Sono all’aeroporto di Bamako, in partenza per Parigi, e poi per Milano, per iniziare una settimana qualsiasi, come se niente fosse. In cuffia c’è un po’ di tutto, per cercare di pensare il meno possibile. Ma è con i Sigur Rós, che c’entrano poco o niente con il Mali, che mi è venuta voglia di scappare. Di non tornare più in un paese in cui si può anche stare via dieci giorni perché tanto non succede niente. In cui tutto quello che ho visto in queste giornate infinite finisce sotto il capitolo ‘sicurezza’ e ‘paura’, degli altri, del diverso, di tutto ciò che non si può ‘ridurre’. Di un paese che discute (ancora) di conflitto di interessi, di Veltroni e D’Alema, di Partito del Nord, di giovani contro vecchi (e, soprattutto, di vecchi contro giovani), di ricambio senza cambiare un accidenti, di riforme senza riformare nulla, di politica senza farne che pochissima. Perché anche da qui sembriamo così maledettamente provinciali e stanchi e vecchi (anche i giovani) che viene voglia di sbagliare. E imbarcarsi in una sfida diversa. Nuova. Giovane. E magari appassionante. Chissà.
Obama nomina Hillary segretario di Stato a patto che Bill riveli l’elenco dei suoi finanziatori. Un fatto di straordinaria importanza, che rompe con l’epoca delle ambiguità della junta Bush-Cheney e che appare inconcepibile nell’Italia di B e del solito conflitto di interesse (c’è ancora qualcuno che si stupisce?). Leggo da Repubblica.it (qui il testo dell’articolo): «L’ex presidente [Clinton], scrive il New York Times, ha acconsentito a svelare le identità di oltre 200 donatori della sua fondazione, accogliendo così una condizione precisa richiesta da Obama».
Siamo sulla strada di casa, e tutto il viaggio passa veloce, come in un piano-sequenza. La partita a pallone prima che scenda la sera, a Timbuctù, le scuole dei villaggi e quelle della capitale, i bambini a cui dare tutto quello che si può, Abdou, il piccolo Obama, il deserto, il grande fiume che serve a tutto, le capanne dogon e la Falaise, le vie di Bamako, i pannelli solari per un po’ di luce e un po’ di acqua, la cooperazione pressoché inesistente, i colori delle donne, i campi di miglio e di scalogno, la povertà, la dignità, il primitivo e la globalizzazione, il mistero delle tante etnie che popolano questo paese, che da solo è un po’ come tutta l’Africa. Le ultime immagini, le più belle, sono quelle di Mopti, al tramonto, il suo porto fluviale, i pescatori, le pinasse stracariche, la miseria tremenda che il Niger fa sembrare più dolce. Al bar Bozo, all’inizio del porto, si incrocia il resto del mondo, una coppia costaricana, una ragazza olandese, una famiglia inglese, ed è un punto di vista semplicemente straordinario. E’ tempo di tornare. E di lasciare depositare le suggestioni di un viaggio che non dimenticheremo.
Sottotitolo: del requin o della globalizzazione. Il Punto G di Bamako (evitare battutacce) è un punto panoramico da cui si ammira tutta la città, le sponde del Niger (calmo e placido al passaggio dello sguardo) e l’umanità che si muove. Preferibile al tramonto. Intorno si aggirano gli studenti di medicina, che ripetono come si fa in biblioteca, o forse in un luogo di culto. Tutto è calmo, ma è presto per affermarlo con certezza, perché tra poco si ritorna in città, dove ci sono tutti. E non è un’espressione enfatica: nelle città africane, per le strade e nelle piazze, ci sono proprio tutti. Gli abitanti della città e delle cittadine che noi, abituati alle metropoli europee, diremmo dell’hinterland. Per tornare in città, niente «taxi». Si prende un taxi collettivo, mezzo che impazza qui in Mali, nella versione requin. Ovvero, non un pullmino, proprio un taxi che si collettivizza, riempiendosi della bellezza di dieci persone. Tre davanti, quattro in mezzo, tre (noi) dietro. E in mezzo anche due bambini, che solo il nostro provincialismo mi fa vedere come i bambini che stanno sulle attrazioni di Gardaland. Il requin, del resto, lo chiamano così, perché sembra un pesce, uno squalo nella traduzione letterale (ma preferisco pensarlo come un delfino), che sobbalza sui suoi esausti ammortizzatori, parte con la spinta e sfruttando la discesa (anche in presenza di incroci), prende quasi tutte le buche, arriva a destinazione in un piazzale con un sacco di suoi simili, che si ristorano, che vengono riparati, che forse nemmeno riusciranno a ripartire. Siamo in tanti, forse troppi, alle prese con un mondo che ci stringe, a volte ci mette l’uno contro l’altro, che ci sopporta a fatica. E che forse nemmeno può permettersi così tanta umanità. Ma siamo tutti sullo stessa barca. Volevo dire: sullo stesso requin.
Visto da Timbuctù, tutto sembra irreale. E’ questa misteriosa città ad esistere, mentre il mondo appare come una fata morgana. Come il Pd, alle prese con la propria impossibile traversata nel deserto, che ricomincia daccapo, ogni giorno, cancellando le tracce degli innumerevoli percorsi già tentati (azzardati?) in precedenza. Come il mondo, che ritrova il fanatismo e la violenza. Come la guerra e la globalizzazione, che arriva fino alle porte della città, tra Marco Polo, Calvino e Salvatores. A Timbuctù, l’ombelico del mondo, i rom sono i tuareg, le migrazioni una componente essenziale, la miseria è dignitosa, e tutto è un po’ sacro per davvero. A Milano dicono che nevichi, e qui la sabbia fa lo stesso effetto. Si deposita, rende soffici le piste, attutisce i contrasti, confonde le cose. E fa pensare che tutto sia possibile. Anche se poi, lo sappiamo, il mondo là fuori è un’altra cosa.
A proposito di cose che riguardano noi italiani (espressione impegnativa come poche altre), avete presente l’argomento: "Bisogna aiutarli al loro paese", con cui la destra chiude tutte le discussioni circa l’immigrazione? Ecco, vorrei almeno che li si aiutasse, nel loro paese, e magari avviare dei bei progetti di cooperazione. Quando torno ne parlo ai colleghi della Lega, che chiudono i phone center (come quello da cui scrivo), e i kebab, e le moschee. Vediamo chi ci sta (vi prego, non commentate: conosco già la risposta).
Cambiando registro, perché anche se scrivo da Timbuctù siete pur sempre su ciwati, propongo la costituzione del nucleo speciale anti-turisti italiani molesti, con ritiro del passaporto e rimpatrio immediato. Dopo aver ascoltato in un villaggio della falesia dei Dogon (tra bambini con il pancione e donne che alimentavano a braccia il bagno del punto di ristoro), un gruppo di idioti-nel-mondo parlare per due ore di diete (giuro), amatriciana, riso-in-tutte-le-salse, chiedo ufficialmente che il governo B provveda, mandando dei corpi scelti in giro per il mondo per limitare il disagio di essere italiani, esposti al ludibrio internazionale. "Difficile perdere peso, dipende dal metabolismo". Sono cose che non vorremmo sentire, non qui, non da persone che parlano la nostra lingua, e che poi magari tornano e ti spiegano com’è l’Africa. Già.
E’ in assoluto il più impegnativo post dell’ormai lunga storia di questo piccolo blog. Lo scrivo da Timbuctù, all’ombra dell’ultimo sole e della grande moschea. Siamo alla fine del mondo, anche se Timbuctù non è più "la fine del mondo", ma un luogo di grandi nostalgie per tutti, per i tempi d’oro (in senso letterale) e per gli affetti lasciati a casa o in giro per il mondo. La fiamma della pace celebra la fine del conflitto tra berberi e tuareg là dove inizia (o finisce?) il deserto, e questo è un crocevia di carovane, di percorsi, di traiettorie. Ce le illustra il piccolo Abdu, una wikipedia tuareg in formato tascabile che sa tutto di tutto e che quando ordiniamo il classico te alla menta, lui no, lui chiede il Lipton, per dire. Siamo come trasognati, dopo aver attraversato il Pays Dogon, un luogo incantevole, fiabesco, i villaggi popolati dalle bambine e dai bambini soprattutto, i corsi d’acqua, il verde dei piccoli appezzamenti di terra e acqua portate sopra la testa e, purtroppo, a rovesciare tutto, una miseria e una fame inaccettabili. E poi il buio, e il fango, e la polvere, e la spazzatura, e però le stelle, certo, e i colori, anche, e i sorrisi, e il Niger da attraversare in un posto che sembra Comacchio, e le prime dune, e i baobab: il corso delle cose che ci ha portato fin qui. E però anche il senso. Che non si trova. Nemmeno qui, a Timbuctù.