Il "costi quel che costi" della politica

E troppo potere. La più grande responsabilità della politica di questi anni – soprattutto di destra, ma anche di sinistra – è avere lasciato che aumentassero le differenze di reddito, che i salari precipitassero, che il Paese si dividesse in due, tra ricchi che lo sono sempre di più e soggetti che poveri non pensavano di essere (o non pensavano di poter diventare). La politica, in tutto questo, si è posizionata nella prima parte della popolazione, aumentandosi prebende, privilegi, consulenze, premi, regali, in controtendenza rispetto al generale andazzo di salari e precari e altre cose che sono successe senza che nessuno facesse nulla. Tutte forme legali, quasi (!) sempre, quella della politica della Seconda Repubblica. Che hanno – per tutto quanto premesso, ancora di più – qualcosa di immorale. Si pensi alla corsa per fare il consigliere regionale (per non dire dei parlamentari), spesso determinata dalla possibilità di cambiare status sociale. Ve la dico così, facile facile: farei questo lavoro anche se fosse pagato la metà. Anzi, credo che se fossero pagati la metà, il consigliere e il parlamentare, a queste cariche concorrerebbero persone più motivate, con qualcos’altro da fare, nella vita, senza cercare di perpetuarsi in posizioni di rendita, politica ma anche economica. Costi quel che costi: ecco i veri costi della politica. E i motivi dell’anti-politica, una fonte inesauribile, rinnovabile, come poche altre cose che riguardino l’Italia nel 2010. Siamo diventati un popolo di gini, proprio nel senso di quel coefficiente (quello di Gini, lo statistico) che dovrebbe essere il vero discrimine tra buona e cattiva politica. Chissà quando (e se) lo capiremo.