Proseguo nella mia personale campagna per una campagna elettorale vera. Ho il sospetto che la cultura, ad esempio, sia ritenuto tema poco ‘impattante’ dal punto di vista elettorale. Lo dicono gli esperti di comunicazione e i sondaggisti, i veri intellettuali organici del nostro sistema politico, e di conseguenza tendono a occuparsene in pochi. Penso invece che sia strategico. Perché penso che l’Italia abbia soprattutto questo problema, esasperato dal lavoro del ministro Moratti, dalla banalizzazione del tema della memoria e delle radici condotta dalla Lega, dalla povertà del dibattito politico, da un localismo che spesso fa rima solo e soltanto con provincialismo. La cultura non è nel paniere dell’Istat e non viene conteggiata nel Pil, ma è l’obiettivo più forte per il rinnovamento dell’Italia. L’ha detto, meglio di me, Massimo D’Alema (Firenze, 2 dicembre 2005). Lascio a lui la spiegazione in cui mi riconosco perfettamente: «Se noi vogliamo rinnovare il sistema produttivo abbiamo bisogno come sempre diciamo di investire sull’innovazione, sulla qualità, sulla formazione, ma questo è tanto più agevole in una società in cui la diffusione di una propensione all’innovazione sia un grande fatto sociale. C’è una dimensione non economicistica di questo grande tema che a mio giudizio ha sempre di più un peso cruciale. Noi siamo una società nella quale la diffusione della cultura è assai modesta. Il nostro è un paese nel quale c’è una frattura orizzontale. […] C’è un distacco: noi parliamo molto e spesso del grande patrimonio culturale del paese come volano di un turismo di qualità ma ci siamo domandati che base di utenza italiana ha il patrimonio culturale del nostro paese? Quanti sono gli italiani che ne fruiscono, lo conoscono? Noi dobbiamo mettere in rete sistemi locali, le scuole devono essere sempre di più un centro permanente di vita culturale per i giovani e per gli adulti, devono funzionare nei quartieri come centro di diffusione della cultura. Io credo che questo torni ad essere un grande obiettivo della Sinistra perché non ne va soltanto della competitività del paese, anche, anche perché una società acculturata è una società più forte, in grado di produrre innovazione, qualità del lavoro, perché giustamente come dice Prodi non c’è più spazio per l’innovazione incrementale dell’artigiano geniale ma ignorante che è stato protagonista di una lunga stagione dello sviluppo italiano. Oggi senza cultura di base non si produce innovazione neanche nei diversi settori tecnici. Ma io aggiungo perché il livello culturale di un paese è la condizione per affrontare le sfide. Come si vive in un mondo interculturale? Come si può convivere con l’altro, con il diverso da noi se non abbiamo gli strumenti culturali per capirlo, per capire la sua civiltà, il suo mondo? E dove non c’è conoscenza c’è paura e insicurezza. E aggiungo un tema che sarebbe enorme ma che non si può affrontare qui, soltanto un alto livello di cultura aiuta ad affrontare senza angosce questa epoca di mutazione e non soltanto appunto perché è l’epoca della interculturalità, delle grandi migrazioni, ma perché è anche l’epoca in cui entra in crisi tutto un meccanismo di sviluppo, tutta un’idea di benessere e di qualità della vita».

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