Wittenberg 2.0: ci deve essere, da qualche parte, un’alternativa

Tornavo ieri sera da Locate Varesino, nell’area di Mozzate, un vero e proprio quadrante di cave, discariche, autostrade e superstrade. Un territorio che ha la sfortuna di essere incuneato tra tre province, e per questo destinatario dei guai di tutte e tre (alla provincia dell’impero, in senso letterale). Mentre l’auto correva lungo la A8, mi chiedevo, mentre ripensavo al periodo in cui viviamo, se, oltre a cercare di recuperare terreno (invano?) rispetto ai temi della destra, non è il caso di imporre qualche tema di sinistra, nel dibattito politico italiano. Il consumo di suolo, ad esempio, non è un argomento abbastanza importante nella nostra regione? Il modello di sviluppo va assunto senza avere nulla da dire, ed è proprio così naturale ciò che devasta la natura e il nostro paesaggio? Vorrei precisare che non è una riflessione esclusivamente ecologica, la mia, ma attiene proprio l’idea di società che abbiamo in mente. Uno dei luoghi comuni dei conservatori di ogni tempo è there is no alternative (l’acronimo Tina fa venire in mente la proverbiale casalinga di Voghera, che tutto sommato si ispira ad una filosofia analoga). C’è posto solo per Tina in questa regione e in questo paese? Non c’è la possibilità di costruire prospettive diverse, che si sottraggano alla deriva commerciale a cui stiamo, consapevolmente o meno, partecipando? Perché, se tutto è commercializzabile, allora lo è anche lo spazio in cui viviamo, il nostro lavoro, la nostra vita. A me pare che si debba tornare a parlarne. Al più presto.