mi ci butto anch'io».

Ribadisco i miei migliori auguri alla Leopolda numero due (quella convocata con l'immediata precisazione che noi, quelli della Leopolda numero uno, non ci saremmo stati). Sono sinceri, non di cortesia. La ritualità l'abbiamo già abolita lo scorso anno.

«Svincolarsi dalle convinzioni, dalle pose, dalle posizioni».

Non credo nemmeno che il problema sia di personalità che si scontrano: nessun dualismo, nessuna polemica, non interessa a nessuno. Soprattutto in questo momento. Fare i D'Alema e Veltroni in versione gormiti fa riderissimo. Dai.

«Applico alla vita i puntini di sospensione».

Nessuna sottovalutazione del fenomeno, perché il fenomeno c'è tutto. E il 1994 ci insegna che i fenomeni non vanno sottovalutati. E l'esito è incerto, sotto ogni punto di vista. Perché le vecchie consuetudini non valgono più. E se forse non sono tutti dinosauri, esiste la «dinosaurità», potremmo dire.

«Che nell'incosciente, non c'è negazione».

Nessuna banalizzazione, anzi. Solo uno sguardo diverso sulla rivoluzione che tutti si attendono, e in cui noi crediamo fermamente.

Perché deve cambiare la politica, che in Italia lascia sgomenti. E però si fa con la relazione, questo cambiamento. Con la rete. Con il confronto. Non certo con la parola solitaria.

E deve cambiare il modo di concepire la leadership. Se è quella unilaterale e dalla parola roboante, o quella più dolce e però ferma e rigorosa, che sa coinvolgere e spiegare.

E fatevelo dire da uno che studia il Rinascimento, ci vuole il ritorno anche di cose antiche, non solo la liquidazione dell'usato.

E deve cambiare anche la sinistra, che però non deve diventare destra, perché l'abbiamo già vista, questa storia, e non è che ci sia piaciuta più di tanto. E non è che sia moderno, chi la pensa così.

Il problema non è la caduta, ma l'atterraggio o, se preferite rimanere in metafora, il problema non è l'esplosione primigenia, ma l'accrescimento, come nota Samuele. Quale universo ci attende, insomma. E dove saremo noi.

«Oggi ho messo la giacca dell'anno scorso, che così mi riconosco».

Per quanto mi riguarda, dico le stesse cose che dicevo un anno fa. E però c'è stata un'evoluzione. Della specie. Anche di quella democratica. Ci sono state supernove referendarie, la casta in fiamme al largo dei bastioni di Orione, buchi neri elettorali, esplosioni nucleari del nucleare, comete civiche e nuove costellazioni.

E il mondo è cambiato sì, ma non perché tutti si stiano chiedendo quale sarà l'assetto del centrosinistra alle prossime elezioni. O il destino di questo o di quel leader, che poi fa indignare, questa cosa che parliamo sempre di noi stessi.

Dopo il momento rivoluzionario, ciò che ci interessa è l'evoluzione della specie. Come farlo, come dare più uguaglianza (e concorrenza leale), come premiare chi rischia, come dare pensioni a chi non le prenderà, come dare integrazione a chi non ha cassa, come ridare fiato a questo Paese, che è senza respiro. Come far uscire dall'era glaciale i giovanissimi, congelati per una generazione.

«Un ultimo sguardo, commosso, all'arredamento, e chi si è visto, si è visto».

Non è questione solo di come si raccontano le cose, e del modo di farle: è il momento di rivolgerci alla sostanza, alla vita materiale, alle cose ultime. Che sembrano essere una galassia lontana. Dalla politica italiana, certamente.

Tutto dipenderà da come useremo il nostro tempo, d'ora in poi. Da come ci rivolgeremo al mondo della vita. E dalla costanza che ci metteremo. E dalla passione che ci accompagnerà.

(grazie a Morgan)

La politica del domani (domani)

Domani a Cassinetta di Lugagnano succederà una cosa importante, anche se non ne parla (quasi) nessuno.

Un'iniziativa di rilevanza politica nazionale. E non lo dico per far torto a quell'altra, di Firenze, ci mancherebbe.

Lo dico perché si parlerà di consumo di suolo, di tutela del paesaggio, di promozione e dell'agricoltura e del cibo, per tutti e di qualità.

Un messaggio alla politica nazionale, che finora ha fatto poco e male, e un altro all'Expo 2015, perché non sia (paradossalmente) l'Expo del cemento.

Ne abbiamo parlato a Bologna, con molti dei protagonisti di questa battaglia, grazie soprattutto a Paolo Pileri e al suo lavoro straordinario. Ed è una delle nostre campagne principali, che vorremmo attraversassero il Paese.

L'abbiamo chiamata «Terra!», perché è quello che vorremmo vedere, all'orizzonte, quando ci muoviamo per la penisola.

E è «una grande alleanza», di quelle che ci piacciono, come ha scritto oggi Carlo Petrini su Repubblica:
 
«Dopo i campi di sterminio, stiamo assistendo allo sterminio dei campi». Parole di Andrea Zanzotto, il grande poeta che ci ha da poco lasciato all´età di 90 anni. È una citazione famosa, che chi si batte contro il consumo di suolo (Stefano Rodotà, Salvatore Settis, Alberto Asor Rosa, Luca Mercalli, Luca Martinelli) giustamente conosce e non esita a utilizzare.
 
[...]

Chi legge con attenzione i giornali, i più diffusi o quelli più piccoli locali, sa che i temi della difesa del suolo libero dalla cementificazione e la tutela del paesaggio sono tra quelli che stanno più a cuore ai cittadini. Normalmente gli articoli che ne parlano e che appaiono su queste pagine sono quelli che scatenano più e-mail di commento, ma soprattutto segnalazioni di cittadini che si oppongono alla costruzione di una zona industriale in un´area agricola, alla devastazione di tratti di costa, a piani regolatori scellerati, alla rovina per sempre del profilo di meravigliose colline e valli. Le denunce continuano a migliaia in tutto il Paese, dai casi più eclatanti ai piccolissimi scempi che rosicchiano minime porzioni di suolo fertile. Ora finalmente ci sarà un vero strumento per passare all'azione, entriamo nel vivo rispetto a un tema dove l'hanno sempre fatta da padrone grandi speculatori, poteri forti e l'interesse di pochi contro quelli della collettività.

Eccoci, noi ci siamo. E la politica italiana, vedrete, se ne farà una ragione.

Ve l'avevo detto

Adesso son tutti preoccupati. Peccato che sia un anno e passa che qualcuno lo dica, che bisogna occuparsi del M5S.

Che si devono capire le ragioni di quel voto, che non sono poi così difficili da capire.

Che bisogna studiare le soluzioni e rinnovare un patto con i cittadini, perché al M5S non è che puoi proporre un'alleanza come faresti con Casini, per dire.

Che c'è da capire che il problema principale è quello della credibilità e della fiducia, non quella del Parlamento, ma di tutti gli altri, che sono il 99%. E passa.

Che è per quello che l'argomento dei costi della politica è così importante, anche se sembra secondario parlare di vitalizi (e invece).

Che ci sono temi che bisogna prendere in considerazione, come il grande argomento dell'ambiente e dell'innovazione, che sembra di stare nel Neolitico, in questo Paese.

Che ci sono giovani per cui, come dice Grillo, quelli là sono già morti, e non è cattiveria, è che fanno l'effetto che faceva Fanfani quando ero piccolo io.

Che ci sono elettori che sono nati dopo il 1994 e che andranno a votare, la prossima volta, e hai voglia a spiegargli un sacco di cose, a questi qui.

Che anche le cose che ci sembrano 'sbagliate', in politica, vanno capite. Come era successo per la Lega, agli inizi, che tutti ridevano e poi avete visto come è andata a finire.

Che il problema nostro è in provincia, dove c'è meno voto di opinione, o forse, meglio, l'opinione si misura in chilometri di distanza dai posti dove si prendono le decisioni.

Che non è un fatto che riguarda solo la distanza dalla politica, ma il tema è quello del «dove vanno a finire i nostri soldi», in tutti i sensi. E chi li controlla. E chi decide, sempre di più, al posto nostro.

Che l'unico a parlare in termini critici delle banche e del sistema finanziario, è stato Grillo, ancor prima di scendere in campo, anzi nel prato di Cesena (perché c'è il pratone di Pontida, e ora c'è anche questo).

Che la cittadinanza è un tema che la politica deve riscoprire. So che è assurdo. Ma la politica non è una professione, ma una disposizione dell'animo. E un'intenzione, soprattutto. E le intenzioni, da noi, sono state così sbagliate, per così tanto tempo, che le persone (non la gente, le persone) non ne possono più.

Che forse è il caso che tutti si guardino questo documentario, commissionato dal vostro affezionatissimo, che ci dice parecchie cose. Per agire di conseguenza. Per una volta. La volta 'buona'.