Wittenberg e il progetto

Questa volta non sarò breve. Da tempo rifletto e raccolgo, dalla piccola Wittenberg nella quale risiedo (fisicamente e politicamente), alcune tesi sul Pd e sulla politica in generale. In questi giorni di infatuazioni e di innamoramenti, di primavere e di obamate (nei pochi sensi deteriori in cui si può concepire il termine), di candidati segretari al posto di Franceschini che non fanno nient’altro che mantenere viva una sola ipotesi (cioè lo stesso Franceschini), vorrei che si tornasse a parlare del progetto politico. Mi pare che sia quello che manca, no? E non mi pare che ci stia lavorando nessuno, no? E forse sarebbe il caso di arrivare a ottobre con qualche idea sparata, no? Ve ne butto lì una: ma il Congresso noi lo vorremo fare burocratico e old style o provare a fare qualcosa di nuovo e di diverso? Gli amici che si erano detti disponibili a lavorarci ci sono ancora o si sono già stancati? Era tutta questione di nomi, insomma, o c’era della sostanza, dietro alla nostra preoccupazione? Domande che si assiepano, anche alla luce del clima delle ultime ore. Metti una sera a Sovico, per esempio. Un nostro consigliere mi dice: vi rendete conto che la gente non si fida più, che la disaffezione è tutta lì, ancora intatta, e che i famosi progressi delle ultime settimane sono percepiti soprattutto da noi, e che la cosa non si risolve con la rappresentazione di qualcosa di nuovo, ipergenericamente inteso? Che ne dite, ci mettiamo a lavorare e a produrre qualcosa, oltre alle tante chiacchiere (le mie comprese, è ovvio)? E, come già chiedevamo sabato scorso, qualcuno ci vuole parlare di cose da fare, al di là delle belle parole? Sarebbe importante.