Obamako, diablogo africano, vol. 8

Sono all’aeroporto di Bamako, in partenza per Parigi, e poi per Milano, per iniziare una settimana qualsiasi, come se niente fosse. In cuffia c’è un po’ di tutto, per cercare di pensare il meno possibile. Ma è con i Sigur Rós, che c’entrano poco o niente con il Mali, che mi è venuta voglia di scappare. Di non tornare più in un paese in cui si può anche stare via dieci giorni perché tanto non succede niente. In cui tutto quello che ho visto in queste giornate infinite finisce sotto il capitolo ‘sicurezza’ e ‘paura’, degli altri, del diverso, di tutto ciò che non si può ‘ridurre’. Di un paese che discute (ancora) di conflitto di interessi, di Veltroni e D’Alema, di Partito del Nord, di giovani contro vecchi (e, soprattutto, di vecchi contro giovani), di ricambio senza cambiare un accidenti, di riforme senza riformare nulla, di politica senza farne che pochissima. Perché anche da qui sembriamo così maledettamente provinciali e stanchi e vecchi (anche i giovani) che viene voglia di sbagliare. E imbarcarsi in una sfida diversa. Nuova. Giovane. E magari appassionante. Chissà.